Ci viene spiegato, con la gravità che si deve alle cose serie, che la nuova legge elettorale rafforzerà il bipolarismo. Due coalizioni, due candidati premier, un vincitore proclamato la sera stessa del voto. Per come è congegnata, credo sia vero l’esatto contrario, un caso da manuale di eterogenesi dei fini. Questa legge il bipolarismo non lo rafforza, è destinata a scardinarlo. E per accorgersene potrebbe non esserci nemmeno bisogno di aspettare lo spoglio la sera delle elezioni. Le coalizioni italiane non sono nate da affinità politiche, ma per necessità elettorale. Prima i collegi uninominali del Mattarellum, tre quarti dei seggi, dove chi correva da solo raccoglieva le briciole. Poi il premio, che il Porcellum assegnava alla prima coalizione, anche al 30%. Con il Rosatellum oltre un terzo di deputati e senatori si elegge ancora oggi nei collegi uninominali, il che obbliga partiti che mal si sopportano a stare in coalizione e presentare candidati comuni.

La nuova legge cancella in un sol colpo entrambe le ragioni che hanno sorretto per decenni il bipolarismo nostrano. Da un lato, i collegi uninominali scompaiono e si torna a collegi con liste per ogni singolo partito. Dall’altro, se è vero che resta sulla carta il correttivo del premio, è anche vero che scatta soltanto sopra il 42% in entrambe le Camere. Quel 42% che pare oggi alla portata, seppur di stretta misura, del campo largo. Ora, è fin troppo evidente che la coalizione abitata da Cinque Stelle e Pd, litigiosa com’è su tutto, ha un senso finché lo stare insieme lascia una ragionevole speranza di agguantare il premio. Divisi sull’Ucraina, sull’Europa, sulle tasse, sui migranti, li tiene insieme la sola prospettiva di vincere. Ma se lo scenario dovesse variare anche solo di poco, se un sondaggio rendesse evidente che il 42% non fosse più alla portata del campo largo, c’è da credere che un minuto dopo la coalizione, che già scricchiola, comincerebbe a sgretolarsi, ancor prima del voto.

Fantascienza? Niente affatto, probabile cronaca dei prossimi mesi. Basta che il duo Grillo-Di Battista (al quale vanno gli auguri di pronta guarigione) porti alle urne una lista a lato del campo progressista, si chiami Schierarsi, Zero Stelle o altrimenti, capace di drenare un 2% o 3%, ed ecco che, scomparsi i collegi uninominali, svanirebbe anche l’unico residuo collante del campo largo, l’aspirazione al 42%. Provate a mettervi nei panni di Conte. Quale interesse avrebbe a giocarsi le primarie con Schlein per una coalizione che di certo non agguanterà il premio, quando fuori dalla coalizione potrebbe parlare senza filtri e senza condizionamenti al proprio elettorato, che non ha mai digerito il Pd, e meglio arginare il drenaggio di voti da parte di un Grillo? Con ogni probabilità, nessuno.

A destra non c’è nemmeno bisogno di immaginare un simile scenario, è già così da qualche mese. Vannacci è fuori dalla coalizione e senza i suoi sette-otto punti il centrodestra viaggia ormai stabilmente sotto la soglia. L’ex Generale non ha alcun interesse a rientrarvi, e Meloni, dal giorno in cui il 42% non fosse più alla portata nemmeno del campo largo, non ne avrebbe alcuno a imbarcarlo. Insomma, basta che spunti un “Grillo due la vendetta” a lato del campo largo perché sia evidente che nessuna delle due coalizioni raggiungerà il 42%, e a quel punto l’effetto tana libera tutti è assicurato. Un tana libera tutti destinato a manifestarsi già al primo sondaggio credibile. Del resto, Grillo il bipolarismo lo ha già messo in crisi una volta, con il boom dei Cinque Stelle. Allora gli occorse un quarto dei voti degli italiani. Oggi, complice la nuova legge, gli basta qualche misero punto percentuale per sconvolgere nuovamente il quadro della politica italiana.

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