I dati lo testimoniano: il problema dell’accesso a internet non è esclusivamente infrastrutturale. Certo, le infrastrutture sono fondamentali per riuscire a ottimizzare il tempo a nostra disposizione e convivere con i nuovi ritmi di lavoro e di studio. «Quello che emerge, di fatto, è che non siamo ancora in grado di cogliere tutti i vantaggi del digitale. Ed è certo che, se intere fette della popolazione vengono tagliate fuori dai processi che le nuove tecnologie innescano, non otterremo alcun vantaggio o miglioramento della qualità complessiva della vita dei cittadini. Di fatto non siamo ancora in grado di cogliere i vantaggi del digitale». Così commenta Fabio De Felice, presidente di Protom, i dati dell’indagine Openpolis secondo i quali, in Campania, più di una famiglia su quattro non dispone di un accesso a internet da casa.

«Il vero vantaggio di essere all’interno di una società digitale è quello di riuscire a liberarsi da molti tempi morti della nostra vita – continua De Felice – la nostra presenza viaggia sulla fibra, indipendentemente dalla nostra posizione fisica. E questa è stata la salvezza di molti durante i mesi di chiusura forzata: chi non è riuscito ad “agganciare” il treno del digitale è stato, nella maggior parte dei casi, costretto a uscire dal mercato. Essere fuori dal mondo digitale, oggi, vuol dire essere fuori dal mondo tout court. Ma non basteranno le infrastrutture ad assicurare che la porta sul mondo resti aperta: occorre una rivoluzione culturale e la volontà di riscrivere interi processi. Sembra quasi più facile partire da zero: in Ruanda, per esempio, dove non esistevano infrastrutture precedenti, il 95% del territorio è connesso».

Per De Felice uno degli attori chiave nell’implementazione di una rivoluzione digitale di successo è la pubblica amministrazione che, nonostante i molti strumenti già a disposizione, soprattutto al Sud paga lo scotto di una strutturale incapacità di innovare e innovarsi. «La Carta nazionale dei Servizi, l’Open data e la firma digitale sono tutti strumenti e sistemi che avrebbero dovuto far funzionare meglio la PA digitale e velocizzare i processi. Eppure mi trovo spesso di fronte alla contraddizione di dover firmare un documento in forma digitale e presentarmi personalmente. Ma che senso ha? Qual è il vantaggio per il cittadino e per l’amministrazione stessa?», si chiede De Felice. Analoghe contraddizioni emergono quando si parla di implementazione dello smart working.

«La pandemia ha imposto di ripensare luoghi e tempi di lavoro – prosegue De Felice – Non si tratta di una semplice dislocazione delle attività, ma di un processo di ristrutturazione delle gerarchie funzionali all’interno di una riorganizzazione complessiva dei processi produttivi. Si tratta di applicare un nuovo modello basato sul raggiungimento di obiettivi. Tuttavia è indispensabile distinguere tra imprese e PA. Le prime, soprattutto quelle che operano nel settore dell’innovazione, si sono dimostrate più pronte al cambiamento. Nella PA, non credo che in assoluto tutte le attività possano essere svolte in modalità smart. È più plausibile parlare di una “remotizzazione” del lavoro. La PA diventerà “smart” solo quando l’intero processo di interazione tra amministrazione e cittadini verrà ripensato. Non esistono alternative o piani B. E l’unico modo per implementare questo cambiamento è imporre l’innovazione. Diverso è il discorso delle imprese, in cui il cambiamento del paradigma operativo corrisponde al cambiamento del paradigma culturale dell’azienda. È la competenza che viene retribuita, non il tempo del lavoratore.

Quello che ci occorre per avere successo in questa impresa è, quindi, la volontà di cambiare un mindset: è questo, più che le grandi infrastrutture, che potrà innervare capillarmente l’innovazione digitale sui territori traducendola in un moltiplicatore di ricchezza. «In Protom – racconta De Felice – lo smartworking è stato rapidamente attivato in risposta all’eccezionalità degli eventi grazie al fatto che l’azienda aveva attivato da alcuni mesi una sperimentazione ed era tecnologicamente già pronta. La PA dovrebbe prendere esempio da queste esperienze che sono il risultato non solo di investimenti in tecnologia e infrastrutture ma di una strategia ben precisa. Occorre guardare all’innovazione come capacità di trasformare la creatività in soluzioni che generino valore per le persone. Occorre praticarla, non solo annunciarla».