Nel primo pomeriggio di ieri uno dei più celebri magistrati italiani, membro del Csm, ha ritrattato le accuse gravissime di cedimento alla mafia che aveva rivolto al ministro della giustizia. Gettando così ancora nuove tonnellate di discredito sulla magistratura, sul Csm, sulla loro attendibilità. Stiamo parlando di Nino Di Matteo. Qualche ora prima il Csm aveva cancellato la censura precedentemente decisa contro un altro dei magistrati più celebri d’Italia, il quale era accusato di aver svolto un interrogatorio in modo brusco e senza avvocato, e di avere rilasciato una intervista con dichiarazioni illegittime. Il Csm ha stabilito che si tratta di peccati veniali da perdonare. E ha perdonato. Stiamo parlando di Henry John Woodcock.

Nel tardo pomeriggio il Presidente della Repubblica ha pronunciato un discorso severissimo nei confronti della magistratura e soprattutto del Csm. Ha parlato di “gravi e vaste distorsioni”. Di credibilità della magistratura minata. Ha chiesto un taglio, una riforma. Ha detto che lui non ha le competenze per intervenire, intendendo dire che è la politica che deve assumersi la responsabilità. Il Parlamento, il governo. Sono loro che devono agire. Mattarella aveva già parlato di magistratopoli qualche settimana fa, non molto ascoltato dai media che non amano occuparsi di magistratopoli, perché sanno che la cosa non piace ai magistrati e ai giornalisti piace piacere ai magistrati. Ieri Mattarella è tornato sull’argomento rafforzando i toni e con giudizi ancora più taglienti.

Chissà se i giornali gli concederanno un po’ di spazio. Il Presidente ha parlato nell’occasione della commemorazione di alcuni magistrati uccisi dalla mafia e dai gruppi della lotta armata nel 1980 e nel 1990, dei quali ricorreva l’anniversario. Ha messo a confronto quella magistratura seria, sobria e combattiva, fedele alla Costituzione fino all’ultimo sangue, e la magistratura di oggi che dà di sé lo spettacolo che sappiamo, che cerca il consenso, la visibilità, il potere. Ha invitato i magistrati giovani a essere fedeli solo alla Costituzione. Cioè a interpretare il proprio ruolo non come un ruolo spettacolare ma come un ruolo di servizio e di servizio alla legge e alla Costituzione. Come fecero trenta e quaranta anni fa Giacunbi, Minervisi, Galli, Amato, Costa e Livatino. Già: erano davvero, quelli, come si definivano, servi dello Stato.

Leggendo i loro nomi mi torna in mente la foto di Mario Amato, steso a terra sul marciapiede, morto stecchito a raffiche di mitra, con una scarpa che aveva la suola bucata. Sarà un pensiero populista, il mio, però mi ricordo che mi commossi. Amato amava il suo lavoro, non cercava il potere. Faceva cose giuste e sbagli, sicuramente, ma con la passione e il senso puro del dovere di quegli anni. Non sappiamo se Mattarella, nella sua indignazione non trattenuta, si riferisse anche ai due casi più recenti, quelli che ho citato all’inizio di questo articolo. E in particolare al caso Di Matteo-Bonafede che, in pieno Palamara-gate, ha gettato sicuramente nuovo e abbondante fango sulla giustizia italiana. In che consiste il caso Di Matteo e perché è importante? Breve riassunto. Di Matteo qualche settimana fa si è presentato – via telefono – ad una trasmissione televisiva e ha protestato per la sua mancata nomina alla testa del Dap. Il Dap è il dipartimento carceri, e la direzione del Dap è un posto molto ambito perché remunerato con lo stipendio più alto tra gli stipendi (sempre abbastanza generosi) percepiti dagli alti magistrati.

Ha detto Di Matteo in questa sede – interrogato da Massimo Giletti, non da un Procuratore – che il ministro Bonafede, due anni fa, gli aveva promesso quel posto molto ambito di capo del Dap e poi il giorno dopo glielo aveva negato, proponendogli di andare a fare, invece, il direttore degli affari penali: incarico prestigioso – fu di Falcone – ma meno di potere e pagato la metà rispetto al Dap. Di Matteo rifiutò. E a Giletti ha detto che il motivo per il quale Bonafede aveva cambiato idea erano le pressioni dei mafiosi in carcere. Pressioni su Bonafede e contro Di Matteo. Bonafede si era dichiarato indignato di queste accuse che Di Matteo aveva nei giorni successivi ribadito in varie interviste ai giornali.

Ieri, interrogato in commissione antimafia, ha ritrattato, ha detto che non sa chi esercitò le pressioni su Bonafede. E si è giustificato sui due anni di silenzio dicendo che non ha in mano le prove per accusare il ministro. Beh, qui le prove non c’entrano niente. Il fatto è semplice e chiaro: Di Matteo è andato in Tv, scegliendo una delle trasmissioni più populiste che ci sono sul mercato, e ha fatto colpo accusando più o meno il ministro d’intesa con la mafia. Lo ha fatto due anni dopo i fatti. Se le sue accuse fossero vere ci sarebbero due anni di omertà. Se fossero false c’è calunnia. Come se ne esce? A tarallucci e vino?

Il caso Di Matteo consiste in questa storia che abbiamo riassunto. La sua importanza è enorme. Sta in questa domanda: è democrazia un sistema nel quale un numero piccolo ma decisivo di magistrati potenti imperversa, chiacchiera, dà spettacolo, cerca voti, e lotta lotta lotta per il potere, per gli incarichi per le nomine? E tiene in pugno la politica, concentra su di sé tutti i poteri, sfugge a ogni controllo, comanda senza limiti, fa strame della Giustizia? Mattarella l’ha definita così: «Una magistratura china su se stessa». Ha ragione, credo.

Chissà cosa pensa Mattarella di questo caso Di Matteo. Ieri ha detto in modo molto semplice due sole cose: che il magistrato deve rispettare solo la Costituzione ed essere fedele solo a quella; e che non deve cercare il consenso. Non so cosa possa pensare di un magistrato che va in Tv assai spesso (in Tv si cerca visibilità e consenso: per definizione) come tanti altri suoi colleghi famosi, e per di più va in Tv a lanciare accuse sanguinose contro le alte cariche dello Stato…