Noi ex giornalisti dell’Unità – della vecchia, storica Unità dell’epoca pre-colombiana – abbiamo sempre preso un po’ in giro (dietro le spalle) Furio Colombo per la sua mania di parlare di un gran numero di personaggi storici o di divi dello spettacolo e della musica, come di suoi amici fraterni. In genere, anzi, Furio si vantava di averli scoperti lui. E noi gli ridevamo alle spalle: con simpatia, certo, anche con stima, ma considerandolo un po’ un mitomane. L’altro giorno, quando ho letto la sua intervista a Gad Lerner ho sorriso di nuovo. Iniziava con una domanda a caso: “Ti ricordi con chi hai passato il tuo compleanno dei trent’anni, il primo gennaio del 1961?” Come no? – ha risposto Furio – ero all’Hotel Nacional, all’Avana, venne a prendermi con la sua auto americana Che Guevara e mi portò a fare un giro in città con Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Francoise Sagan

Beh, il mio profondo scetticismo sulle conoscenze di Furio si è infranto un paio d’anni fa contro uno scoglio. È successo che Angela Azzaro è andata a intervistare – non ricordo più in quale occasione – il regista Giuliano Montaldo. E Montaldo le ha raccontato delle difficoltà che ebbe a girare quel film meraviglioso che fu Sacco e Vanzetti, che io vidi da ragazzo e mi commosse molto. Anche per la sua celebre colonna musicale, mi commosse: in gran parte con la voce di Joan Baez (personalmente, magari per motivi anagrafici, ho una vera e propria venerazione per Joan Baez). Montaldo ha raccontato ad Angela un episodio di circa 50 anni fa. Era andato a natale in vacanza a New York, una vacanza un po’ di lavoro perché voleva raccogliere materiale per il suo film sulla esecuzione dei due anarchici italiani. Una mattina, mentre passeggiava per Manhattan, incontrò proprio Furio Colombo, gli raccontò del film e gli disse che lui aveva un sogno: che Joan Baez incidesse la colonna sonora, ma che non aveva molte speranze e oltretutto non sapeva neanche dove andarla a cercare Joan Baez per fargli la proposta. Furio allora, con quella sua aria indifferente e vittoriosa che non ha mai perso, gli disse di passare da casa sua verso le nove di sera perché aveva Joan Baez a cena. Montaldo andò a casa di Colombo, trovò davvero Joan Baez e la convinse, anche grazie all’insistenza proprio di Furio, a cantare quelle fantastiche canzoni che ancora oggi sono rimaste nel cervello e nelle orecchie di chi ha più di sessant’anni.

Così mi son dovuto ricredere. E magari è vera anche la festa dei trent’anni come l’ha raccontata a Lerner, o la corsa in macchina con Bob Kennedy verso Memphis, dove avevano ucciso Luther King, o il legame di amicizia con Bob Dylan e con Allen Ginsberg. Però…

Ecco, il però è molto semplice: Furio Colombo non è solo il prodotto delle sue conoscenze, come talvolta, mi pare, piace anche a lui far credere. Colombo è Colombo. Un personaggio un po’ particolare, un cervello molto attivo, acutissimo, un impasto di conformismo e anticonformismo, di radicalità e moderazione, di sinistra e padronato, di modernità e di antico, di sessantotto e anni trenta.

Furio Colombo ieri ha festeggiato i suoi 90 anni. È nato il primo gennaio del 1931 in Valle d’Aosta, in una famiglia con forti radici ebraiche e che come tutte le famiglie ebraiche visse in modo tragicissimo le persecuzioni razziali e lo sterminio. Faceva la terza elementare, Furio, quando scattarono in Italia le leggi razziali e iniziò la discriminazione antisemita, anche nelle scuole dei bambini. Diventò grande presto, iniziò a lavorare prestissimo, entrò in Rai vincendo un concorso a poco più di vent’anni, fece amicizia con grandi futuri personaggi dell’intellettualità italiana, in particolare con Umberto Eco. Poi iniziò la sua vita culturalmente e professionalmente avventurosa che lo portò a ondeggiare tra gli Agnelli e l’estrema sinistra.

Il Gruppo 63, innanzitutto. Che fu la prima e forse unica rivolta di intellettuali nell’Italia del 900. Erano quasi tutti giovani tra i trenta e i quaranta. Con Furio c’erano Eco, Arbasino, Gigi Nono, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Angelo Guglielmi, Enrico Filippini, Sebastiano Vassalli e moltissimi altri più o meno famosi. Si ribellavano alla cultura di regime, agli intellettuali e agli artisti inquadrati nella politica, o nella moda, o nell’ideologia del non ti disturbo. Ebbero un certo peso nel modificare l’asse di equilibrio dell’intellettualità italiana. Anche se tra loro non c’era nessuno dei mostri sacri, che restarono comunque isolati e divini mostri sacri: Pasolini, Moravia, Morante, Sciascia, Calvino, Guttuso, e poi i filosofi e gli economisti. Però il gruppo ‘63 diede una scossa. Inventò qualche rivista, sicuramente di élite ma fastidiosa, come ad esempio “Quindici”, stampata, se non ricordo male, quasi in cartoncino, e con pagine enormi che si piegavano in quattro o anche in otto e per leggerla ci voleva la scala e una stanza grande. Aprirono uno spiraglio, credo, al sessantotto, che arrivò cinque anni dopo e li travolse.

Poi Furio viaggia tra impegno culturale e rapporti con la grande industria. È eclettico da tutti i punti di vista. È l’uomo di Agnelli, ma già alla fine degli anni sessanta è vicino ai gruppi extraparlamentari. Cammina a fianco del partito democratico americano, di Israele, dei grandi editori italiani, ma resta sempre impegnato a sinistra. Dov’è il vero Colombo?

Io credo di saperlo. Furio è l’espressione – una delle migliori espressioni – di quella crema inquieta della borghesia italiana (della borghesia del Nord) che è stata l’anima della prima Repubblica. E che ha sparigliato le carte, gli schieramenti, anche i pensieri.
La prima Repubblica si reggeva su due pilastri storico-sociali: la borghesia e la classe operaia. Però è più giusto dire: la borghesia e il movimento operaio. Erano due giganti in conflitto perpetuo, ma che si corteggiavano, si studiavano, si concupivano, talvolta si imitavano. Sapevano darsi grandiose legnate e far finta di niente. Pensate all’autunno caldo, quando il movimento operaio (siamo nel ‘69) all’improvviso attacca e travolge le prime file della borghesia, guadagna spazio, egemonia, influenza e anche soldi e potere. Si avvicina al fortino del potere. Tra il ‘69 e il 72 i contratti dei metalmeccanici sono un bagno di sangue per la borghesia, la quale reagisce in due modi: con la sua ala reazionaria che si incattivisce e ricorre alla violenza e anche al delitto (piazza Fontana) e con la sua ala progressista che fa da ponte col movimento operaio. E cerca di usare la forza del movimento operaio per stabilizzare e conquistare nuovi equilibri, e riaffermare però l’egemonia borghese.

Furio è lì. Negli avamposti della borghesia. Che un po’ son fedeli ad Agnelli un po’ vagheggiano il socialismo. Quale socialismo? Un socialismo ragionevole, pacato, senza conflitto: quello di Adriano Olivetti. E così succede che, scossi dalle ondate della politica e della storia, queste avanguardie si trovano ora alla sinistra ora alla destra del Pci e del movimento operaio, senza mai però mischiarsi ma senza mai rompere.

Poi tutto cambia negli anni novanta. Il movimento operaio si ritira sotto i colpi durissimi della globalizzazione, della tecnologia e del reaganismo. Perde tutte le partite. Si acquatta. E la borghesia, che ha guidato la Grande Italia della prima Repubblica, viene rasa al suolo dalla magistratura. Si salva qualche frangia, ma deve accucciarsi dietro le toghe dei Pm. E poi vien fuori Berlusconi, che assume la leadership dei moderati, ma non è più il rappresentante della borghesia. Anzi, si trova contro un pezzo fondamentale della borghesia. Che non riuscirà mai a conquistare.

E allora cambia anche la natura della sinistra. E Furio inizia a sentirsi a suo agio. Avete presente quel momento nel quale il conflitto di classe viene sostituito dal conflitto giudiziario? E l’orizzonte della sinistra sfuma dal colore rosso del socialismo all’incerto colore del tribunale? Non c’è più Trentin, ci sono Di Pietro e Borrelli. Non c’è più il partito, ci sono i girotondi, guidati da Nanni Moretti e poi molto presto da Flores, dallo stesso Travaglio, infine dal popolo Viola, poi da Grillo. La frontiera non è più la giustizia sociale: è l’antiberlusconismo. La guida della sinistra passa dalle mani dei vecchi intellettuali comunisti e crociani a quelle più veloci e spicce dei borghesi di sinistra. C’è la trasmutazione genetica. Con tutti i suoi effetti secondari. da Marx a Torquemada il passo è lungo. Eppure dura poche ore.

Colombo, in questo marasma, resta a suo agio finché ha un suo strumento per le mani. Proprio suo: l’Unità. La usa come vuole, aggrega forze, idee, la allontana dalle vecchie tradizioni comuniste e operaie. Pensa di poterla dominare e tenere nel solco della sua cultura. Assume Travaglio, che è un ragazzo di destra estrema, ma non ne ha paura. Sbaglia. Il sogno dell’Unità sfuma e Furio, con il suo enorme patrimonio culturale e di idee, finisce prigioniero dei mostri che ha contribuito a creare. Travaglio, Grillo, i vaffanculo, un giornale e un gruppo politico dominante nel quale dilaga il linguaggio scurrile, la xenofobia, il governo giallo verde.
Forse ha pagato un prezzo troppo grande alla sua spregiudicatezza intellettuale. Forse l’aveva messo nel conto. Quel che è certo è che in questi settant’anni di attività ha dato un gran contributo alla cultura di questo paese. Cosa sarebbe stata l’Italia senza la borghesia illuminata? Quanto ci manca la borghesia illuminata? Tanto: e preghiamo per lei che riesca al più presto a liberarsi dalle catene dei Travaglio, dei Flores, dei Caselli, dei Gratteri. E tornare all’inizio: a Eco, a Balestrini.