Il caso di cronaca della ragazzina di dodici anni sfregiata dall’ex fidanzato di sedici ci restituisce una realtà amara, quella di una giustizia minorile che non funziona o che comunque non funziona come dovrebbe. Quando parliamo di un minore che entra in area penale bisogna armarsi di pinza e delicatezza, parliamo di un ragazzo non così grande da finire a Poggioreale “tra gli adulti” ma neanche così piccolo da non essere imputabile. Parliamo di storie che nascondono sempre, o quasi, vissuti difficilissimi, racconti dolorosi, contesti familiari criminogeni e privi di cultura.

Quando ci si trova davanti a fatti di cronaca così efferati, una riflessione sulla giustizia minorile, sui percorsi alternativi al carcere ai quali questi ragazzini vengono assegnati, sulle modalità con le quali si compiono certe scelte, è doverosa. Michele (il sedicenne che ha sfregiato la sua ex) era stato già raggiunto da un perdono giudiziario e da un provvedimento di messa alla prova, scelte forse azzardate, sicuramente fallimentari. Oggi Michele è a Nisida accusato di un reato odiosissimo. «Ci sono dati inflessibili nel distretto giudiziario di Napoli. Dati raccolti dal professor Giacomo di Gennaro. Il 74% dei ragazzi raggiunti da messa alla prova reiterano il reato o comunque ricascano nelle maglie della giustizia – spiega Maria Luisa Iavarone, docente universitaria e mamma di Arturo, accoltellato a 17 anni in via Foria nel 2017 – A me piace l’idea di restituire molto presto alla comunità in maniera riparativa un minore che sbaglia, ma questi ragazzi vanno seguiti. Il problema è l’esecuzione del provvedimento di messa alla prova. Uno dei ragazzi che accoltellò mio figlio Arturo era in messa alla prova per una tentata rapina e aveva preso una condanna di tre anni e mezzo tutta da scontare tutta così. In cosa consisteva questa misura? Doveva mettere una firma su un foglio presso un’associazione una volta a settimana. Metteva una firma e finiva lì – sottolinea Iavarone -. Così funziona la messa alla prova: il Tribunale destina questi ragazzi a delle “strutture” che non sono strutture dove loro sono tenuti a fare qualcosa ma devono essere semplicemente monitorati».

In poche parole, tutta l’attività deve essere documentata in termini di un paio d’ore alla settimana. Non solo, «il fascicolo viene derubricato dal magistrato che ha eseguito il procedimento alla messa alla prova e poi assegnato a un altro magistrato che acquisisce rispetto alla storia del ragazzo solo una piccola parte -spiega Iavarone- A quel punto diventa solo un procedimento che è puramente di adempimento. Si burocratizza il percorso riabilitativo, di fatto si svolge tutto su dei fogli di carta. Si trattano i ragazzi come fascicoli da sbrigare, perché bisogna alleggerire il carcere e perché seguirli è complicato e costoso. E ci ritroviamo così: con percorsi inesistenti e ragazzi che non riusciamo a recuperare. È come se questi ragazzi non dovessero costare». E non sono pochi. I minori in area penale sono circa 20.000 in tutta Italia. A Napoli, ogni anno, entrano in area penale 2.000 ragazzi, nelle carceri minorili ce ne sono si e no cento, tutti gli altri dove stanno? Che fanno? Quale percorso rieducativo stanno svolgendo? Sono sparsi ovunque e sono soli.

«Il sedicenne che ha sfregiato l’ex fidanzatina aveva già avuto un perdono giudiziale e poi una messa alla prova. Il terzo reato che fa è un danno permanente – afferma Iavarone – La messa alla prova dovrebbe compiersi all’interno di un dispositivo attentamente programmato, verificato e misurabile costantemente. I ragazzi dovrebbero essere costantemente seguiti dall’assistente sociale, dall’educatore, dal mediatore di area penale. Mancano queste figure che si occupano di chi non sta in carcere e non sta in comunità, ma che appunto esegue una messa alla prova». E ancora: «Sfruttiamole queste grandi tecnologie: così come sui maggiori social network se si scrive un commento con contenuti minatori o offensivi il server provvede a rimuoverlo, facciamo lo stesso per le chat che si scambiano i minorenni attraverso Sim intestate ai genitori – conclude Iavarone – Dobbiamo parlare seriamente di devianza e di digitale. Quando si tratta di reati finanziari e truffe c’è tutta la tecnologia possibile, se si parla di sicurezza sociale e minori c’è il nulla».

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Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.