Non tirate in ballo il “pessimismo della ragione”. Perché quello che Giuliano Urbani consegna a Il Riformista, è molto ma molto di più: è la confessione di un amore coltivato per una vita e che ora viene meno, perché l’oggetto di quell’amore non si riconosce più. Quell’amore sfiorito, si chiama Italia. Tra i fondatori di Forza Italia, il professor Urbani ha elaborato il programma istituzionale del movimento creato da Silvio Berlusconi, ed è stato ministro dei Beni culturali dal 2001 al 2005. All’impegno politico, che lo ha visto più volte parlamentare, ha accompagnato quello accademico: dal 1969 al 1983 ha insegnato Politica comparata nella facoltà di Scienze politiche e sociali “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. Dal 1984 è è professore ordinario di Scienza della politica e direttore del Centro studi e ricerche di Politica comparata all’Università “Bocconi” di Milano.

Professor Urbani, a settembre oltre che in sei Regioni, si voterà per il referendum sulla riduzione dei parlamentari. Le chiedo: perché dovrebbe interessare agli italiani?
Mi consenta una premessa. Io parlo con qualche disagio e con molto dispiacere del mio Paese in questo momento, perché lo vedo in pessime condizioni di salute, dal punto di vista politico ma non solo, purtroppo. E in presenza di malattie gravi, lei sa che parliamo tutti con dispiacere delle persone che amiamo. Io sono tra quelli che ama il suo Paese, e deve dire la verità al “malato-Italia”, ma il malato sta veramente male. Fatta questa premessa, vengo subito alla sua domanda. Ne capisco lo spirito, ma devo dirle che quello che lei mi pone è un interrogativo totalmente privo di interesse. Questa cosa qui, il taglio del numero dei parlamentari, è di una irrilevanza assoluta. È proprio un diversivo da quattro soldi. La cosa che allora viene spontaneo chiedersi: ma che c’entra?

E qual è la sua risposta?
Io vedo il mio Paese andare alla deriva quotidianamente. Stiamo andando alla deriva per le condizioni di salute: ci sarà una seconda ondata di Covid-19, non ci sarà, in che condizioni siamo, abbiamo tagliato troppo la sanità, adesso gli ospedali sono pronti o non sono pronti… In questo senso, devo dire che il cognome del parlamentare che è capitato a fare il ministro della Salute, Speranza, è tutto un programma. È tutto basato sulla speranza, solo e unicamente su di essa. Siamo alla deriva per la finanza, perché la prima deriva assoluta della finanza è che nessuno vedrà, salvo le mancette di questi giorni, il becco di un centesimo, quando parliamo degli investimenti, della ristrutturazione, fino a settembre dell’anno prossimo. Da qui a settembre dell’anno prossimo, facciamo in tempo a sparire. Spariscono dei settori, spariscono delle professioni, spariscono delle relazioni, spariscono una miriade di cose. In più, per la finanza siamo letteralmente prigionieri dei nostri colleghi europei, soprattutto Germania e Francia, le quali da un lato sono nelle condizioni critiche anche loro, dall’altro, sono strapiene di pregiudizi e di interessi concorrenziali con i nostri. Abbiamo bisogno della meccanica pesante, abbiamo bisogno della metallurgia, ogni volta la domanda è: si fanno in Germania, si fanno in Francia o si fanno in Italia? Chi ne fa di più? Io vedo il vaso di coccio nostro che si scontra quotidianamente con i vasi di ferro tedesco e francese. E hai voglia a dire: i progetti li approviamo assieme. Ho capito, ma tu li approvi assieme a due giganti e tu sei il vaso di coccio. Allora l’idea che loro ci concedano i privilegi nei settori industriali e tecnologici di avanguardia, beh, veramente mi sembra una idea campata in aria. La dica pure il presidente del Consiglio, la dica pure un commissario europeo, ma restano pur sempre idee sciocche, solo speranze basate sul nulla. Gli interessi di quelli più grossi, di quelli più importanti di noi prevarranno, ma inevitabilmente, e non possiamo neanche fargliene una colpa, non possiamo dire che i tedeschi daranno la priorità ai nostri interessi. E te credo, dicono a Roma. E poi, da ultimo, vedo una terza deriva. Ed è una roba che ignoriamo e sottovalutiamo in continuazione…

Vale a dire?
La debolezza rappresentativa del Governo. Nella migliore delle ipotesi, quello in carica rappresenta mezzo Paese, in realtà sappiamo benissimo che non rappresenta nemmeno mezzo Paese, perché a parte i sondaggi, le indagini demoscopiche dicono che questa maggioranza parlamentare non gode del sostegno della maggioranza elettorale. Certo, uno può dire: ma che importa? Perché la Costituzione, le regole elettorali… Tutte sciocchezze. In tempi di crisi conta la gente in carne e ossa. Vede, lei parla con un liberale da sempre. Io do una importanza enorme alle forme istituzionali, perché sono la roba per la quale siamo nati. I liberali nel mondo storicamente sono nati perché avevano detto: cerchiamo di essere governati dalle leggi e non dall’umore dell’uomo. Ho capito, va benissimo, ma in tempi di crisi pandemica, possiamo essere in balia di formalisti da quattro soldi. Qualunque persona di buon senso dice: se non c’è la verifica del consenso dei cittadini, la volontà popolare come diavolo facciamo a valutarla? Obiettano: il costituzionalismo prevede che si voti ogni cinque anni. Ma che sciocchezze! Se i The Federalist papers fossero stati scritti in questo modo, sarebbero stati inesorabilmente bocciati dalla storia.

Esiste oggi un problema di rimodellamento delle forme della rappresentanza istituzionale?
Questo è un problema storico molto grosso, perché è intervenuta la rivoluzione tecnologica e oggi possono dire tutto su tutto. I sondaggi crescono come funghi, ma in precedenza parlavo di indagini demoscopiche, che sono altra cosa, perché per sapere questo non puoi intervistare mille persone. Io ho grande fiducia nei miei colleghi universitari statistici, ma questa è una stupidaggine, perché il problema principale non è la preferenza, è l’intensità delle preferenze. La rappresentanza deve cambiare: non si può votare ogni cinque anni sulla base di una scheda elettorale e della preferenza di un partito che ti cambia nei cinque anni, tre-quattro volte. Perché salta tutto. Il meccanismo rappresentativo deve essere basato sui contenuti, non può essere basato sulle persone, e men che meno sulle cosiddette ideologie, che hanno dato molto nell’800 e agli inizi del ‘900, ma oggi non esistono più. Bisogna ripensare il sistema rappresentativo, con le scoperte tecnologiche contemporanee. Oggi l’intensità del voto la si può misurare in tanti modi, ma devi fare un’altra cosa. Non puoi fare le urne elettorali aperte dalla mattina alle 8:00 e chiuse la sera a mezzanotte. Né puoi surrogarle con questi sondaggi così elementari, ma incredibilmente rozzi e iper semplificatori. Tutti i giornali, tutti i giorni hanno le simulazioni elettorali. Ma cosa valgono queste cose, rispetto alle votazioni effettive che ci saranno, quelle a cui accennava lei, le Regionali? Primo punto. Secondo punto: noi non possiamo mica andare con un elettore su quattro, o un elettore su tre che ha votato, e dire: quella è la volontà popolare. Ma ci prendiamo in giro?

Questo mette in gioco anche quello che resta di uno dei perni della nostra democrazia: il sistema dei partiti?
Lo è stato, un perno, perché in parte reggevano le ideologie, e i partiti erano dei contenitori pieni e non contenitori vuoti. Oggi questo non c’è più. Tenga presente che sia negli anni 90, quando noi fondammo Forza Italia, e a maggior ragione oggi quando è emerso il Movimento 5 Stelle, noi stiamo attraversando una incredibile, tellurica crisi di rappresentatività. Nessuno rappresenta più nessuno, veramente, perché chiunque di noi, se parla con il suo amico, dice o si sente dire: forse voterò tizio ma non sono d’accordo su questo, non sono d’accordo su quest’altro. In realtà, se vogliamo dirla tutta, i partiti non rappresentano quasi niente più. E le liste elettorali rappresentano, quando va bene, movimenti di opinione pubblica: la Lega dice che c’è il pericolo dell’immigrazione clandestina, quell’altro dice un’altra cosa ancora, il presidente del Consiglio, come ultimo, bravissimo devo dire, dei democristiani, non dice mai niente di solido, perché galleggia. È un salvagente formidabile, e quindi dice tutto e il contrario di tutto. Come tutti i democristiani d’antan cerca di dire il meno possibile.

Il suo è un atto d’amore verso un Paese che l’ha deluso.
Deluso è dire poco. Perché ha fallito. Io mi metto tra quelli che hanno fallito. Perché io ho creduto che Berlusconi potesse fare la rivoluzione liberale, il che, detto oggi, fa ridere i polli. Io ci ho creduto perché c’era la crisi e non volevo il mio amico Occhetto presidente del Consiglio. E allora ho detto: no, scusate, proviamo questo qui: è un imprenditore, ha creato una grande impresa. Poi questo qui, purtroppo, ha cominciato subito a fare l’alleanza con Fini, ha proseguito col fare l’alleanza, che io ho cercato di rafforzare, con la Lega, ma la Lega o diventava federalista sul serio, o sarebbe diventata un problema per il Paese. E di fatto è un problema, e, purtroppo, non è diventata federalista, nel senso di una visione della società, una visione dei rapporti tra uomini, una visione dei rapporti tra gruppi politici. Qui non c’è né Madison, né Jefferson, qui non c’è nessuno.

Professor Urbani, quando legge paginate di giornali riempite di polemiche sui “furbetti del bonus Inps”, lei che reazione ha?
Di grande malinconia. Quando si diceva una volta: se mi dicono che hanno rubato una mela è una cosa, se mi dicono che hanno rubato centomila miliardi è un’altra. Nel secondo caso, sono in presenza di un mascalzone pericolosissimo, nel primo caso, sono in presenza di un affamato. I vecchi contenuti pieni vengono cambiati con gli attuali vuoti. È proprio robetta. E lo dico, mi creda, senza alterigia o falso moralismo. Lo dico perché subiamo la robetta, e di ciò mi dolgo. Una espressione divenuta da noi totalmente priva di senso è quella di classe dirigente. Non c’è la classe e non è dirigente.