Se il governo ha deciso di comprare l’88% di Aspi, nazionalizzando Autostrade per l’Italia, significa che è stato convincente con i Benetton, che cedono senza fare storie. Quanto convincente, però, non è dato sapere: il prezzo d’acquisto rimane tanto misterioso da far dire a Carlo Cottarelli, già commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, «Peccato che non si sappia il prezzo a cui Cassa depositi e prestiti acquisirebbe la maggioranza di Aspi. Ma che accordo è se non si sa il prezzo? Un altro accordo salvo intese?». E dopo Matteo Renzi, anche Carlo Calenda richiama Conte alla realtà: «Guarda che hai solo detto che vi ricomprerete un’azienda (direi accollandovi 8 mld di euro di bond e pagandone 3 ai Benetton). Non hai affermato alcun principio, hai dato dei soldi dei contribuenti a dei privati per nazionalizzare un’azienda. Si fa ininterrottamente dagli anni 50».

Dello stesso avviso è il professor Giovanni Guzzetta, costituzionalista, ordinario presso il Dipartimento di Diritto Pubblico dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Secondo Guzzetta l’approccio alla vicenda Aspi tradisce un impianto ideologico preciso, che permea questa maggioranza di populismo mediatico-giudiziario.

Possibile incartarsi così per la vicenda Autostrade?
Il governo va in corto circuito in maniera paradigmatica. Su Autostrade si è posto un problema immediato, la risposta dello Stato in termini di attribuzione delle responsabilità è stata lenta, farraginosa e inconcludente. Perché il populismo genera conflitti di ogni tipo. E questa ricerca spasmodica di un colpevole, di un cattivo, punta a colpire i presunti responsabili in modo confuso: al di là del fatto che siano o no responsabili, lo si fa in modo di condizionare il futuro in una direzione che non ha nulla a che vedere con i fatti specifici.

È una ennesima nazionalizzazione, ma senza strategia.
La trasformazione di autostrade in public company – sbandierata come punizione per i Benetton – è una scelta di politica industriale che ci riporta indietro di decenni e che ci ripropone esattamente gli stessi problemi che si hanno ogni volta che lo Stato mette le mani sulle imprese, assorbendole. E tra qualche anno avremo oltre al problema di Alitalia anche il problema di Autostrade.

Un altro carrozzone, o la gestione Cdp può portare a un assetto comunque competitivo?
La gestione pubblica Cdp ha gli stessi rischi, come dicevo, della gestione pubblica di Alitalia: questa pretesa dello Stato di gestire tutto è destinata a essere fallimentare e inefficiente. Se ci sono responsabilità di Autostrade per quello che è accaduto a Genova, ci sono altrettante responsabilità per chi, da parte pubblica, avrebbe dovuto monitorare lo stato di salute del ponte. È una vicenda che mette in luce un insieme di errori grossolani e di scarsa competenza da parte della politica che avrebbe dovuto esercitare una funzione, e invece si riduce sempre e solo a fare la parte dell’indignata, il giorno dopo la tragedia.

Compriamo l’88% di Aspi con miliardi delle nostre tasse sottratti ad altre necessità.
Quando lo Stato si immischia nel mercato crea sempre criticità forti. Si parla di un investimento di un esborso importante senza aver maturato alcuna strategia a monte.

Dunque i Benetton vengono lautamente compensati e sollevati dalle responsabilità, anche se si fa credere sia andata diversamente.
Siamo davanti a una deriva populista, e il populismo ha strutturalmente una prospettiva miope, non riesce mai a inquadrare bene le questioni e tantomeno a guardare lontano. Hanno ridotto l’Italia a una sorta di ospedale in cui esiste solo il Pronto Soccorso.

E la decretazione d’urgenza finisce per dare i pieni poteri a Conte.
Giudico gli atti, e non le strategie politiche. Da questa vicenda del Covid emerge chiaramente che c’è stata una ricollocazione del Parlamento in posizione consultiva. Il Parlamento viene informato, buon ultimo, sia che si tratti di adottare Dpcm, sia che si tratti di riunioni del Consiglio Europeo, sia che si tratti di riproporre lo stato d’emergenza. Palazzo Chigi è il luogo dove si decide tutto, mentre di Camera e Senato non sappiamo più cosa farcene, tanto che si tagliano non solo i parlamentari ma le loro competenze. Il Parlamento non esercita più alcuna funzione di controllo sull’esecutivo.

Vede una lesione costituzionale?
In effetti questa funzione consultiva del Parlamento avviene anche in settori in cui la Costituzione richiederebbe interventi deliberanti. I Dpcm che incidono in modo pesante su materie fondamentali sono strumenti inadeguati. Non se ne giustifica l’adozione. Se il motivo è quello dell’urgenza, allora non si capisce perché perdere tempo per informare il Parlamento se non si riesce neanche a riunire il Cdm per adottare un normale decreto legge.

Esecutivo e magistratura decidenti, Parlamento inconsistente. Cosa stiamo diventando?
Si è costruita una Costituzione parallela a quella scritta dai Costituenti, per mezzo di condotte e di scivolamenti. Un esempio su tutti? Il Decreto legge che nel 1948 era considerato una rara eccezione è oggi la norma. Quando le costituzioni reali si discostano così tanto da quelle formali, siamo in presenza di un problema serio. I cittadini devono sentirsi coinvolti nel processo democratico, l’esasperazione della gente si tocca con mano e la rivolta antielitista rischia di segnare il prossimo futuro.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.