Se è vero che la cultura rende liberi, qui siamo sempre più prigionieri. Negli ultimi anni la dispersione scolastica ha registrato numeri da capogiro, numeri che si legano indissolubilmente anche ai ragazzini che entrano nelle maglie della giustizia prima di aver compiuto diciotto anni. È ormai accertato che “i ragazzi a rischio” sono in primis coloro che non frequentano la scuola, molto spesso vivono in quartieri degradati e in famiglie “fragili”. La Campania è la seconda regione in Italia per numero di ragazzi che hanno lasciato precocemente la scuola (18,1% contro il tasso nazionale del 13,8%) e ha una percentuale del 27,5% di minori in povertà relativa (contro il 22,3% della media nazionale). A Napoli ci sono quartieri dove il tasso di dispersione scolastica supera il 50 per cento.

Oggi prefetto e sindaco di Napoli parlano di “emergenza minori”, si studiano strategie, si annunciano patti educativi mai davvero partiti, ci si perde tra le scartoffie, e in tutto questo caos ci sono i dirigenti scolastici che ogni giorno rincorrono gli alunni e si scontrano con una burocrazia sempre più farraginosa e con le istituzioni che dialogano meno tra loro. «Ci vorrebbe un esercito di assistenti sociali per tutti i casi che devono essere attenzionati – spiega Daniela Pes, Dirigente Scolastico dell’Istituto comprensivo “Russolillo” del quartiere napoletano di Pianura – Ci vorrebbe un maggiore accordo anche con il servizio centrale del Comune che perde di vista le modalità di lavoro, le forme di comunicazione e le priorità d’intervento. L’anello finale, però, è il tribunale con cui dovremmo lavorare a stretto contatto perché non deve essere solo un’istituzione punitiva, ma un’istituzione che responsabilizzi le famiglie e non arrivi a sentenziare che tutto sommato un ragazzino può scegliere di non andare a scuola».

L’ultima parola, infatti, spetta al Tribunale dei minori che spesso non dà seguito alle segnalazioni dei dirigenti scolastici anche se in Italia è obbligatoria l’istruzione impartita per almeno 10 anni e riguarda la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni. «C’è tanta dispersione anche tra le istituzioni e questo è il motivo principale per cui poi la dispersione scolastica non si batte, perché si perdono nelle maglie di questi ingranaggi che non funzionano a dovere – afferma Pes – Ci vuole un coordinamento serio e preciso per monitorare i ragazzi. Noi non ce li perdiamo perché a livello scolastico c’è un coordinamento massiccio». Le scuole seguono un iter preciso per evitare che i ragazzini si perdano: esiste un gruppo di lavoro chiamato “inclusione” che fa una grossa opera di monitoraggio, ci sono delle griglie che i docenti compilano a inizio anno con i nominativi dei ragazzi che già negli anni precedenti hanno evidenziato un cammino scolastico meno regolare. Sono quelli che gli insegnanti devono inseguire fin dal primo giorno.

«Noi facciamo la segnalazione al Comune, alla Procura, tutte le carte sono a posto ma è l’agire che non funziona – spiega Pes – Bisogna stabilire procedure chiare e definire le responsabilità di ogni istituzione coinvolta. Servono tempi d’azione da rispettare ed essere davvero sentinelle. Il Comune dovrebbe tenere le fila di questo meccanismo, ci sono degli enti che devono agire sopra ogni altro. Devono riprendere i contatti con il Tribunale, bisogna fare rete». Ma non solo, in questo caos di burocrazia ed enti che si parlano poco, c’è anche la figura del Tribunale che andrebbe rivista. Va riformulato il ruolo del Tribunale dei minori, serve un confronto continuo con tutti gli interlocutori: scuola, comune e servizi sociali. Servirebbe un ufficio preposto che si dedichi alla dispersione scolastica – conclude la dirigente scolastica – io segnalo ma chi mi risponde? Chi recepisce la mia segnalazione? Quali sono gli interventi della Procura? Noi rispondiamo dei nostri atti, invece molto spesso noi non sappiamo nulla rispetto al Tribunale e di cosa ha fatto con quelle segnalazioni. Non abbiamo contezza».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.