Il conflitto
Non siamo “Pasquale”. L’illusione europea davanti alla guerra con l’Iran
C’è una celebre boutade del grande Totò che descrive l’atteggiamento dell’Unione europea nei confronti della guerra nel Golfo. Un signore si accorge che, dall’altra parte della strada dove passeggia, un energumeno ha incantonato un passante e gli molla dei sonori ceffoni; ma ciò che sorprende l’osservatore è il comportamento del malcapitato che ad ogni schiaffone risponde con un’inarrestabile risata. Quando l’aggressione finisce e il prepotente si allontana, il signore si avvicina alla vittima per vedere ha bisogno di aiuto, ma non resiste alla tentazione di domandargli che cosa trovasse di tanto divertente nel prendere schiaffi. E riceve la seguente risposta: “Quello mi aveva preso per Pasquale, ma aveva sbagliato persona perché io non mi chiamo così”.
Ecco. Noi europei sosteniamo che quanto sta avvenendo a due passi dal Mare Nostrum non ci riguarda, perché non partecipiamo alla guerra di Donald Trump all’Iran né tanto meno a quella di Israele contro Hezbollah. Anzi riteniamo queste azioni contrarie al diritto internazionale. Come il malcapitato del racconto prendiamo gli schiaffi, ma ci consoliamo perché non ci chiamiamo Pasquale. Siamo noi il bersaglio “per procura” della reazione degli ayatollah ai bombardamenti Usa; ancora noi le principali vittime della strategia iraniana: quella di provocare – senza troppi riguardi per il diritto internazionale – una recessione mondiale dell’Occidente, privandolo a lungo delle forniture energetiche indispensabili alla sua economia e alle esigenze del vivere civile.
Certamente, una recessione su scala mondiale, prima o poi, creerebbe problemi seri anche al Grande e al Piccolo Satana. Tuttavia, nelle azioni dell’Iran (la chiusura dello Stretto di Hormuz e la distruzione di importanti impianti negli Stati arabi, per nulla coinvolti nella guerra, la mobilitazione di Hezbollah e degli Houti) è emerso chiaramente che il regime considera nemico tutto l’Occidente e i suoi alleati di diritto o di fatto, a prescindere dalla loro partecipazione al conflitto. Le cancellerie europee (compresa l’Italia) hanno manifestato una certa comprensione per quella linea strategica degli ayatollah, come se fosse giustificata dall’aggressione americana. Una comprensione che, per certi aspetti, ricorda gli atteggiamenti di taluni settori politici e di opinione pubblica nei confronti dei massacri del 7 ottobre, elevati addirittura al valore della resistenza contro il colonialismo israeliano.
L’Europa – anche nel caso dei volonterosi – non ha voluto assumersi alcuna responsabilità per impedire il blocco dello Stretto: una misura di vera e propria guerra nei suoi confronti. Ha preferito prepararsi a sopportare conseguenze gravissime – il cui rischio non è venuto meno per effetto della tregua – piuttosto che adoperarsi per ristabilire la legalità internazionale violata (che è quanto si è verificato nello Stretto di Hormuz anche nei confronti di un naviglio battente bandiera di Paesi non impegnati nella guerra). Ormai la linea di condotta dell’Unione è quella di arrivare dopo, quando tutto è finito. Come in Ucraina, i “volenterosi” si dichiarano disposti a mandare truppe di interposizione solo dopo un’eventuale tregua, così in quel braccio di mare vi sono molte esitazioni nel partecipare a garantire (a proposito di diritto internazionale) la libertà di navigazione.
Poi bisognerà pure mettersi d’accordo su alcuni aspetti cruciali e determinanti: la minaccia nucleare iraniana è un’invenzione come il possesso di armi chimiche attribuito a Saddam Hussein oppure una minaccia reale? E se è così, è legittimato Israele a prendere sul serio quei propositi di cancellazione dell’entità sionista che non sono sottintesi ma espliciti? Quanto al Libano, è ammesso nei canoni del diritto internazionale che uno Stato sovrano non sia in grado di controllare una milizia armata che dal suo territorio bombarda un Paese vicino, senza che esso non possa difendersi, agendo in proprio? Tutto ciò mentre le missioni militari dell’Onu concorrono a dimostra l’inutilità e l’impotenza di questa istituzione di altri tempi.
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