Il Centro della giustizia minorile in Campania è in ritardo con i pagamenti di circa otto mesi e le comunità che ospitano i cosiddetti minori a rischio sono allo stremo. Non possono andare avanti ancora per molto e lanciano un Sos alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. La loro è una voce che vuole rompere il silenzio dell’indifferenza generale, un silenzio che stona con i proclami politici sulla volontà di ampliare le misure alternative e i percorsi di rieducazione. Si parla tanto di misure per contrastare la povertà educativa e favorire il reinserimento sociale e poi che si fa? Si lasciano morire le poche realtà che di questo si occupano.

«Siamo operatori sociali impegnati da circa trent’anni nel difficile compito di creare condizioni di vita diverse per tanti ragazzi in conflitto con la giustizia, ragazzi che accogliamo nelle comunità Jonathan e Oliver, che operano in un territorio complesso e problematico come quello della Campania», scrivono Vincenzo Morgera e Silvia Ricciardi, responsabili della cooperativa sociale che si occupa delle comunità Jonathan e Oliver di Scisciano, in provincia di Napoli. Scrivono alla ministra «perché – spiegano – non abbiamo trovato interlocutori istituzionali diretti in grado di risolvere i nostri problemi, che sono anche i problemi dei ragazzi che accogliamo». «Il territorio – aggiungono – è ostaggio di devastanti e crescenti disuguaglianze, di vecchie e nuove povertà educative, della pressione del reclutamento criminale e della perdurante potenza della criminalità organizzata». «Abbiamo bisogno di capire se e dove ciascuno di noi, pubblico e privato sociale, ognuno con le proprie responsabilità, sta sbagliando. Infatti diverse strutture come la nostra sono sull’orlo della chiusura a causa dei ritardi del Centro giustizia minorile della Campania nei pagamenti delle fatture per l’accoglienza dei minori dell’area penale, ritardi che si protraggono fino a 7 o 8 mesi. Ritardi insopportabili per piccole organizzazioni come la nostra».

Chi lavora per il recupero dei ragazzi “a rischio” si sente abbandonato sulla frontiera della “presa in carico” senza garanzie da parte delle istituzioni. «È un po’ come se il nostro destino sociale dovesse essere simile a quello dei ragazzi che accogliamo ogni giorno – dicono Morgera e Ricciardi -, ossia un destino di esclusione e di fragilità economica e sociale». «Parliamo di una situazione oggettivamente insostenibile considerato che le comunità dell’area penale non solo non hanno facile accesso a fonti alternative di finanziamento ma addirittura soffrono un’ulteriore discriminazione dovuta ad una sorta di “federalismo delle rette” o meglio di una “gabbia salariale” per cui nel nord Italia lo stesso nostro lavoro viene pagato di più». Gli effetti di questa situazione sono a cascata, non solo sulle comunità ma anche su chi vi lavora e sulle relative famiglie. «La mancanza di dignità a cui progressivamente ci stiamo abituando rischia di riducessi a una resa silenziosa e passiva». Di qui l’appello alla Cartabia affinché intervenga per non far morire le comunità della Campania e a dirigenti pubblici, magistrati, politici affinché ci sia «più coraggio e un’altra idea di responsabilità pubblica».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).