Le avventure del “Collegio Romano”, unitamente alle polemiche legate alla Biennale e – per restare in laguna – alla stessa vicenda che ha portato alla nomina, alle contestazioni e poi al licenziamento dal Teatro La Fenice di Beatrice Venezi, hanno riaperto il dibattito sul rapporto tra destra e politiche culturali, tra destra e “sistema cultura”.

Si tratta di un tema delicato e sofferto, alla luce anche di quell’ottimismo con il quale si era prospettato un cambio radicale di passo rispetto a quell’egemonia che, in Italia, ha portato il nostro panorama culturale a un piattume visibile a tutti e che difficilmente può essere negato. Per capire come si sia arrivati a una lettura critica da destra, è necessario fare un passo indietro rispetto alle prospettive iniziali, alle progettualità e alle aspirazioni che, negli anni della lunga elaborazione culturale già durante l’opposizione, hanno caratterizzato realtà e centri culturali dell’area conservatrice. Tutto quel lavoro preparatorio doveva essere la base da cui partire una volta raggiunto il governo, con la volontà di rivoluzionare in senso kantiano un sistema radicato e poco incline ad accettare trasformazioni e miglioramenti. Del resto, l’ostilità di una certa parte del “sistema” culturale verso realtà, mondi e personalità estranee al “circoletto” era nota e ampiamente attesa – nessuna sorpresa, quindi – perché la battaglia culturale per molti, come abbiamo visto, non è certo filantropica e gli interessi in gioco sono molti.

Ma il voto del 2022, tra le tante istanze, annoverava e annovera tuttora quella di far respirare la cultura italiana, liberandola da lacci, catene e catenacci frutto di interessi che, parliamoci chiaro, non sono certo quelli della collettività. La partenza era stata ottimale e aveva visto convergere quel mondo culturale che, con la “contro-egemonia”, non ha mai inteso né ambito a rovesciare il “Piano Gramsci” per far subire agli altri il peso dell’opprimente occupazione culturale, bensì a ripristinare quella pluralità che è propria della cultura conservatrice. Così sono nate tante iniziative che hanno inteso costruire un rapporto innovativo e aperto per rigenerare l’immaginario culturale italiano. Poi, di colpo, quell’ottimismo è venuto meno e si è dato nuovamente spazio alla logica dei burocrati, trascurando le voci autentiche di chi nella cultura crede, opera e lotta.

Ora, quel che è stato è stato: bisogna unicamente rimettere in moto quello che saggiamente Francesco Giubilei ha definito “cantiere” culturale, mettendo in campo quel processo che si è interrotto. È necessario un dialogo costante e proficuo che permetta di non ripetere gli errori del passato e di non errare su sentieri che non appartengono ai conservatori e alla destra italiana. Nelle associazioni, nelle fondazioni e negli intellettuali – che non possono e non devono restare ai margini, ma di cui va rispettata l’indipendenza – si trova la risposta alle domande che da troppo tempo ci si pone in modo astratto. Senza timori e, soprattutto, ignorando strepiti e lamentazioni di chi ha distrutto la libertà di cui la cultura ha bisogno per vibrare.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.