Ha detto bene il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani l’altro giorno: «L’indipendenza energetica è un problema di sicurezza nazionale». Il migliore luogo istituzionale dove Mario Draghi ne possa parlare è quindi il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza nazionale dove stamani (ore 11) il premier siederà per la prima volta da quando è a palazzo Chigi. La decisione sul da farsi in merito allo stop della fornitura di gas e petrolio dalla Russia sarà presa «insieme al resto dei Paesi europei» fa trapelare Palazzo Chigi.

A Bruxelles il dossier è in massima evidenza da settimane e soprattutto da sabato quando le strade di Bucha, centro a 40 km a nord ovest di Kiev, ha consegnato agli occhi dei fotoreporter e degli ucraini che l’hanno riconquistata gli orrori e le atrocità commesse dai soldati russi nel mese della loro occupazione. “Genocidio” dice il presidente Zelensky. Crimini di guerra. Crimini contro l’umanità. Decideranno i Tribunali. Mentre procedono nello strazio i riconoscimenti ufficiali di corpi che erano persone, la domanda a Bruxelles e nei singoli paesi è cosa fare per dare il segnale che tutto questo è un punto di non ritorno nell’escalation dell’aggressione russa all’Ucraina. Un quinto pacchetto di sanzioni è all’ordine del giorno delle riunioni ministeriali previste in settimana – Ecofin ed Esteri – e anche della Nato. Ma molto probabilmente, al di là degli auspici di qualche leader politico nazionale, nel nuovo pacchetto non ci sarà lo stop alle forniture dalla Russia.

Sull’onda dell’emozione domenica anche Berlino aveva aperto a questa possibilità. E le repubbliche baltiche, grandi importatrici di materie prime russe. In Italia il segretario dem Enrico Letta ha detto chiaramente che «il momento è adesso e non più rinviabile» trovando nel suo cammino il parere favorevole di tutto il partito, Pierferdinando Casini e Leu. Calenda ha ironizzato: «E quali sono le alternative?». Matteo Renzi più che occuparsi di embargo, chiede all’Europa e non solo di diventare “mediatore di pace”. E di farlo subito perché «occorre giungere il prima possibile a una tregua». Le immagini che arrivano dall’Ucraina, a cominciare da quelle dei civili di Bucha e di Irpin, «suscitano sdegno e orrore. Sparare sui civili in fuga è un crimine di guerra». Il leader di Iv chiede «mediatori a tutti i livelli per bloccare l’assurdità della guerra e provare a vincere insieme la pace».

Se Germania, Olanda e Austria hanno fatto capire che non è il momento di inserire il gas nel nuovo pacchetto di sanzioni, la Francia è alle prese con le presidenziali – e Macron non vorrà certo nelle prossime ore prendere decisioni difficili per i francesi – e Orban , che ha appena ottenuto il suo quarto mandato, ha già anticipato di non avere alcuna intenzione di chiudere i rubinetti russi «per non affamare il popolo». Insomma, tra una cosa e l’altra, non ci sarebbero le condizioni per imporre l’embargo a Gazprom. E, di conseguenza, andremo a finanziare ancora la guerra di Putin: Gazprom incassa ogni giorno qualcosa come un miliardo di euro dai 27 paesi Ue. E il 2021 è stato l’anno record di ricavi: ben 240 miliardi. Soldi per armamenti e lauti stipendi per i generali alle prese con la gestione di battaglioni finiti allo sbando.

È chiaro che tutto questo sarà stamani al centro dell’audizione al Copasir del premier Draghi. Che oltre a spiegare la necessità di «decidere con gli alleati», deve anche dire cosa sta facendo il governo per raggiungere quell’«indipendenza energetica che è anche questione di sicurezza nazionale». Spiegare quel Piano energetico nazionale promesso dieci giorni fa a Bruxelles durante i vertici europei. Affrancarsi dal gas russo significa sostituire 30 miliardi di metri cubi, il 42% del fabbisogno nazionale che è la quota di import annuale dalla Russia. Un’altra quota pari al 31% arriva dall’Algeria. L’altro giorno Draghi era al telefono con il presidente algerino per aumentare il flusso di gas. Sabato l’ad dell’Eni Claudio DeScalzi ha avuto un incontro con il suo omonimo algerino per vedere come dare subito attuazione e come sviluppare nel giro di pochi mesi ulteriori aumenti. Sempre sabato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha compiuto la sesta missione in un mese: destinazione Azerbaigian, obiettivo aumentare anche da qui l’erogazione di gas. Ne arriveranno 2,5 miliardi in più.

Per diversificare gli approvvigionamenti il Governo italiano punta su Algeria, Libia, Congo, Azerbaigian, Qatar. Draghi nell’ultimo mese ha avuto colloqui telefonici con l’algerino Tebboune (1 aprile), il congolese Nguesso (10 marzo), l’azero Aliyev (8 marzo), il qatariota Al Thani (5 marzo). Draghi ha anche incontrato il turco Erdogan a margine del vertice Nato del 24 marzo scorso. È in preparazione un vertice tra Draghi, Macron ed Erdogan. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, spesso accompagnato dai vertici dell’Eni, si è recato in Armenia (domenica), Azerbaigian (sabato), Congo (12 marzo), Turchia (10-11 marzo), Qatar (5-6 marzo), Algeria 28 febbraio. Il ministro Cingolani ha spiegato che il governo “punta a portare in Italia oltre 20 miliardi di metri cubi di gas addizionale da qui al 2024” da fonti alternative alla Russia, “una decina entro l’anno”. Entro l’anno, insomma, dovremmo aver diversificato circa la metà dell’import russo. Grazie anche al gas liquefatto in arrivo dagli Usa (15 miliardi da suddividere tra i 27) che saranno trattati dai tre rigassificatori esistenti (nel frattempo portati a pieno regime) e da due navi rigassificatrici (di cui stiamo trattando l’acquisto).

Restano ancora da rimpiazzare 15 miliardi di metri cubi. E questa è la sfida più difficile. Fin qui l’Italia. Poi serve l’Europa. Anzi, più Europa. La decisione di acquisti e stoccaggi comuni è stata presa nell’ultimo Consiglio Ue (facoltativa e non obbligatoria, però). Il salto di qualità sarebbe il Price cap, un “tetto europeo” al prezzo di acquisto che in questa fase è necessario per calmierare la speculazione. Per la Commissione Ue «nulla è escluso ma bisognerà vedere le condizioni politiche». I ministri delle Finanze riuniti ieri nell’Eurogruppo hanno spiegato che interrompere le importazioni di gas russo “nel breve termine” non è possibile e danneggerebbe più l’Unione europea che Mosca. Bucha fa gridare il cuore. Ma quando si parla di sanzioni bisogna restare calmi.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.