Di giustizia, di riforme, di carceri e di magistratura. Ne parliamo con Raffaele Marino, magistrato di lungo corso ora in pensione, già in Dda a Napoli e poi sostituto procuratore generale.

Presidente, si aspettava il “rinvio tecnico” della Riforma Cartabia?
«Purtroppo il rinvio era quasi necessitato perché la Riforma cosi com’è senza una norma transitoria non poteva funzionare. Non voglio dare colpe a nessuno, però certamente il Decreto Legislativo non l’ha fatto questo Governo che si è trovato una patata bollente tra le mani e anche sotto la pressione dei magistrati e di tanti operatori del diritto ha rinviato. Certo, potevano rinviare di un mese e non di due mesi, potevano non sfruttare tutto il termine dei sei mesi previsto nella legge delega, emettere questi decreti legislativi prima in modo tale da poterci ragionare con un po’ più di calma. Insomma, si potevano fare tante cose diverse, ma con i se e con i ma non andiamo da nessuna parte».

Teme che la questione importantissima della ragionevole durata del processo venga in qualche modo posta in secondo piano?
«Se dovessi stare alle parole del nuovo ministro della Giustizia Nordio, che ha indicato come priorità assoluta l’accorciamento dei tempi del processo, non dovremmo avere questa preoccupazione. Il problema, però, è che più che le leggi a volte ci sono le prassi che purtroppo incidono in maniera negativa. Basti pensare che in uno dei processi più importanti del Tribunale di Roma sono cambiati quindici magistrati nell’arco di due o tre anni, ci rendiamo conto che la ragionevole durata del processo va a farsi benedire se bisogna cominciare ogni volta tutto da capo. Qui nessuno ha una ricetta in tasca però questa tanto vituperata norma che riguarda il termine per le indagini preliminari, che ha messo in crisi le Procure perché non attrezzate per fare le indagini, è questa la realtà. Ma questa norma serviva sicuramente ad accelerare i processi e soprattutto eliminava una delle più grosse discrasie: quella della discrezionalità che ha il Pubblico Ministero nello scegliere i procedimenti da attivare e quelli invece da lasciare a dormire nel cassetto. E non c’è controllo che tenga da parte del Procuratore della Repubblica che possa in qualche modo scalfire questo potere discrezionale che spesso sconfina nell’arbitrio del Pm. Ci sarebbero teoricamente dei criteri di priorità che ogni Procura adotta, ma la domanda è: quando ci sono 5mila processi da smaltire, chi controlla i criteri di priorità? Questa è la domanda da porsi. Per cui che vi sia adesso un controllo del Parlamento, tanto criticato, almeno si inizia a dare un segnale su questo punto della Legge Cartabia che ovviamente è il più criticato da parte dei magistrati. Luci e ombre come tutte le riforme, la Cartabia è solo un primo passo in questa direzione, tra l’altro che ci ha imposto l’Europa altrimenti manco l’avremmo fatto. Bisogna agire su una mentalità che è propria dei magistrati che rallenta i processi».

Qual è la mentalità della gran parte dei magistrati?
«La mentalità è quella che fa sì che si dia priorità al trasferimento di un magistrato piuttosto al fatto che lui finisca un processo. Si dà priorità alla scelta che fa il singolo Sostituto piuttosto che alla scelta complessiva di ufficio che si determina ad agire per un certo tipo di reati. Da qui entriamo in un campo minato che è quello dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura e del Pm, andiamo nel campo della obbligatorietà dell’azione penale, dell’inamovibilità dei magistrati che solo su domanda possono essere traferiti. Cioè andiamo a toccare tutti i nodi sensibili costituzionalmente garantiti dello Status del magistrato. Però qualcosa si può fare, sull’autonomia e indipendenza del Pm si potrebbe agire con legge».

Sull’ergastolo ostativo, invece, altro che garantismo e rispetto delle disposizioni della Consulta, in questa circostanza Nordio e Meloni hanno mantenuto quanto deciso dal vecchio Parlamento a trazione grillina…
«Aspetterei la pronuncia della Corte Costituzionale. Certo la Corte aveva dato più volte un termine al legislatore. Adesso sicuramente si dovrà pronunciare rispetto al vecchio impianto. Anche il nuovo penso che quanto prima finirà davanti alla Corte Costituzionale. Però a questo punto, ci siamo mai chiesti se l’ergastolo sia compatibile con tutto questo impianto normativo?».

Presidente, c’era davvero bisogno di un decreto contro i rave party?
«A me sembra la classica norma manifesto. L’uso del Decreto Legge su fattispecie penali che non sono connotate da necessità e urgenza, perché non mi si venga a dire che un rave party nel Modenese sia un’urgenza. Legiferare in questo modo nella materia penale che è la più sensibile perché tocca i diritti fondamentali del cittadino non credo sia corretto. C’erano tanti altri modi per arrivare a risultati simili. Invece si è fatta una norma manifesto e come al solito si pensa che in Italia ci sia una perenne emergenza, e poi penso che i rave party non siano la prima emergenza da affrontare per questo Governo. Per altro ora ci sarà un problema di sovrapposizione delle norme, di interpretazioni estensive, di legittimità costituzionale, insomma un caos».

Nordio aveva detto anche meno carcere e più pene alternative, la Meloni la pensa in maniera diametralmente opposta, dal garantismo al giustizialismo più ignorante e populista. Come farà a resistere l’ex Pm che tra l’altro oggi sarà nel carcere di Regina Coeli e poi in quello di Poggioreale?
«Se portano avanti la Riforma Cartabia nella quale c’è già una parte importante, per esempio sulla giustizia riparativa che prevede pene alternative, non dovrebbero esserci rischi. La legge c’è già su questo tema, è una strada già segnata. Quando ci si trova all’opposizione è più facile gridare “più carceri” ma sappiamo tutti in che condizioni versano i penitenziari italiani tra sovraffollamento e non rispetto delle leggi, carenza di risorse su tutti i fronti. L’idea di aumentare le carceri si scontra anche con i fenomeni di criminalità che si generano proprio all’interno delle carceri. Meno carcere vuol dire più pene alternative e anche qui c’è un problema di risorse: bisogna mettere in piedi strutture che riescano a mettere in atto davvero percorsi alternativi. La messa alla prova, tanto per citarne una, si è rivelata un fallimento proprio perché non è stata interpretata come percorso rieducativo alternativo ma come scorciatoia e basta. Adesso vedremo se con la giustizia riparativa si riuscirà a fare meglio, ma non c’è dubbio che la strada sia questa e non si torna in dietro».

Presidente, tra poche settimane verrà nominato il nuovo capo della procura di Napoli: si aspetta continuità con l’ex Giovanni Melillo o l’arrivo di un procuratore come Nicola Gratteri?
«Non ho la più pallida idea di come si comporterà un Consiglio Superiore che ancora non ha nominato i laici. Mi auguro che si cambi l’abitudine alle carriere parallele perché oggi un magistrato ha due obiettivi quando entra in magistratura, il primo è quello di evitare tagliole disciplinari, il secondo è quello di accumulare titoli per poter aspirare a un ufficio direttivo o semidirettivo. Ora, queste due cose vengono affigurate dalle correnti e da un Anm che è espressione diretta delle correnti nonché da un Csm che è espressione altrettanto diretta di queste correnti. Se riusciamo a spezzare questo circolo vizioso allora potremo dire che la giustizia funziona, viceversa noi continueremo ad avere inefficienza, politicizzazione intesa nel senso più deteriore del termine e cioè quello della clientela e una giustizia che viene meno al suo ruolo. Purtroppo noi oggi partiamo da questo: dal punto più basso in cui è mai caduta un’istituzione importante e rappresentativa dello Stato come la magistratura. C’è molta voglia nei colleghi di lasciarsi alle spalle questo sistema, ma purtroppo le correnti continuano a farla da padrone. Si continua ad avere una carriera parallela e fino a quando resta così non ci sono grandi margini di cambiamento. Non stiamo discutendo della capacità di un magistrato, stiamo discutendo di un’istituzione che deve assolutamente e profondamente rinnovarsi e se non lo fa, rischia l’assoluta irrilevanza».

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Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.