Caro Riformista, chi scrive è stato molte volte membro della commissione per gli esami di avvocato della Corte di Appello di Napoli e anche componente della commissione didattica del Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II e pensa di potere aggiungere qualche osservazione intorno alla solita questione dei bassi numeri di ammessi agli orali dell’esame stesso che si ripropone ogni anno, accendendo dibattiti, recriminazioni e proposte. Incominciando dalla formazione universitaria, è fuor di dubbio che essa debba essere in primo luogo culturale, ma questo non vuole dire necessariamente astratta. Occorre perciò spingere sul pedale dei corsi teorico-pratici, “clinici” – come li invocava già Francesco Carnelutti novant’anni fa – impartiti tanto da docenti quanto da altre figure professionali legali, con laboratori di scrittura di atti, processi simulati, confronto con la giurisprudenza.

Solo così le lauree potranno essere abilitanti, come ha chiesto l’ex rettore della Federico II, Guido Trombetti, sulle colonne di Repubblica. In mancanza, no: il solo studio dai libri (quello che attualmente si svolge) non serve e non basta a essere un ponte verso la professione. Lascerò per pensionamento il servizio di ruolo dal prossimo primo novembre, ma questa è la direzione che da noi abbiamo ora appunto intrapreso. I Consigli dell’Ordine devono fare la loro parte. Ho insegnato tanto nella scuola organizzata da questo organismo presso il Tribunale di Torre Annunziata, che ho anche co-diretto, quanto in quella delle professioni legali della Federico II.

A mio parere, la superiorità del modello della prima su quello della seconda è netta. A un certo punto, basta lezioni d’aula, occorre la discussione collettiva dei casi, guidati da un avvocato esperto e ascoltando la voce di magistrati, funzionari di polizia, consulenti tecnici, ma anche di qualche scrittore di romanzi in materia (ah, quanto c’è bisogno di scrivere bene, il che si apprende in un solo modo: leggendo chi sa farlo). L’esame di Stato non dovrebbe più consistere i compitini di dubbia originalità, visto che non si è mai riusciti veramente a impedire contatti con l’esterno, ma l’acquisizione dell’abilità necessaria a essere un buon professionista dovrebbe essere valutata in colloqui periodici che verifichino il progressivo incremento di autonomia di gestione e maturazione dell’aspirante avvocato, di capacità di comprensione critica del caso, nonché il modo (non appreso da libri, ma “succhiato” dall’ambiente) di rapportarsi correttamente con colleghi e clienti.

Per evitare favoritismi, queste attività si svolgano presso un Consiglio dell’Ordine forense diverso da quello di iscrizione, ma non accada più di attendere come oggi la pubblicazione dei risultati per sapere se si è pescato “il biglietto giusto della lotteria”. Infine, l’esercizio professionale dei giovani avvocati: oggi l’etichetta dell’ “insegnamento pratico” spesso nasconde forme di sfruttamento. È venuto il tempo di porsi il problema, approvando disegni di legge che pendono alle Camere per l’equa retribuzione. Siccome, però, è vero che troppo spesso anche i domini sono davvero essi per primi in difficoltà economica, in un mercato inflazionato e perennemente in crisi, dev’essere la ricca Cassa di previdenza e assistenza degli avvocati (che così incentiverà futuri iscritti e contribuenti, non farà certo beneficenza) ad assumere quest’onere, dividendolo coi titolari degli studi e con lo Stato, che erogherà una parte di detta retribuzione.