Un pantano. Ingentilito – si fa per dire – da qualche rosa. Di nomi che hanno però il sapore del depistaggio tattico. In compenso, quello che doveva essere il candidato naturale al Colle, cioè Mario Draghi, è al momento congelato. Ecco la fotografia alla fine del secondo giorno di urne quirinalizie. Il tredicesimo presidente della Repubblica non uscirà oggi, ultima votazione con il quorum alto a 673 voti. Difficile anche, per come si sono messe le cose, che esca domani, giovedì, prima votazione con il quorum abbassato a 505. La votazione di venerdì può essere la prima utile. Al momento, mentre monta tra i Grandi Elettori e nel paese stretto tra mille emergenze, un certo imbarazzo per “queste inutili schede bianche”, non ci sono candidati veri.

Il centrodestra ha proposto una rosa di tre nomi che sono chiaramente “esche vive” messe sul banco per tenere il punto, far vedere – come hanno detto Salvini, Tajani e Meloni nella conferenza stampa alle quattro del pomeriggio – che «il centrodestra è orgogliosamente unito e compatto e sa anche proporre con responsabilità perché le personalità di livello e con profilo istituzionale le abbiamo anche noi e non sono solo nel centrosinistra». Insomma, nella larga maggioranza che sostiene il governo Draghi siamo alle rivendicazioni di chi ha più o meno titolarità a proporre il candidato presidente. Siamo, cioè, molto indietro. Un pantano, appunto, dove alle 16 del pomeriggio è fiorita la rosa con tre “petali” candidati del centrodestra: l’ex presidente del Senato Marcello Pera; l’assessore alla Sanità della regione Lombardia nonché ex ministro ed ex sindaco Letizia Moratti: il giudice Carlo Nordio, critico severo del lavoro dei suoi colleghi e dell’uso politico della giustizia. Tre nomi di livello, e senza dubbio quirinabili. Ma destinati al macero. E proprio da chi li ha proposti. Non per i nomi in sé ma per il metodo: non sono questi i percorsi delle trattative per il presidente della Repubblica.

Resta da vedere come e quando la rosa di nomi sarà bruciata. «Domani (oggi, ndr) ci riuniamo e decidiamo su chi far confluire i voti giovedì» assicurano fonti del centrodestra. Che però è rimasto un po’ col cerino in mano. Un cerino che può anche bruciare le dita di chi lo ha acceso, cioè Salvini e Meloni convinti della necessità della rosa di nomi.
Il centrodestra fa circolare la notizia della conferenza stampa congiunta intorno alle 14, un’ora prima dell’inizio delle votazioni. A quell’ora Letta, Conte, Speranza già sanno dell’iniziativa di Salvini e Meloni. E iniziano a interrogarsi sull’opportunità di presentare una propria rosa di nomi. Nelle interlocuzioni frenetiche di quei minuti c’è chi nella coalizione si è già venduto la pelle dell’orso ed è pronto a stare al gioco del centrodestra. Per essere più precisi: Giuseppe Conte ha trattato il giorno prima con Salvini sulla condivisione di un nome di centrodestra. Hanno deciso di proporre una rosa di nomi, di farla bruciare, di tenere coperto il nome giusto e metterlo in campo al momento opportuno. Il nome in questione è quello di Franco Frattini, ex ministro degli Esteri in vari governi Berlusconi e attuale presidente del Consiglio di Stato.

Sta bene a Salvini (che però smentirà in giornata), sta bene a Conte perché va a pescare in quella riserva della repubblica che è la giustizia amministrativa dove l’ex premier 5 Stelle si muove con sicurezza. Frattini, in effetti, sarebbe una bella idea, il profilo è quello giusto, non è divisivo. Contro di lui però giocano una serie di questioni che potrebbero essere definite “geopolitiche”: l’ex ministro degli Esteri infatti ha rapporti troppo stretti con Mosca e regimi vicini. «Il prossimo Presidente della Repubblica deve essere un convinto atlantista ed europeista» tuonava ieri mattina alle 8.30 Matteo Renzi da Radio Leopolda. Le simpatie russe sono un disco rosso grosso come una casa pr Frattini. Al Nazareno scatta un fastidioso allarme sulla ritrovata sintonia Conte-Salvini. A che gioco sta giocando il caro amico Giuseppe Conte?

Alle 14 i telefoni dei tre leader del centrosinistra hanno telefonate in coda. Qualcuno nel Pd suggerisce di imitare il centrodestra, anzi anticiparlo alle 15 e di lanciare “una nostra rosa di nomi. Perché se loro ci anticipano con la mossa giusta siamo rovinati”. Il segretario Letta ci pensa un po’. Conte è in pressing. Il suo portavoce e consigliere politico Rocco Casalino attraversa sorridente piazza Colonna, davanti a palazzo Chigi: «Non posso parlare per carità, ma vedrete, c’è una buona soluzione. Sarà un buon Presidente. E Draghi dovrà stare qui, alla guida del governo per gestire le varie emergenze». Non sapeva, in quei minuti, che ministri Pd e parecchi Grandi elettori Pd stavano invece convincendo il segretario Letta che «non è questo il metodo che abbiano seguito finora e non lo cambieremo adesso». Così la conferenza stampa del centrosinistra diventa una riunione riservata, viene rinviata alle 17 e 15 e non produrrà alcuna rosa di nomi. Ci mancava solo la “Guerra dei Rose’s” in piena elezione presidenziale.

Nel comunicato finale non c’è ovviamente traccia delle tensioni all’interno del Pd e tra Pd e 5 Stelle che hanno preceduto la riunione. Ringrazia il centrodestra “per la terna formulata che appare un passo avanti utile al dialogo”. Non sono quelli però i nomi su cui Letta, Conte e Speranza credono si possa sviluppare «quella larga condivisione adesso necessaria. Riconfermiamo la nostra volontà di giungere ad una soluzione condivisa su un nome super partes e per questo non contrapponiamo una nostra rosa di nomi». Roberto Speranza liquida la questione con una citazione storica: «Non serviva la guerra delle due rose». Letta lancia invece il tavolo di consultazione: «Chiudiamoci in una stanza a pane e acqua e troviamo una soluzione condivisa». Per Giuseppe Conte, che tiene in caldo la carta Frattini, non potrà mai essere Mario Draghi. Fedele alla linea del direttore del Fatto quotidiano che ieri nell’editoriale ha paragonato Mario Draghi al vigliacco Schettino che voleva abbandonare la nave Concordia che stava affondando, Conte ha ripetuto e chiarito che Draghi è «un timoniere chiamato a portare in salvo una nave. Nave che non è certo arrivata in porto e dunque il Timoniere deve restare al suo posto» e non brigare per andare al Quirinale. Sono le vendette che si consumano in politica. Spesso miopi e deleterie.

Tant’è, le chance di Mario Draghi di diventare presidente della Repubblica sono al momento congelate. Il no di Berlusconi ha innescato un gioco pericoloso, solo in parte involontario, che ha cambiato tutti i piani. Lunedì poi c’è stato un cortocircuito di informazioni e di mosse sbagliate. Draghi infatti ieri mattina è stato accusato su alcuni giornali di aver osato forzare il dettato costituzionale perché non si è mai visto un premier che apre le consultazioni a palazzo Chigi per andare al Quirinale. Verissimo, non s’è mai visto ed è costituzionalmente sbagliato. Peccato che le cose devono essere viste dalla giusta angolazione. Da una settimana i leader dei partiti mandavano messaggi a Draghi di “fare politica” e mettere in agenda incontri per sbrogliare la matassa Quirinale. Il premier non ha un partito, non ha un segretario e neppure uno sherpa che possa trattare per lui. Ha fatto quindi tutto alla luce del sole. Ed è stato frainteso. Oltre che usato. Non è vero infatti che Draghi ha trattato con Salvini sui ministeri. Anzi, è vero il contrario: il premier si è rifiutato di trattare sui ministeri e del governo che verrà dopo di lui proprio nel rispetto del dettato costituzionale. Poi è stato Salvini, o comunque fonti leghiste, lunedì a dire che “il premier non dava garanzie sul prossimo governo”. Una frase ambigua, interpretabile.

Il combinato disposto di tutti questi cortocircuiti comunicativi ha nei fatti messo Draghi in freezer. Potrà essere scongelato quando saranno stati consumati i riti delle rosa di nomi, della consultazione e della quarta e della quinta votazione a maggioranza semplice. Decisivo è il tavolo di domani. Il centrodestra potrebbe alla fine lanciare la presidente Casellati su cui non è escluso che qualcuno del Pd possa confluire visto che lascerebbe libera una poltrona di peso come la Presidenza del Senato. Se non passa (parliamo di giovedì), allora toccherà al centrosinistra giocare la carta, anzi due: Pierferdinando Casini o Giuliano Amato. Solo una volta consumati tutti questi passaggi possono tornare in campo i due nomi di sempre: Mario Draghi (ieri ha preso tre voti) o Sergio Mattarella che ieri è salito a 39 voti contro i sedici della prima votazione. «Non capiamo perché Conte non faccia il nome di Mattarella», si lamentano vari capannelli 5 Stelle. Perché vorrebbe dire tenere vivo Draghi. Invece Conte e la politica vogliono liberarsi di questo tecnico che li ha commissariati.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.