Posso dire che la teologia e la riflessione teologica diventano fumose quando si applicano ai drammatici problemi del nostro tempo? Penso alla guerra in corso in Europa. E mi riferisco a due commenti di questi ultimi giorni che mi è accaduto di leggere. Il primo è di don Giuseppe Lorizio, per tanti anni docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università lateranense. Su Famiglia Cristiana (dove scrive abitualmente) ha rilevato qualche giorno fa che il “male antropologico” – traduco: la sofferenza che esseri umani infliggono ad altri esseri umani, magari obbedendo a degli ordini – va definito secondo la categoria del “peccato”. E di fronte al “peccato” la neutralità è impossibile: è necessario porsi dalla parte di chi soffre, di chi è vittima, soprattutto se incolpevole e innocente. E aggiunge, completando il ragionamento (che ho sintetizzato alquanto): Gesù «di fronte al male storico, lo ha subito, ma seminando nel cuore degli uomini se non il vero, il bene e il bello, almeno il loro anelito, perché abbiano a convertirsi ad essi. L’evento della risurrezione dice innanzitutto che Dio (il Padre) è dalla sua parte e non da quella di chi infligge dolore e morte all’umanità».

Il secondo commento è di Enzo Bianchi su La Repubblica. Nella consueta nota del lunedì mattina scrive del mondo ortodosso. Finora lo consideriamo lacerato dalla guerra, che è il conflitto che oppone cristiani ad altri cristiani, tutti appunto della stessa fede e tutti un tempo non lontano sotto la medesima Chiesa. Ad avviso di Bianchi la guerra sta producendo un fatto nuovo, cioè una richiesta di unità tra Chiese ortodosse iper-divise. Quindi si starebbero in qualche modo ricucendo i rapporti tra la Chiesa ortodossa ucraina autocefala e quella ucraina legata a Mosca. E questo spingerà anche il Patriarcato di Mosca a cambiare posizione, prima o poi, perché già oggi si sta minando la forte saldatura con il potere politico al comando al Cremlino. Una visione basata su alcuni segnali che Bianchi raccoglie e sintetizza. Solo segnali, dobbiamo dire, mentre il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, cui spetta il titolo di “primus inter pares”, al momento non si sa cosa stia facendo. Insomma Bianchi è molto ottimista.

E allora cosa non va nelle due analisi citate? Della prima partirei dal titolo che la redazione ha dato alla riflessione di monsignor Lorizio: “Dov’è Dio sotto i bombardamenti di Kiev?”. Ecco forse è il caso di dire che con le bombe, Dio non c’entra niente. Ed anzi sarebbe il caso di smetterla di chiedersi dove sia Dio quando accade qualche calamità. Semplicemente Dio non c’entra. Sono gli esseri umani a fare la storia, nel bene e nel male. Anzi, direi di più. Questo chiedersi ossessivamente dove sia Dio è un atteggiamento ateo. Sì, ateo; mascherato bene, certamente, però molto ateo. Perché si mette Dio dove non c’entra affatto, cioè nelle questioni geopolitiche a loro volta legate a potere personale e poteri pubblici, economia, interessi molto umani e molto meschini, capaci di produrre sofferenze atroci i cui effetti negativi sulle persone e sulle popolazioni sono destinati a durare decenni e a imprimere un corso non pacifico alla storia dei popoli.

Voglio dire che nel valutare o analizzare il conflitto in corso con gli occhiali della teologia, le categorie (teologiche) di “peccato” e “male” non ci aiutano affatto. Il giudizio morale non cambia il corso degli eventi se non smaschera gli interessi sottesi di cui l’ideologia è copertura. Quindi se la teologia non serve, a cosa possiamo fare ricorso? Alla religione. Anzi alle religioni. Loro sì, in quanto concretizzazioni storiche della teologia, possono operare molto, sia a favore del benessere oppure a favore del malessere, costruendo ponti o producendo divisioni tremende. Quindi le religioni cosa devono fare? Nel caso in questione abbiamo a che fare con una religione sola: quella cristiana che appare su fronti abbastanza diversi: i cattolici seguono il Papa nel condannare la guerra; i cristiani ortodossi hanno varie anime, ed il mondo protestante pure. Tutti cristiani ma di pedigree diversi (il Nuovo Testamento è uno solo, ma le interpretazioni si sparpagliano…). È ancora possibile permettersi questo lusso, oggi? Sappiamo bene cosa accade quando il cristianesimo diventa strumento asservito al potere politico come è storicamente avvenuto per l’ortodossia. L’anglicanesimo è nato così. Ed il cattolicesimo si è schierato a lungo dalla parte del potere politico di turno, dovendo aspettare metà Novecento con il Concilio Vaticano II per sganciarsi dall’identificazione con i regimi politici.

Quindi che si potrebbe fare? Dal punto di vista teologico si potrebbe superare il concetto onnicomprensivo di “male” e declinarlo in maniera più precisa. Ad esempio utilizzando qualche risorsa delle scienze umane, mettendo meglio a fuoco le dinamiche di potere e come si articolano attraverso gli strumenti di controllo e di dominio messi a disposizione dall’economia, dalla finanza, dalla comunicazione di massa, nella misura in cui la volontà di prevalere la fa da padrona. E vedere quali contromisure una società possa e debba mettere in azione per tutelare i propri cittadini dallo strapotere di pochi. E già sarebbe un passo avanti. Un secondo passo avanti sarebbe molto concreto. Lo ha suggerito giorni fa un arcivescovo che i lettori de Il Riformista conoscono bene. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha parlato di un “sogno”, e cioè di una presa di posizione unanime contro la guerra da parte del mondo cristiano tutto. Ma oggi anche questo “sogno” sembra troppo poco. Serve un sogno più grande, un sogno planetario, una riscossa che segni una cesura indelebile tra un prima e un dopo nella storia. Un momento in cui, nel futuro, gli storici possano dire: da questo giorno comincia un’epoca diversa, l’epoca in cui l’umanità ha cambiato direzione e la storia delle religioni pure.

Un momento che si costruisce con i fatti, anzi con un fatto soltanto. Il mio “sogno” è un aereo o un convoglio, che arrivi alla frontiera Russia-Ucraina oppure direttamente sulla Piazza Rossa, con a bordo Papa, Arcivescovo di Canterbury, Patriarca di Costantinopoli. Per dire a politici e gente comune: siamo qui perché due miliardi di cristiani dietro di noi e con noi vogliono la pace, subito e senza altre condizioni. Pace cioè rispetto di tutti e ricerca di soluzioni efficaci. Non la pace delle armi che lascia sempre degli sconfitti e provocherà nuovi conflitti. Ecco cosa si dovrebbe fare, per dare un seguito agli appelli, alle preghiere, alle richieste di smetterla di imporre sofferenze ingiuste ed inutili. Solo così inizierebbe una nuova visione e una nuova era nella storia umana. Con una chiosa, piccola però a mio avviso significativa: per non iscrivermi nel folto gruppo di quelli che strepitano “armiamoci e partite” – tanto la guerra o la pace la fanno sempre gli altri – mi candido a partecipare al gruppo e rischiare di mio. Perché sarebbe ora di fare qualcosa: pregare va bene, però servono gesti inequivocabili e forti. Dio non c’entra con la guerra che è cosa voluta dagli esseri umani per scopi ignobili. Però, appunto, la religione c’entra eccome. E allora diamoci da fare.

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).