«Il Tribunale dei minori deve iniziare a prevenire: punirli prima o dopo i quattordici anni non cambia niente. E la messa alla prova funziona solo se il minore si confronta con la vittima e capisce davvero le conseguenze del suo gesto». Il presidente delle Camere Penali minorili Mario Covelli sulle possibili soluzioni per salvare e non solo punire i nostri ragazzi.

Presidente, il tema della giustizia minorile è mai come in questi tempi incandescente. Il presidente del Tribunale dei minori Posteraro ha dichiarato che per frenare la devianza minorile bisogna abbassare l’età imputabile al di sotto dei quattordici anni. Lei cosa ne pensa?
«Abbassare l’età imputabile è un regresso, questo è poco ma sicuro. È un regresso rispetto alla normativa europea, rispetto ai principi costituzionali e alle convenzioni internazionali. Sarebbe assolutamente inutile rendere imputabili i ragazzini che hanno meno di quattordici anni, perché anche se noi riportassimo l’età imputabile ai nove anni come da Codice Zanardelli, non avremmo risolto niente. Che c’entra la violenza con l’età imputabile? Ci sono anche i maggiorenni che tutti i giorni aggrediscono, utilizzano coltellini e commettono reati. Sono imputabili e lo fanno lo stesso. Sono due problemi distinti e separati».

Sempre il presidente Posteraro ha sostenuto la tesi di dover punire i genitori dei minori che commettono un reato. Appare inverosimile come idea. Lei che dice?
«I genitori sono certamente responsabili dei figli minorenni, ma non possono essere puniti per gli atti commessi dai figli, perché la responsabilità è personale. Bisognerebbe intervenire sui genitori quando per esempio ci si accorge che non mandano i ragazzi a scuola, che di fatto devono andarci fino a diciotto anni ma questa è una legge teorica e per niente applicata».

Lei cosa suggerisce per arginare l’onda di violenza che trascina i nostri ragazzi nelle maglie della giustizia minorile?
«Mi preme sottolineare ancora una volta che l’età imputabile non c’entra niente. Detto questo, indubbiamente quando parliamo di minori è chiaro che ci sono alla base delle disfunzioni educative. Si tratta di saperli educare, ma queste manifestazioni violente ci sono anche tra i ragazzi che non provengono da famiglie “a rischio”. Il problema è molto grave perché il Tribunale dei minorenni dovrebbe intervenire in caso di comportamenti devianti, cioè dovrebbe essere messo a conoscenza della situazione di un minore e intervenire prima che i comportamenti devianti divengano penalmente rilevanti. Dovrebbe adottare prima delle misure educative. Questo diceva l’articolo 25 del Reggio Decreto Legge del 1934 che naturalmente è un po’ datato. Oggi la situazione è questa: il Tribunale dei minorenni non riesce a essere informato, non riesce ad avere neanche i nominativi dei ragazzi che non frequentano più la scuola. Manca l’informazione e mancano interventi educativi adeguati. In Parlamento è stata approvata, dalla Commissione Giustizia della Camera, la proposta di legge 1690 che aggiorna l’articolo 25, è passata al Senato e speriamo che non ci sia lo scioglimento anticipato della legislatura e che quindi si riesca ad aggiornare la legge in tema di intervento educativo. Perché il vero problema è che il Tribunale dei Minorenni non riesce a svolgere la sua funzione di prevenzione: non ha informazioni né strumenti adeguati per poter intervenire».

Resta il grande nodo di coltellini e altre armi diffusissime tra i minori sulle quali non c’è nessun controllo da parte dello Stato.
«Sì. Questo è un problema enorme. Basti pensare che in un qualsiasi negozietto con tre euro chiunque può acquistare un bastone allungabile di ferro, stesso vale per i coltelli. Fino a quando la detenzione del coltello sarà considerata e punita solo con una contravvenzione, noi non avremo nessuna possibilità di intervento verso i minori, quattordicenni o meno. Non è possibile che con questa carica di violenza che vediamo nella società e con questa semplicità nel reperire le armi, puniamo la detenzione di coltelli con una contravvenzione. Che senso ha parlare di abbassamento dell’età imputabile o punire i genitori se non interveniamo sulle leggi? Lo dico da anni e non mi ascolta nessuno, né la magistratura minorile né le forze dell’ordine. E invece sarebbe importante cambiare la legge perché così anche la polizia potrebbe intervenire preventivamente».

Come?
«Servirebbe un provvedimento chiaro per dare alla polizia l’autorizzazione a controllare di più i minori in modo da evitare tragedie. Basterebbe intervenire sull’istituto dell’accompagnamento e permettere alle forze dell’ordine di accompagnare in Questura o in Caserma i minori che hanno un comportamento aggressivo, chiamare i genitori e con loro verificare la situazione anche alla presenza di un legale. Bisognerebbe quindi applicare l’articolo 18 bis delle norme che riguardano i minori».

Entrati nel circuito della giustizia minorile, a quasi tutti i ragazzi viene concessa la messa alla prova. I numeri ci dicono che non è una misura efficace perché non ci sono percorsi davvero rieducativi e vengono lasciati soli. Di nuovo. Come si potrebbe migliorare questo istituto che resta di fatto un’ottima alternativa al carcere?
«Oggi così com’è viene attuata è chiaro che non può portare a grandi risultati perché consiste in un programma studio-lavoro, nulla di eccezionale quindi. A questo si aggiunge un po’ di sport. E infine, un po’ di volontariato che è l’unica attività nella quale ci si dona agli altri in cambio dell’azione criminosa. È ovvio quindi che con programmi e impegni del genere la messa alla prova non può portare lontano. Sono programmi troppo formali».

Come andrebbe modificato l’istituto della messa alla prova?
«Dovrebbe essere fondata sulla mediazione penale. Cioè sarebbe davvero utile l’incontro tra l’autore del reato e la vittima del reato se consenziente oppure si fa un incontro tra il minore e una persona che ha subito lo stesso reato da un terzo: la cosiddetta messa alla prova bianca. Solo vedendo concretamente le conseguenze del suo gesto, il minore che ha sbagliato può prendere coscienza della sua azione criminosa e intraprendere davvero un percorso di cambiamento. A questo si aggiungono delle attività riparatorie nei confronti della vittima e non parlo di risarcimenti economici. Ma parlo di attività riparatorie di vario tipo, ma sempre dialogando con la vittima. La messa alla prova, invece, oggi è un adempimento di routine inutile, e non c’è nessun mutamento dei propri convincimenti nel minore. Inoltre, il Tribunale concede la messa alla prova dopo la confessione del minore, ma ormai si sa che se confessa, la ottiene. Invece bisognerebbe parlare di più con chi ha commesso un reato, per vedere se davvero c’è la volontà di cambiare strada».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.