Liste e collegi, ma non solo. Il centrodestra discute anche del programma. E discute davvero, anche alzando i toni. Il vertice iniziato ieri sera ha visto il leader leghista Matteo Salvini porre il tema dell’autonomia regionale come punto qualificante della coalizione. È una esigenza tutta leghista – di cui Salvini aveva parlato a Chioggia, dopo aver incontrato Luca Zaia con cui sta provando a ricucire – che Giorgia Meloni vede come il fumo negli occhi. Fdi vuole imporre il suo modello di Stato centrale forte, altroché autonomia. Ma la Lega non rinuncia a una delle sue battaglie di bandiera. “Ho chiesto al governatore Zaia e Fontana il progetto sull’autonomia, su cui chiederò la firma di Meloni e Berlusconi perché – patti chiari e amicizia lunga – abbiamo già perso troppi anni con Pd e 5 stelle”, conferma Salvini, parlando con i cronisti in Veneto. “Con un nuovo governo a ottobre, si potrà finalmente chiudere la partita e conto che su questo il centrodestra sia compatto”, insiste. “Al tavolo del programma la Lega chiederà agli alleati di firmare per essere omogenei dopo una eventuale vittoria, alcuni accordi”, ha anticipato. Le priorità indicate da Salvini sono “lavoro, tasse e sicurezza”, dalla flat tax al 15% da estendere ai dipendenti e taglio dell’Iva sui beni di prima necessità, l’autonomia.

Quanto al presidenzialismo, “non siamo al mercato non c’è nessuno scambio con l’autonomia. Sono assolutamente d’accordo su una riforma presidenziali ma non ci sono scambi”. “Un punto fermo non discutibile sarà l’azzeramento della legge Fornero e l’avvicinamento a quota 41”, conclude. Anche in Fdi, nessuno vuole sentire parlare di scambi tra presidenzialismo e autonomia. “Ricordiamo che Salvini, come noi e dopo un lungo percorso della Lega iniziato da posizioni differenti, ha già da tempo sposato il presidenzialismo come garanzia della sovranità popolare e di efficienza dello Stato”, scandisce il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida. “Identico processo che abbiamo fatto noi sull’autonomia, inteso come percorso parallelo con le stesse finalità”. Nel frattempo Fratelli d’Italia corre: nei sondaggi è al 23,6% e secondo gli analisti può superare il 25%. A correre e forse a precorrere i tempi, nel centrodestra, è chi vuole rendere noto il Totogoverno, anzitempo. Matteo Salvini vuole bruciare le tappe e mettere già in campo nomi noti, acchiappavoti. FdI è contraria al metodo, anche perché i pesi e i contrappesi si possono fare solo dopo il voto. Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia, media: “Può essere utile, non è vietato”. In ballo ci sono una ventina di posizioni da ministro e pare una cinquantina tra viceministri e sottosegretari. 70 nomine sulle quali converrà fare un ragionamento, per capire il senso della disputa sul Totogoverno. Se FdI arrivasse, com’è lecito ipotizzare, prima, è a lei che andrebbe l’onere della guida dell’esecutivo. Ma nessuna legge impone al segretario del partito che vince di guidare l’esecutivo (come invece succede in Uk).

Meloni potrebbe decidere di indicare Giulio Tremonti, per esempio. Oppure Carlo Nordio. Ma sarà lei a dirlo e solo all’ultimo: le strategie elettorali non consigliano certo ai leader di preannunciare ai propri elettori il passo indietro, in caso di successo. Salvini sa che Meloni non conta di presiedere l’esecutivo in prima persona, e punta a farla uscire allo scoperto: se riuscisse, potrebbe arginare l’emorragia di voti che dal Carroccio vanno a Fdi. E c’è poi da considerare che a seconda del profilo dell’incaricato va immaginata una composizione diversa dell’esecutivo. Con una costante: la quasi totalità dei settanta nomi sarà composta da figure di spicco dei partiti della coalizione che non hanno trovato un posto tra Camera e Senato. Regola che varrà soprattutto per i viceministri e i sottosegretari. Il sottogoverno diventa una Camera di compensazione per chi è rimasto a piedi, e per le figure tecniche che i partiti vorranno indicare in loro quota. La coalizione comprende oltre ai tre grandi, Fdi, Lega e Forza Italia, i tre partiti minori: Coraggio Italia, Udc e Noi con l’Italia. Ciascuno con i suoi dirigenti, le sue correnti, le sue dinamiche. Le sigle e siglette che si annidano alla loro ombra sono innumerevoli. E le trattative sono volte a garantire un posto al Sole per tutti. I partitini, per esempio, hanno avuto già le loro rassicurazioni. Alla piccola Noi con l’Italia di Maurizio Lupi, che nei sondaggi galleggia all’1%, sarebbero stati promessi ben quattro posti da sottosegretario se il bottino elettorale si confermasse magro in termini di seggi. Tutte le nomenclature vogliono garanzie. E figuriamoci quanto sbattono i pugni quelle che, la prossima settimana, vorranno vedere nero su bianco il loro nome in un collegio sicuro. La prossima settimana la coalizione entrerà nel vivo della trattativa. E si aprirà il suk su quelli “sicuri”.

Dopo il vertice fiume di mercoledì scorso, conclusosi con l’accordo sulla premiership e la ripartizione degli uninominali, oggi dovrebbero tornare a riunirsi i leader per fare il punto della situazione, ma non ci sono conferme a riguardo. Di certo, raccontano fonti parlamentari, alle 10.30, presso gli uffici del gruppo Lega a Montecitorio si terrà una riunione con gli esperti di ciascun partito della coalizione, i cosiddetti sherpa. Stiamo parlando di Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli per Fdi; Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti per la Lega; il governatore Roberto Occhiuto, i deputati Gregorio Fontana e Alessandro Sorte per Forza Italia; il senatore Antonio De Poli per l’Udc, Maurizio Lupi per Noi con l’Italia e un rappresentante di Coraggio Italia. Sul tavolo ci sarà anche il caso dei centristi, dopo i malumori in casa Udc sulla quota di undici uninominali assegnata ai “piccoli”. Il partito di Lorenzo Cesa, che si ritiene penalizzato, ancora non è chiaro se verrà considerato a “carico” di Fi (e in quel caso correrà in lista con il partito di Silvio Berlusconi) o dovrà suddivide insieme a Coraggio Italia e Noi con l’Italia gli undici seggi concessi da Fdi. Alla riunione dei tecnici, l’Udc, riferiscono, porrà il problema per riaprire il dossier con l’obiettivo di ricalibrare i collegi. In attesa di questo incontro, nel fine settimana continueranno incontri e contatti per provare a sciogliere tutti i nodi irrisolti e arrivare al nuovo summit dei leader con il terreno sminato.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.