Il senatore dei 5 Stelle Nicola Morra ha preso immediatamente le distanze dal candidato del suo movimento sorpreso ad avere un cugino sospettato per mafia, e gli ha ritirato l’appoggio. Sembra tutto già scritto e visto, col professor Aiello infisso nella polvere. E invece Aiello rivendica e la sua pulizia morale e il suo diritto di continuare. Anziché trovare insulti, il professore viene sommerso
da una solidarietà trasversale che parte dai social, innesca un rigetto
inaspettato delle logiche giustizialiste solite, quelle che di solito appartengono alla parte politica per cui corre in Calabria.

La sua storia di persona mite, limpida, innesca una speranza sorta improvvisa: ci fossero in giro libertari veri, persone veramente libere, meridionalisti autentici, non godrebbero delle polemiche
su Francesco Aiello per avere avuto un cugino con problemi penali. Non ci godrebbero per il solo gusto di deridere un Movimento che in larga parte è stato giustizialista, in alcuna parte proprio per le forche. Non gongolerebbero a vedere il muro del pregiudizio sbattuto in faccia a un Movimento che del pregiudizio si è nutrito. Ci fossero intelligenze accese si metterebbero a fianco del professore e lo incoraggerebbero ad andare avanti, mostrando, magari, una strada da percorrere senza gli occhi chiusi. Facendo capire a tutti che ormai è indifferibile affrontare la questione.

Un pregiudizio enorme che azzoppa tutte le generazioni presenti e
future del Sud, impedendogli carriere istituzionali, politiche, sociali
in ogni accezione. Buona parte dei calabresi del futuro, come è stato per buona parte dei calabresi del passato, saranno tenuti fuori
da tutto, i Comuni saranno continuamente sciolti, tutto  strumentalmente guidato da una genia di puri che sono puri non per coscienza ma grazie alle chiavi che nascondono o scoprono il bene o il male. Magari molti dei puri hanno scheletri e ossa nascosti, ma sono così potenti da brandire secondo necessità gli stracci veri o presunti degli altri, di chi dà fastidio.

Sconfiggere il pregiudizio che condanna il Sud al margine è la battaglia delle battaglie, per costruire una società normale, per accogliere i buoni e riaccogliere chi vuole una parte giusta in cui stare. A noi calabresi è vero, la mafia ci ha ammazzato, ma ci ha ammazzato di più il potere che l’ha armata, ci ammazza il potere che riesce ad escluderci dal cambiamento. Ci ammazza il pregiudizio che è l’arma più potente e insidiosa in mano al nemico. E bisogna smetterla di tremare davanti ai rappresentanti di un potere che si atteggia a etico. Bisogna cogliere l’occasione per lottare, per non finire prima o poi sul rogo.