Il modo peggiore di ricordare Giovanni Falcone, nell’anniversario della strage di Capaci, è quello di non rispettarlo, proprio come avevano fatto, quando lui era in vita, coloro che lo descrivevano diverso da come era. Quelli che lo accusavamo di tenere le carte nel cassetto perché lui non si accontentava della parola del “pentito” (è solo l’apriscatole, diceva), o di essere traditore e carrierista perché era andato a Roma a dirigere la Direzione Affari Penali al Ministero. Così è offensivo, ancora oggi, a ventinove anni dalla strage con cui Cosa Nostra ha eliminato colui che per primo “aveva capito”, insultare la sua intelligenza come se Giovanni Falcone fosse stato solo un confessore di collaboratori di giustizia.

Che cosa vuol dire –come fa oggi il consigliere del Csm Nino Di Matteo in un’intervista a Fq Millennium– buttare lì, nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, frasi come «oggi stanno cominciando a realizzarsi alcuni degli scopi che Cosa Nostra intendeva perseguire…»? E citare esplicitamente le recenti sentenze della Corte Costituzionale e della Cedu sull’ergastolo ostativo come tentativi di «smantellamento del sistema di norme concepite da Falcone» e «approvate solo dopo la strage di Capaci»? Le cose non stanno proprio così. Prima di tutto perché il famoso decreto Scotti-Martelli, che aveva determinato lo sciopero degli avvocati e che non piaceva alla sinistra, fu convertito in legge dal Parlamento non subito dopo la morta di Falcone, ma dopo la strage di via D’Amelio, cioè tre mesi dopo.

Le date non sono irrilevanti, perché senza l’uccisione di Paolo Borsellino quelle norme non sarebbero mai state approvate. Ma soprattutto non è secondario il fatto che Giovanni Falcone, che pure aveva lavorato a quell’impianto normativo, non avrebbe mai introdotto principi incostituzionali come quello dell’inversione dell’onere della prova, lasciando nelle mani del detenuto il compito di dimostrare con la collaborazione il proprio distacco dall’organizzazione mafiosa. Il principio ispiratore era un altro. Falcone non aveva mai legato l’accesso ai benefici penitenziari previsti dalla legge penitenziaria del 1975 al “pentimento” del detenuto, ma semplicemente alla necessità che fossero acquisiti elementi per escludere collegamenti attuali con la criminalità organizzata.

Giovanni Falcone la pensava esattamente come i giudici della Corte Costituzionale che hanno pronunciato le due sentenze del 2019 e di un mese fa e come i pronunciamenti della Cedu. Per questo forse il modo migliore per ricordarlo non è quello del consigliere Di Matteo. Il quale racconta di aver indossato per la prima volta la toga proprio quando aveva appena vinto il concorso in magistratura e aveva preso parte al picchetto d’onore alla bara di Falcone. Bel ricordo, ma Di Matteo sa chi era quel magistrato? Ne ha capito davvero il pensiero e l’intelligenza? È pur vero che le toghe non sono tutte uguali, come finalmente ha capito anche l’opinione pubblica che non sta più dando loro la propria fiducia.

Così, proprio mentre alcuni ricordano il giudice assassinato a Capaci facendo torto alla sua intelligenza, un lumicino si accende nelle stanze della Corte di Cassazione. È datata 21 maggio l’ordinanza numero 20338 con cui la prima sezione penale solleva la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 41 bis nella parte in cui prevede la necessità di sottoporre al visto di censura della corrispondenza tra il detenuto e il proprio difensore. Sembra incredibile, ma è così: gli uomini-ombra non hanno diritto neanche alla riservatezza nella relazione epistolare tra imputato e avvocato. E questo nonostante proprio una sentenza della Corte Costituzionale del 2013 già avesse riconosciuto “il diritto a conferire con il proprio difensore e a farlo in maniera riservata”. I giudici della Cassazione pongono la questione di costituzionalità sotto tre profili, quello più scontato del diritto inviolabile alla libertà e segretezza della corrispondenza (art. 15 della Costituzione), ma anche al diritto alla difesa e a quello al giusto processo previsto dell’articolo 111. Un’altra piccola bomba.

Non crediamo che i sospetti del dottor Di Matteo si spingerebbero fino a ritenere che anche i giudici della cassazione stiano tentando di realizzare gli scopi di Cosa Nostra. Ma il fatto che il giudice delle leggi, così come la Corte europea dei diritti dell’uomo, mettano mano, pur se tardivamente e quasi trent’anni dopo, a togliere qualche mattoncino a un apparato disumano e incostituzionale dovrebbe essere nell’interesse di tutti. Non c’entrano i programmi di Cosa Nostra. Che peraltro, nella struttura e nelle modalità operative di un tempo, non esiste neanche più. Basterebbe solo per esempio leggere qualche libro di quelli scritti di recente da ex direttori di carceri come Luigi Pagano e Giacinto Siciliano. Quest’ultimo in particolare racconta quasi con commozione la sua esperienza nel carcere di Opera, dove ha potuto partecipare a cambiamenti radicali di detenuti al 41 bis per fatti di mafia non “pentiti” in senso giudiziario, ma molto pentiti e cambiati in senso letterale. Ex mafiosi e assassini che sarebbero pronti a una nuova vita, se non avessero condanne ostative.

Nell’anniversario della strage di Capaci c’è stato anche un confronto su Rai storia tra il ministro Marta Cartabia e Maria Falcone, sorella del magistrato assassinato dalla mafia. Hanno parlato anche dell’ergastolo ostativo e delle sentenze della Corte Costituzionale. Si sono confrontate non solo due opposte opinioni, ma, purtroppo, proprio due culture, non solo giuridiche. Colpisce che Maria Falcone citi da principio Tommaso Buscetta per confermare le sue parole e poi Cesare Beccaria per contraddirlo. Che cosa diceva di fondamentale il “pentito dei due mondi”? Sosteneva che il mafioso non esce dall’organizzazione se non con la morte o con il “pentimento”. E che cosa non funzionava nelle parole di Beccaria? Il fatto che il carcere sia un momento per arrivare alla riabilitazione, diceva lui. Ma non per un mafioso, dice Maria Falcone. Parole lapidarie.

La ministra Cartabia si affanna, in modo un po’ didascalico, a spiegare la sentenza dell’Alta Corte del 2019 sui permessi premio. E poi quella più recente, di cui cita testualmente le parole usate: «La collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento». Così come non è escluso, dice ancora la Corte, che «la dissociazione dall’ambiente mafioso possa esprimersi in modo diverso dalla collaborazione con la giustizia». È la storia di ogni giorno, la storia che conosce chi sa ascoltare le voci provenienti dalle carceri. Ma pare difficile che riescano a incontrarsi questi due mondi. Quello che vede in Giovanni Falcone il “lottatore”, quello che ha portato a giudizio ed è riuscito a fare condannare il vertice di Cosa Nostra. E quello del magistrato lungimirante e riformatore che non aveva fiducia cieca nei “pentiti” e incoraggiava la separazione delle carriere tra pm e giudici.

Infatti a Maria Falcone della sentenza della Corte Costituzionale interessa soprattutto la parte più politica e meno coraggiosa, il rinvio di un anno e il compito al Parlamento di riformare l’ergastolo ostativo. È con un sospiro di sollievo che la sorella del magistrato ucciso dalla mafia si dice speranzosa in un’attività per così dire contro-riformatrice delle Camere. E conclude: io sono fiduciosa che quando c’è un interesse collettivo, deve avere la prevalenza sull’interesse soggettivo. E sicura che Giovanni la pensasse proprio così?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.