Come in tutte le grandi storie, questa dell’elezione del tredicesimo presidente delle Repubblica ha una scena. E un retroscena. Un luogo, Montecitorio, dove attori e comparse sviluppano i passaggi del racconto. E un non-luogo – tra le sedi dei gruppi parlamentari, case e uffici privati e palazzo Chigi – dove si sviluppa la vera trama del racconto. Eppur si muove, verrebbe da dire. Nello stallo delle schede bianche, infatti, si sta muovendo la politica che prende tempo per trovare la soluzione. Con un certo colpevole ritardo, ieri è stata soprattutto la giornata dei colloqui di tutti i leader di partito con tutti. Senza esclusione né puzza sotto il naso.

A cominciare da Mario Draghi che ha incontrato in mattinata Matteo Salvini e nel pomeriggio Enrico Letta aprendo nei fatti le consultazioni per il “suo” Colle. Al centro dei colloqui la candidatura del premier al Quirinale, le rassicurazioni sul governo che verrà, eventualmente, dopo Draghi. E le altre opzioni sul tavolo. I candidati diminuiscono, al momento: restano in gioco, vedremo poi come, Pierferdinando Casini, Giuliano Amato, Franco Frattini, Sergio Mattarella per il Colle; Elisabetta Belloni come candidata premier al posto di Draghi. Sulla scena principale entrano i protagonisti. I 1008 Grandi Elettori (da oggi torneranno 1009 perché stamani a tempo di record la Camera proclamerà deputato il primo dei non eletti dopo la morte di Vincenzo Fasano, Fi). Alle 15 il primo ad inaugurare il seggio presidenziale è il senatore Umberto Bossi, la camicia e la cravatta verde del Senatur. Il vecchio leone è in carrozzina ma è lucido e anche emozionato. “Chi sarà il tredicesimo Presidente? Ancora non lo so, è presto. Berlusconi? Non ha avuto pazienza”.

Poi va nel cortile attrezzato con gazebo e funghi elettrici circondato dai fedelissimi, e il ministro Giorgetti parla con lui fitto fitto. Un scena d’altri tempi, c’è della tenerezza e della nostalgia di un tempo che è stato. I senatori sono i primi a votare. Pierferdinando Casini entra in Transatlantico ed è subito circondato. È tra i quirinabili. Una vera star. Lui si schermisce. E ammonisce con un aneddoto: «Questo luogo è capace di crudeltà terribili. Vi ricordo che nel 2013 uno col profilo di Franco Marini fu bruciato per un terribile, cinico o imperdonabile errore: bastava mandare nulla la terza votazione, rinvialo alla quarta e sarebbe diventato Presidente della Repubblica». Racconta e ricorda, e magari scaccia gli incubi anche da se stesso. Arriva il ministro Lorenzo Guerini: «Sarà una settimana divertente, vedrete che un passo alla volta si arriva al risultato. Serve pazienza, quella giusta».

Saggio, ma anche lui in realtà non sa ancora bene come andrà a finire. Ci sono le matricole, parlamentari di lungo corso come il professor Stefano Ceccanti, tre legislature ma neppure un’elezione presidenziale. E altri alla prima legislatura che sentono il brivido e la solennità della prima votazione come il senatore Tommaso Cerno. Ti folgora così: «Oggi qui dentro siamo tutti Profiler, come quegli investigatori alle prese con l’identikit del tredicesimo presidente». Lo dice subito: «Io ho votato Mattarella, altrimenti non se ne esce». Pare lo abbiano anche rimproverato perché da fuori hanno visto che è stato dentro il catafalco – causa Covid un cunicolo non di velluto ma di compensato e anche areato – più dei canonici cinque secondi. E ci sono i 5 Stelle, oggi vestiti con abiti eleganti, fresco di lana i parlamentari, abiti di velluto liscio le signore che invece in meno di nove anni sono già alla terza elezione. Ci sono i governatori, le vere superstar di questi due anni di pandemia. Qualcuno è esordiente, come il toscano Eugenio Giani e il pugliese Emiliano. Altri veri e propri veterani. «Ho votato bianca, come da indicazioni», spiega Luca Zaia. Da presidente di Regione è il suo terzo capo dello Stato, nel 2013 era nelle delegazione che salì al Quirinale per convincere Giorgio Napolitano a fare il bis. «Furono ore e giorni terribili, spero proprio di non doverli ripetere». Si aggirano gli evergreen, come il sindaco di Benevento Clemente Mastella. “Sandra sono arrivato” dice al telefono alla moglie, la senatrice Leonardo. «Troppo presto – confida – i giochi sono appena cominciati».

Benvenuti al gran teatro dell’elezione presidenziale. I tre ingressi di Montecitorio sono presidiati da muraglie di telecamere e giornalisti in cerca di Grandi Elettori da intervistare. Matteo Renzi è tra i più richiesti. Ripete oggi come nelle ultime settimane: «Draghi va al Quirinale se entra in gioco la politica. È la politica che fa la differenza. Non siamo ad un concorso a premi». È anche per lui la prima volta, le altre non era parlamentare. Ed è uno dei pochi che cerca di rassicurare: «Non siamo nel pantano, il nome quello giusto salta fuori al momento opportuno che arriverà tra la quarta e la quinta votazione». Tra giovedì e venerdì. Gli ingressi dentro Montecitorio sono contingentati – 50 Grandi Elettori in aula e 200 in Transatlantico – ma già alle quindici l’assembramento diventa inevitabile. La Presidenza e i questori si danno un gran da fare per dividere e separare. È stato alzato un grande gazebo in cortile riscaldato con i funghi elettrici. Le postazioni tv, di per sé una calamita, sono state confinate al quarto piano, nel corridoio della commissione Bilancio, per evitare ulteriori assembramenti. Il risultato è che in Transatlantico si sta con i cappotti perché finestre e porte spalancate creano correnti d’aria gelide. Tutto bene anche al drive-in per positivi e quarantenati allestito al parcheggio in via della Missione: lo hanno usato undici parlamentari, protetti nella loro privacy. Sara Cunial, la no vax, no pass e no tutto si lamenta davanti alle telecamere perché non può votare. Il suo è un caso limite, non previsto da alcun regolamento.

La macchina per l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica ha marciato ieri a pieno ritmo. Tranne che per il black out del wi-fi in sala stampa che ha costretto i giornalisti a fare salti mortali per poter spedire gli articoli alla redazione. Assicurano che “non si è trattato di un attacco hacker”. È stato però un disastro logistico per gli operatori dell’informazione. E poi c’è il retroscena. La ciccia, si dovrebbe dire, della giornata. La notizia del faccia a faccia Salvini-Draghi irrompe all’ora di pranzo. Il maker – ma non certo il king della trattativa – non ottiene dal premier le garanzie sperate sul governo. L’accordo resta lontano tanto che il leader della Lega in serata torna sulla “rosa di nomi”. Sono i leghisti, ma non solo loro, nel pomeriggio a spiegare tra le correnti del Transatlantico che l’incontro – o la telefonata – con Mario Draghi non sia andato come sperato. Che le garanzie chieste da Matteo Salvini non siano state offerte dal premier in carica. E che quindi l’accordo per il nuovo governo – necessario perché Draghi possa traslocare al Colle – sia ancora lontano. Tra i parlamentari di centrodestra si spiega così l’insistenza con cui il segretario della Lega, anche con una dichiarazione in serata, ha tenuto duro sulla “rosa” di nomi del centrodestra, “donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi”.

È la dichiarazione che chiude una giornata che lo ha visto incontrare praticamente tutti: prima il colloquio con Draghi – probabilmente una telefonata – poi nell’ordine Giorgia Meloni, Enrico Letta, Giuseppe Conte. Una serie di colloqui che in prima battuta era stata letta come un’accelerazione sul nome di Draghi, finché la Lega ha subito smorzato gli entusiasmi: «Non è questo lo scenario su cui si ragiona». Il dissenso nascerebbe dal fatto che Salvini avrebbe chiesto garanzie di un suo ingresso al governo e Draghi avrebbe risposto che “non è questo il momento né la sede per discutere la questione”. Il segretario della Lega – “molto maker e poco king” fanno notare fonti parlamentari di centrodestra – ha dovuto così raccontare che la situazione “è in alto mare” e che “il centrodestra dovrà restare compatto sulla rosa di suoi nomi”. I cui petali però sono sempre gli stessi: Casellati, Frattini, Pera, affiancati da oggi anche da Carlo Nordio, nome proposto da Fratelli d’Italia. Nel Pd c’è un certo stupore perché Giuseppe Conte, dopo l’incontro alla Camera con Salvini, fa sapere di una “totale sintonia” con il segretario leghista per un “nome condiviso”. “Che gioco stanno facendo i 5 Stelle? – si chiedono i grandi Elettori dem – stanno con noi o giocano per conto loro?”. Altro problema, per Salvini, è la posizione di Fratelli d’Italia. «È chiaro – fanno sapere fonti di Fdi – che se si facesse un nuovo governo, senza l’autorevolezza di Draghi alla guida, la nostra opposizione sarebbe ancora più dura». Il passaggio di Draghi al Colle «è un problema tutto della maggioranza di governo. Se c’è l’accordo siamo inutili, se non c’è l’accordo non possiamo certo essere d’aiuto…».

Resta da vedere poi se il no di Salvini al trasloco di Draghi al Colle – appoggiato pare anche da Berlusconi ma anche qui ci sono dubbi – sia così ultimativo. «Magari vuole solo trattare sul peso della delegazione leghista al governo». butta là un parlamentare del Carroccio. Che però avverte: «Salvini non può tirare troppo la corda, o rischiamo che l’accordo per mandare Draghi al Quirinale e poi fare un nuovo governo lo trovino anche senza di noi». Forza Italia vuole stare al governo. E i Grandi elettori di Coraggio Italia (32) hanno già fatto sapere che Draghi lo votano. Si tratta di quell’embrione di una formazione di centro che potrebbe essere la scialuppa di salvataggio per tanti. Oppure la nuova forza politica del futuro post populista e post sovranista. Lo spoglio, alle 21 e 30 della sera, intanto consegna 16 voti a Mattarella, 36 al giudice Maddalena, sette a Berlusconi e sei a Bossi. Elisabetta Belloni ne prende tre. E Bruno Vespa quattro. La situazione è in alto mare. Ma la direzione – la politica è scesa in campo – è quella giusta.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.