La condizione della giustizia penale, in Italia, è così cangiante e ricca di sfumature che è impossibile darne un quadro di insieme aggiornato ed attendibile. Per restare sul piano delle notizie attualmente di maggiore impatto, si può registrare, da un lato, che le inchieste sulla loggia Ungheria languono, dimenticate da giornali e giornaloni ed ormai annegate nella calura estiva e, dall’altro, che vi è un vivace schioppettio delle inchieste a carico di Renzi, che sembrano destinate a ravvivare la stanca cronaca giudiziaria di questi mesi estivi, ed anche oltre.

In mezzo due vicende: quella della riforma della giustizia penale, dibattutissima nonostante, come ha messo bene in evidenza Valerio Spigarelli su questo giornale, non contenga niente di epocale e quella della pretesa che il Consiglio Superiore della Magistratura intende, costituendosi in giudizio al fianco del procuratore di Roma Prestipino contro Viola, formulare alla Corte di Cassazione, composta da propri amministrati, di inibire alla Giustizia amministrativa qualsiasi controllo sull’esercizio del potere discrezionale, di cui è titolare. Sullo sfondo la notizia di una raccolta firme per i referendum che, settimana dopo settimana, sta incontrando un successo di proporzioni tali da essere inaspettato anche per i più ottimisti.

La sensazione generale non può, allora, che essere quella dell’esistenza di una estrema confusione. Né le forze politiche sembrano in grado di portare un contributo di chiarezza. La assoluta maggioranza di esse è convinta che la via migliore per raccogliere il consenso sia quella di mostrare un atteggiamento inflessibile su questo argomento: così i Cinque Stelle, così la Lega, così Fratelli d’Italia, così il Pd, così Articolo1. Le implicazioni di questo atteggiamento sono tante. Una di esse, probabilmente la più importante, è l’elefantiasi del diritto penale italiano. L’ordinamento contempla ben oltre 6000 (proprio così seimila!) fattispecie di reato. Come se non bastasse ad esse si aggiungono quelle di creazione meramente giurisprudenziale: la figura emblematica è quella del concorso esterno in associazione mafiosa, i cui contorni sono del tutto indefiniti, ma che permette di incarcerare chiunque, specie se ha la sfortuna di vivere e di emergere in quelle terre, in cui l’ignavia dello stato ha consentito di prosperare alla criminalità organizzata. Questo stato di cose ha l’effetto di rendere incerto ed imprevedibile proprio il settore, quello del diritto penale, in cui maggiori dovrebbero essere le certezze per i cittadini.

Inoltre, e soprattutto, quello, che dovrebbe essere l’ambito, in cui più forte dovrebbe emergere l’eguaglianza di tutti di fronte alla legge, diventa l’ambito, nel quale maggiori possono essere gli abusi e le disparità di trattamento. E maggiori, comunque, sono i sospetti di abuso e di disparità di trattamento. In un paese nel quale l’ordinamento prevede oltre seimila reati ed altri ne aggiunge l’interpretazione giudiziale, troppo spesso la commissione di un reato diventa un disgraziato fatto occasionale, nel quale chiunque può incorrere. Al tempo stesso, nel momento in cui vige la regola della obbligatorietà dell’azione penale e contemporaneamente non vi sono e mai potranno esservi le risorse per celebrare il numero enorme di processi corrispondenti ad ogni reato commesso, la giustizia penale e, anzi, la possibilità di essere assoggettati o no ad un processo penale diventa frutto dell’arbitrio di chi sceglie quali processi mandare avanti e quali no. La netta sensazione, dunque, è che si sia in presenza di una situazione, nella quale al diritto si sostituisce la legge del più forte, con tutte le ingiustizie palesi e, più spesso occultate, che questo comporta.

Si è scritto, con riferimento alla funzione del diritto e del sistema giustizia, che «nella postmodernità, dove si tratta di razionalizzare la conflittualità sociale spesso innescata dalla legge stessa…..si acuiscono le esigenze di razionalizzazione in termini di controllo della conflittualità» (Fabrizio Di Marzio, La ricerca del diritto, Bari, 2021). Ebbene, quale apporto di razionalità può dare un sistema, quale quello penale italiano, dominato dall’irrazionalità fino al punto da lasciare addirittura spazio anche all’arbitrio individuale? Piuttosto che un momento di razionalizzazione, il sistema penale diventa un elemento di destabilizzazione, un moltiplicatore di irrazionalità. E finisce, per questa strada, con l’aggredire alle fondamenta la credibilità dell’intero sistema paese. Del resto, se non ci si limiti a considerare l’aspetto formale delle richieste dell’Unione Europea per concedere i finanziamenti previsti dal New Generation Eu, tutte concentrate sulla tempistica dei processi, e si passi a considerare le reazioni dei giuristi degli altri paesi a molte decisioni della giustizia italiana, non può sfuggire l’esistenza di un complessivo giudizio di larga inaffidabilità.

Se, allora, il tema di maggiore rilievo è quello di restituire un profilo di attendibile razionalità al sistema della giustizia penale, il punto di partenza per poter sperare realisticamente di conseguire il risultato non può che essere la prospettiva di una drastica riduzione delle fattispecie di reato. Che non possono essere, in un sistema efficiente, oltre seimila. Non si tratta, come spesso si auspica, di cancellare i soli reati bagatellari. L’evoluzione, specie negli ultimi decenni, dell’ordinamento italiano ha dovuto registrare una vera e propria caduta libera della efficienza della pubblica amministrazione. Ciò è accaduto anche in comparti vitali della vita sociale. La reazione non è stata quella di combattere tale caduta di efficienza con gli strumenti propri per restituire capacità di azione alla pubblica amministrazione: costante aggiornamento del personale, attrezzature adeguate ai tempi, digitalizzazione, valorizzazione del merito, etc.

Lo strumento, di grande impatto mediatico, ma di scarsa efficacia concreta, è stato quello di scaricare sui cittadini una serie di obblighi, accompagnati, invece che dall’assistenza di una amministrazione efficiente, da un numero crescente di sanzioni penali. Di qui nasce l’attuale situazione caotica, in cui è irrimediabilmente precipitata la giustizia penale. È per questo che, per restituire l’ordinamento, innanzitutto quello penale, alla sua funzione di elemento di razionalizzazione dei conflitti, è necessario ed urgente che si proceda ad una drastica riduzione delle fattispecie di reato, accompagnata da un deciso recupero di efficienza della pubblica amministrazione. Il vento che spira con forza sulle vele dei referendum potrebbe dare l’abbrivio per un movimento di riforma più ampio ed armonico.