Sull’ergastolo ostativo si pronuncia oggi la Corte costituzionale: è uno di quei momenti in cui il decisore ha in mano la penna per scrivere la storia. L’Italia ha sulle spalle la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo che la sprona a voltare pagina, e il dibattito della giurisdizione indica che l’indirizzo è quello. Anche il Procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, pur senza potersi sbilanciare, lo ha fatto capire ieri, nel corso di un webinar, aprendo a una valutazione positiva della riforma dell’ergastolo ostativo: «Attendo con fiducia questo bilanciamento non facile: l’esigenza di dire quello che noi già abbiamo detto da tempo, cioè che l’ergastolo non è “fine pena mai”, e lo è solo se non ci sono indici di possibilità di reinserimento sociale, come ci ha detto la Corte europea. Dobbiamo bilanciarlo – prosegue – con situazioni particolarmente difficili che altri Paesi non hanno e che noi abbiamo. Ma non è e non deve essere un aggravamento di pena. La possibilità di reinserimento deve essere valutata con attenzione estrema facendo riferimento anche alle organizzazioni di provenienza».

È un parere giuridico – e come tale, argomentativo – ma va nel segno auspicato dalla comunità giuridica. Una comunità che ormai da tempo preme per la revisione dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, un chiavistello che sigilla gli ergastolani per reati gravissimi, perlopiù legati alla criminalità organizzata, piombandoli in fondo a quella che Eugenio Perucatti definiva “la tomba dei vivi”. L’incontro si è tenuto in casa di Comin & Partners, organizzato dall’Università Roma Tre e moderato dalla giornalista Ansa Margherita Nanetti. Insieme con Giovanni Salvi hanno dialogato il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, il Commissario straordinario per il recupero dell’ex carcere di S. Stefano Silvia Costa e il Prorettore dell’Università Roma Tre, Marco Ruotolo. Sullo sfondo, la figura di quell’incredibile precursore dei diritti degli ultimi che è stato Eugenio Perucatti, direttore carcerario illuminato che si è battuto negli anni Sessanta e Settanta per un carcere dal volto umano, pubblicando di tasca sua un saggio sulla necessità di attenuare la pena dell’ergastolo. L’incontro viene introdotto da alcuni minuti tratti dal film Fine pena mai, di Salvatore Braca.

Le immagini sono toccanti e le parole di Perucatti, protagonista del film, parlano alle coscienze. «Le pene troppo lunghe sono controproducenti per tutti», spiegava mettendo nero su bianco «le dieci ragioni per cui è indispensabile attenuare la pena dell’ergastolo». È in questo contesto che il Procuratore generale Salvi apre al ragionamento. Il Riformista pone la domanda sull’atteso pronunciamento della Corte, la risposta di Salvi apre uno spiraglio: «Ci sono possibilità di “stacco” dalla detenzione all’ergastolo, se ricorrono elementi riconosciuti dalla Corte Costituzionale. Bisogna tenere conto di un bilanciamento alla base e della situazione specifica». Poi però Salvi si concentra più sugli aspetti strutturali della dimensione carceraria: «Chi ostacola la creazione di nuove carceri migliori, si rende responsabile di far patire ai detenuti condizioni inaccettabili. Servono spazi più vivibili», ha segnalato. Mentre sugli elementi che favorirebbero l’applicazione di pene alternative, mette in luce un punto fermo: «considerare un elemento di valutazione la dissociazione verbale sarebbe pericolosissimo perché andrebbe a incidere su un principio fondamentale del diritto penale, che non è delle opinioni e dell’interiorità, ma delle condotte».

Il punto di riferimento, a oggi, è l’ordinanza della I Sezione penale del giugno 2020 che richiama a sua volta la pronuncia della Corte costituzionale numero 253 del 2019 in tema di permessi premio, con la quale è stata sancita, inviando gli atti alla Consulta, l’irragionevolezza nel ritenere la scelta del condannato per mafia di collaborare con gli inquirenti quale lasciapassare necessario per ottenere la liberazione condizionale. «L’Italia – ha ricordato – è uno degli ultimi Paesi in Europa, ed anche al mondo, per rapporto tra detenuti e popolazione». La corresponsione di pene in modalità più miti per reati dovuti a ignoranza e povertà o la possibilità per quei circa 3mila detenuti che hanno già scontato gran parte della pena, di proseguire in detenzione domiciliare, sono “strumenti già previsti”. Ma c’è un ma. «Non funzionano bene – spiega – per varie ragioni anche burocratiche», o perché molti «non hanno domicilio. E sarebbero necessarie strutture che li possano accogliere» ma non sempre ci sono. «Già da alcuni anni sono stati avviati progetti per consentire a queste persone di avere alloggio. Abbiamo avviato un lavoro in tal senso, coinvolgendo Cdp, molte carceri e anche l’Ue, ma c’è ancora difficoltà a far intendere le diverse parti in gioco, tra cui l’istituto penitenziario, i magistrati di sorveglianza, il pubblico ministero e l’ufficio per l’esecuzione esterna – commenta – Si può fare tanto con la legislazione esistente».

Il sottosegretario Sisto ribadisce il messaggio di attenzione della ministra Marta Cartabia. «È particolarmente attenta al principio della rieducazione, il suo dicastero opererà un “Ritorno al futuro” nell’ottica della Costituzione». E Sisto entra nel merito. «È necessario ripartire dalla concezione costituzionale della pena e, quindi, del carcere come luogo di rieducazione: in questo senso, il monitoraggio della qualità del trattamento dei detenuti è uno dei presupposti fondamentali per garantire il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione. Le pene puramente afflittive sono del tutto ingiustificate, oltre che per ragioni costituzionali, anche sulla scorta di valutazioni giuridiche ed etiche: la pena deve essere motore di rigenerazione sociale, anche e soprattutto ai fini della prevenzione di ulteriori reati». Anche il sottosegretario, già responsabile giustizia di Forza Italia, richiama il lavoro di Perucatti come terreno comune di civiltà. «E per onorarlo oggi i suoi principi vanno attualizzati. Un elemento ostativo non può derivare da una scelta processuale di collaborare o non collaborare».

Riguardo alla prossima udienza della Consulta sull’esclusione della liberazione condizionale in assenza della collaborazione con la giustizia (per i condannati all’ergastolo per delitti di associazione mafiosa e di contesto mafioso), Sisto ha affermato che «nessuno deve avere la pretesa di limitare la discrezionalità del giudice. Attaccare le regole perché non ne si condivide l’applicazione non è uno sport che io amo. Diverso è quando un diritto è impedito: il tema è se la collaborazione può rendere la pena antitetica rispetto alla rieducazione prevista dall’art 27. È giusto chiedersi se quell’elemento di collaborazione squisitamente processuale possa essere determinante. Il nostro Paese si avvia ad adeguarsi alla sentenza Viola, la corte deciderà come, quando e come avverrà».

Il dialogo sulla revisione dell’ergastolo ostativo fa un passo avanti. Antigone e Creonte cercano la via della mediazione. Alla fine dell’incontro compare la figlia del celebre direttore che reinventò le condizioni di vita nel carcere modello di Santo Stefano. È commossa: «Sento lo spirito di mio padre, come se fosse qui presente». Il governo, per bocca di Sisto, si impegna a tradurre in legge quanto deciderà oggi la Consulta. «Dopo la decisione della Corte cadenzeremo i successivi step del percorso legislativo necessario», fa mettere a verbale.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.