Sarà arrossito qualcuno, a partire dal Presidente del Csm fino all’ultimo dei consiglieri, quando la ministra Cartabia ha snocciolato i dati indecenti sulle valutazioni delle capacità professionali dei magistrati? Proprio ora, nei giorni in cui, a sentir parlare di giustizia e di toghe, sembra ormai di entrare in qualche girone dell’inferno, e si possono scegliere i “peccati” di ciascuno a caso, ecco i numeri dell’indecenza. Negli ultimi anni, cioè tra il 2017 e il 2021, ha spiegato la Guardasigilli, rispondendo a un‘interrogazione del deputato Enrico Costa, il Csm ha valutato positivamente la professionalità del 99,2% dei magistrati. E in tutto, sulle settemila e passa toghe esistenti in Italia, quelle che hanno ricevuto un giudizio negativo sul proprio operato sono state 35, cioè lo 0,5%, quelle così così 24, pari allo 0,3%, mentre le restanti 7.394 sono l’eccellenza.

Quindi fino a ieri abbiamo scherzato. Quindi tutte le risse scatenate all’interno della procura più famosa d’Italia, quella di Milano, in cui ogni pm accusa l’altro delle peggiori nefandezze, addirittura della commissione di reati, contestazioni del genere “tu mi hai teso una trappola”, “tu mi hai preparato una polpetta avvelenata”, e poi tu hai omesso, ma tu hai inventato, tutto ciò che cosa era, manifestazione di alta professionalità? Certo, non va mai dimenticato quel che ha scritto il magistrato Luca Palamara nel libro Il Sistema, con Sandro Sallusti. E cioè che lo scambio tra correnti sindacali comportava anche il fatto dei favori reciproci: io do un giudizio positivo sull’operato del tuo collega di corrente se tu fai altrettanto per il mio. E la minaccia contraria, quella della vendetta. Non dimenticando mai anche il fatto che quello stesso magistrato su cui si potrebbe prospettare un giudizio negativo è lo stesso che poi ti dovrà votare proprio per farti entrare al Csm. Insomma, un gioco di specchi e di reciproci possibili ricatti che dà l’immagine piuttosto vicina a quelle di certe massonerie se non addirittura di certe cosche.

Ma basterebbe anche confrontare i dati che assolvono i magistrati da ogni “peccato” con quelli dei risarcimenti per ingiusta detenzione, che vengono pure concessi con il contagocce. O aver letto a suo tempo il libro del giornalista dell’Espresso Stefano Livadiotti ( Magistrati, l’ultracasta) o quello più recente di Stefano Zurlo che, parafrasando quello famoso sul comunismo, si intitola Il libro nero della magistratura. Ci sarebbe da ridere, se non fossimo costretti a piangere di disperazione davanti a tante toghe indegne, strappate nella dignità, a sentire le storie di vita che emergono dalle carte della commissione disciplinare del Csm. Si parte dai giudici lumaca, quelli che impiegano mesi o anni a depositare le motivazioni delle sentenze, fino a quelli – il che è ciò che di più grave si può fare – che “dimenticano” in cella per giorni e giorni il detenuto da scarcerare. Poi c’è tutto il settore del “tengo famiglia”, i casi in cui vengono giustificati, o al massimo sanzionati con un buffetto, comportamenti scorretti con la situazione familiare o personale del singolo magistrato. Tolleranza per gli errori dovuti a stress, ma anche al divorzio o all’abbandono da parte della fidanzata. Piccole e grandi distrazioni che giocano con la vita e la libertà degli altri, giustificate per salvare la progressione di carriera della vita di un singolo giudice o pubblico ministero.

Staremo a vedere che cosa succederà, che sorte avranno non solo davanti ai colleghi di Brescia che li stanno giudicando, ma anche nel tribunale disciplinare del Csm, gli uomini della Procura di Milano che tanto stanno facendo parlare di sé in questi giorni. A partire dal capo dell’ufficio Francesco Greco, per il quale il suo ex sottoposto Francesco Prete, oggi procuratore capo a Brescia ha già chiesto l’archiviazione per il reato di omissione di atti d’ufficio. E poi i due aggiunti Laura Pedio e Fabio De Pasquale. Oltre ai due sostituti Storari e Spadaro. E all’ex Piercamillo Davigo. La procura di Milano è un antico fortino di Magistratura democratica. Funzionerà ancora il vecchio sistema spartitorio all’interno del sindacato e del Csm? Assisteremo ancora a pressioni reciproche e reciproci ricatti? Verranno salvati i nostri uomini?

Insieme al mancato rossore per l’imbroglio sulle capacità professionali, resiste anche all’interno della categoria un certo coraggio spavaldo che rasenta la spudoratezza. Perché la giornata di mercoledì alla Camera ha segnato una tappa importante della commissione giustizia, la quale ha dato un parere definitivo, pur se non vincolante, al governo sullo schema di decreto legislativo sulla presunzione di non colpevolezza e i processi-show celebrati fuori dalla aule da alcuni procuratori. È stata messa una parola, che si spera sarà definitiva, in particolare sui rapporti tra le toghe e la stampa, con quel provvedimento che il Fatto quotidiano e il sindacato delle toghe chiamano “legge bavaglio”. Semplicemente perché si impegnano i capi degli uffici giudiziari a limitarsi a stringati comunicati per riferire notizie sulle inchieste e a restringere solo a motivati casi di urgenza e rilevanza nazionale le conferenze stampa. Il testo del decreto sottolinea anche la necessità di non presentare mai l’indagato o l’imputato come colpevole prima di una sentenza passata in giudicato. E anche di soprassedere da quella funesta abitudine di intitolare le inchieste con denominazioni spesso offensive. Come fu per esempio la famosa “Mafia capitale”, che fu sconfessata in sede processuale da una sentenza che escludeva l’esistenza di metodi mafiosi nella commissione dei reati.

Perché diciamo che ancora esiste una certa spavalderia che confina con la spudoratezza? Perché proprio nelle stesse ore (qualche giorno prima) in cui si metteva quasi la parola fine (il governo ha tempo fino all’8 novembre per emettere i decreti attuativi) ai processi-show, in Calabria accadeva qualcosa che non teneva in nessun conto quel che stavano deliberando Camera e Senato. Una bella conferenza-stampa. Questa volta Nicola Gratteri è innocente. Stiamo parlando invece del procuratore capo di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, che ha presentato l’operazione “Mala pigna” in conferenza-stampa, affiancato dall’aggiunto Gaetano Paci, dai vertici dell’Arma e dal generale Antonio Pietro Marzo, comandante delle unità forestali degli stessi carabinieri. Tutti fuorilegge e passibili di sanzioni, nel prossimo futuro. Ma anche imprudenti già oggi, con l’aria che tira. Distratti, forse.

Ma sicuramente con un eccesso di spavalderia del procuratore Bombardieri (la cui attività investigativa abbiamo su questo giornale lodato in altre occasioni), il quale non ha saputo resistere alla tentazione di dire la sua sull’unico arresto “eccellente”, quello dell’avvocato Giancarlo Pittelli. Che porta a casa un secondo “concorso esterno”, dopo quello che gli ha contestato il procuratore Gratteri nell’inchiesta “Rinascita Scott” (altra denominazione da far sparire). “Quel che è emerso nel caso di Pittelli – ha spiegato il procuratore- è una condotta complessiva, a tutto tondo, che esula dal mandato difensivo…”. Beh, anche quello del magistrato canterino ben presto esulerà dal suo mandato, dottor Bombardieri, che sarà limitato a quello di lavorare e parlare poco.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.