A sentire le lunghe e corpose informative dei ministri Cingolani, Di Maio e Patuanelli ieri al Parlamento, sono tante le idee e molti i passi mossi per attutire la crisi energetica e di materie prime che sta soffocando l’industria e la manifattura italiana. Il problema è che “serve tempo, più del previsto” si spiega da palazzo Chigi dove si susseguono riunioni e tavoli tecnici per trovare soluzioni. Il problema non è il gas, il petrolio, la corrente elettrica. Almeno non è solo quello. “Il fatto è che gli imprenditori chiamano in lacrime – e non è un modo di dire – perché hanno commesse raddoppiate rispetto all’anno scorso ma non hanno le materie prime”. Parliamo di ferro, scarti di acciaio, carta, il comparto ceramica, il cuore della nostra manifattura. Per non parlare del grano e dei prodotti per la zootecnia senza i quali allevamenti e coltivazioni non vano avanti.

Sulla mancanza di materia prime non basta tagliare le accise. La guerra della Russia all’Ucraina ha esagerato quel gioco al massacro che sono le relazioni commerciali nel post pandemia. Palazzo Chigi e i ministri interessati – Mef, Mite, Mise, Mae e Agricoltura – sono al lavoro da giorni per trovare un nuovo bazooka in grado di alleviare la crisi che ha tante facce: democratica, prima di tutto, perché la guerra della Russia è un attacco alle democrazie; umanitaria perché, come ha detto Di Maio, “siamo già a tre milioni di profughi e potremmo presto arrivare a 5 milioni”; energetica perché l’Europa dipende al 40% del gas russo e l’Italia “è autonoma solo per il 5% del suo fabbisogno”; e di materie prime che stanno mettendo in ginocchio la nostra manifattura. Il Consiglio dei ministri con i decreti per la rateizzazione e il calmieramento delle bollette e il taglio del prezzo dei carburanti, atteso già per ieri, è in forse oggi e probabilmente scivola a venerdì. Ci sarà certamente un taglio del prezzo di benzina e gasolio ai distributori grazie al taglio dell’Iva (il cui flusso nelle casse dello Stato aumenta di circa 250 milioni al mese grazie all’extragettito).

Ma si parla di 20-25 centesimi in meno. E da due giorni la benzina alla pompa è 2.40 euro. Così cresce il pressing dei partiti perché l’esecutivo faccia di più. “Non basta un risparmio di pochi centesimi sulla benzina, serve subito un nuovo scostamento di bilancio” chiedono la maggior parte delle forze politiche. Ma Draghi sembra non voler cedere sulla richiesta di nuovo debito. Almeno non prima di fine mese e dopo aver visto cosa deciderà il Consiglio europeo del 24 e 25 marzo in relazione al fondo Repower Eu pensato apposta per tutelare l’economia europea dal caro energia. E dal taglio delle materie prime. Solo da Bruxelles può arrivare la flessibilità sui regolamenti europei che può aprire la strada ad uno scostamento di bilancio anche in Italia. L’Italia ad esempio ha proposto un price cap a livello europeo sulle transazioni di gas all’ingrosso che porterebbe benefici diretti ai consumatori. E la richiesta di “disaccoppiare i prezzi dell’energia rinnovabile con quella dell’energia termoelettrica prodotta col gas”. Sul fronte delle misure urgenti, ieri il, ministro Di Maio ha spiegato che con l’Agenzia internazionale per l’energia è stato deciso di “rilasciare 60 milioni di barili di petrolio per abbassare i prezzi”.

Cingolani era stato chiamato in Senato dal gruppo di Iv per chiarire la denuncia fatta alla fine della scorsa settimana circa “la più grande truffa di sempre ai danni di imprese e famiglie”. Denuncia che il ministro ha confermato e spiegato. “Non è accettabile – ha detto – questo incremento del prezzo del gas, che si traduce in una grande speculazione di certi hub che non producono e fanno solo transazioni, come TTF (Title Transfer Facility, con sede in Olanda) a livello europeo e PSV (Punto di scambio virtuale) in Italia, agganciato al TTF”. Coraggioso Cingolani che ha così chiosato: “Questo si chiama mercato, poi discutiamone”. Preziose indicazioni per le numerose procure che in Italia hanno aperto inchieste sulla speculazione in corso. Poi c’è il problema della dipendenza su cui il ministro ha fatto chiarezza su molte speranze e altrettanto ottimismo. “Per essere completamente indipendenti dal gas russo ci vorranno 3 anni”. I problemi, se ci saranno, saranno da ottobre in poi. Nel caso ci dovevo preparare a qualche razionamento.

Senza dubbio l’Italia si trascina un problema di “scarsa lungimiranza”: negli ultimi due decenni infatti “non si sono fatti investimenti sul gas prodotto in Italia, si è passati dal 20% del fabbisogno prodotto in casa al 95% di dipendenza di gas dall’estero di oggi. Le importazioni dalla Russia oggi sono di 29 milioni di metri cubi”. La strada da percorrere ora ha varie diramazioni. La prima è diversificare, incrementando i flussi di forniture da altri paesi: il Tap che dall’Azerbaijan può triplicare i metri cubi di gas passando da 7 a 21 miliardi; il Transmed che dall’Algeria e dalla Tunisia arriva in Sicilia, a Mazara del Vallo (30 miliardi di metri cubi a regime); il Green stream che trasporta oggi 8 miliardi di metri cubi di gas naturale dalla costa libica fino alla costa italiana. La seconda cosa da fare è “mantenere un ampio stoccaggio” su cui però oggi pesano le speculazioni per cui oggi pagheremmo 15 miliardi ciò che un anno fa avremmo pagato tre miliardi. Oltre ad accelerare sulle rinnovabili, sul tavolo anche la realizzazione di una nuova capacità di rigassificazione su unità galleggianti, navi ancorate vicino ai porti e ai punti di attacco alla rete gas. Sono realizzabili in 12-18 mesi per circa 16-24 miliardi di metri cubi. L’Italia ha già un’opzione su un paio di queste piattaforme.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.