Arriverà forse oggi. Più facile domani. Non sarà un decreto del miracolo. Perché il miracolo – cioè gestire al ribasso o almeno verso la stabilità l’impazzimento dei prezzi dell’energia, gas o petrolio che sia – non sembra essere tra le cose possibili nelle condizioni di incertezza date. Il pressing dei partiti si risolve in una eco comune che chiede al governo di «intervenire subito tagliando la quota di accise sui carburanti e l’Iva». Di rinunciare in poche parole e dalla sera alla mattina a un gettito per lo stato di circa 26 miliardi (la somma delle entrate per le accise) e altre tredici di Iva (dati del 2019; quelli del 2020, con il lockdown e il -9 di pil non sono significativi). Difficile che possa essere questo il bazooka di Draghi per toglierci, almeno alleviare, l’inflazione, il caro prezzi, il caro energia che la guerra in Ucraina ha moltiplicato ma non scatenato. Vorrebbe dire fare nuovo debito, un nuovo scostamento di bilancio, opzione al momento non tra quelle possibili secondo palazzo Chigi.

I tecnici del Mef, del Mite e del Mise sono al lavoro in cerca della soluzione. Intanto provvede la procura di Roma a dare seguito alla “denuncia” poi ammorbidita del ministro Roberto Cingolani che sabato aveva detto: «Dietro i prezzi impazziti alla pompa di benzina c’è una colossale truffa ai danni di imprese e cittadini». Il procuratore Lo Voi ha aperto un fascicolo al momento senza indagati né ipotesi di reato e ha affidato alla Guardia di finanza l’incarico di «verificare le ragioni di tale aumento ed individuare eventuali responsabili». Di sicuro è in corso una speculazione visto che, come dice il senatore Davide Faraone (Iv) che con Riccardo Nencini ha presentato un’interrogazione al ministro Cingolani, «l’aumento del costo della benzina è del tutto ingiustificato poiché le forniture dalla Russia non sono diminuite a causa del conflitto in Ucraina». E, fa notare Carlo Stagnaro, direttore ricerche dell’Istituto Leoni, il prezzo per l’area russa (indice Urals) è addirittura il 20-25% in meno del valore del Brent (il petrolio del nord Europa).

Intanto anche ieri ci sono stati aumenti sulla rete dei carburanti con il gasolio che supera la benzina. «I prezzi del gasolio sono fuori controllo», è la denuncia di Paolo Uggè, presidente di Conftrasporto. Siamo tra il 2,1 e il 2,3 euro per litro. «Senza ulteriori interventi – lancia l’allarme Confcommercio – c’è il rischio di rincari per il terziario di oltre il 160% e per il caro carburanti 21 miliardi di extra costi per il solo autotrasporto». L’indagine della procura di Roma è “ad ampio raggio” e riguarderà tutta la filiera. Il Codacons ha presentato un esposto all’Antitrust e a 104 procure italiane “sui listini prezzi fuori controllo”. “Via accise e Iva” gridano in coro i partiti. Le tasse applicate sui carburanti (benzina e gasolio) superano il 50% del prezzo complessivo pagato dai consumatori. Per i diesel, Iva e accise pesano sul totale per il 51,8%. Per la benzina verde salgono addirittura al 55,3%. Ecco come si forma il prezzo di un litro di benzina alla pompa (settimana dal 28 febbraio al 6 marzo): di 1.953, 14 euro, 73 centesimi sono accise, 35 centesimi sono Iva. Il costo netto del carburante è 872 centesimi. Tra il 4,1 e il 4,6 per cento in più rispetto alla settimana precedente. Ora il punto è che tra le 19 emergenze che compongono la lunga liste delle accise sui carburanti, paghiamo ancora la guerra di Etiopia (1935) per 0,000981 euro per litro. Nella lista troviamo anche la tassa per la crisi di Suez (1956) e quella per il disastro per la diga del Vajont.

«Rinunciare a tutto questo – spiega Carlo Stagnaro che era stato al Mise con Carlo Calenda ministro – vorrebbe dire per lo Stato rinunciare in un colpo solo a 26 miliardi di accise e 13 miliardi di Iva stando ai prezzi del 2019. Direi abbastanza impossibile. Non esiste una soluzione semplice e immediata anche perché la crisi e la volatilità saranno lunghe. Il governo troverà qualche risorsa ma credo dovrebbe pensare a una distribuzione selettiva e mirata per fasce sociali e capacità produttiva. Una distribuzione a pioggia, come è stata fatta finora, si rischia di investire molti soldi senza che nessuno in particolare ne senta il beneficio». Come è un po’ successo ai 16 miliardi investiti finora dal governo sull’emergenza energetica. «Nel medio periodo – suggerisce Stagnaro – si possono certamente fare più cose: sdoganare l’energia atomica, non rinunciare al carbone, meno che mai ai giacimenti nazionali di gas, velocizzare il più possibile le rinnovabili».

Nel decreto che potrebbe vedere la luce tra oggi e domani il governo conta di poter mettere sul tavolo ulteriori 4-5 miliardi di cui almeno la metà in arrivo dall’extragettito Iva che proprio lo Stato ha incassato in questi mesi di corsa folle dei prezzi. Fonti di palazzo Chigi parlano di “più provvedimenti in lavorazione”. Tra gli obiettivi la rateizzazione e il calmieramento dei prezzi delle bollette. Dovrebbe cambiare il sistema di Arera per fissare i prezzi e fare riferimento, ad esempio, ai listini più bassi. Allo studio anche l’intervento sugli extraprofitti delle imprese di alcuni dei settori interessati, preservando la stabilità della finanza pubblica». A Bruxelles, il governo italiano ha già chiesto e continua a chiedere di intervenire per mettere un tetto europeo ai prezzi delle importazioni di gas e petrolio. E anche di altre materie prime.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.