L’orizzonte della prima chiama si avvicina. Il presidente della Camera Roberto Fico ha convocato per lunedì 24 gennaio il Parlamento con la partecipazione dei delegati regionali per eleggere il nuovo presidente della Repubblica sul cui nome però, regna ancora l’incertezza. Molti dubbi aleggiano sulla possibilità che venga eletto al primo scrutinio, eventualità che richiede il consenso di almeno 673 elettori su un totale di 1.009. Tuttavia le Camere hanno undici giorni di tempo per eleggere il nuovo inquilino del Colle prima del 3 febbraio (giorno che scade il mandato di capo dello Stato di Sergio Mattarella) per evitare un possibile vuoto di potere. Ma chi tra ‘autocandidati’, leader, tecnici e outsider è il più adatto per la Presidenza della Repubblica?

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DRAGHI – Nonostante il piede in due staffe (o forse proprio per questo), l’attuale premier rimane l’ipotesi più accreditata per la sua capacità di attrarre una larga maggioranza, per senso istituzionale e credibilità internazionale. Il problema da risolvere, che va di pari passo con la sua candidatura alla carica più alta dello Stato italiano, è il nome del suo sostituto che i partiti di maggioranza dovrebbero assicurare per la continuità della legislatura. Era già il naturale sostituto di Mattarella se non fosse per ‘l’incidente di percorso’ che lo ha visto diventare premier. Del ‘nonno al servizio delle istituzioni’ si dice che voglia molto il Colle, che nessuno ce lo vuole mandare ma probabilmente ci andrà.

MATTARELLA – La sua indisponibilità a concedere il bis al Quirinale è stata da lui stesso ripetuta in più occasioni per rimanere fedele alla Costituzione. Il motivo l’ha spiegato in lungo e in largo: guai a trasformare un’eccezione (il Napolitano-bis) in una nuova prassi. Uno spiraglio però resta, ed è legato a due condizioni: uno stato di assoluta emergenza istituzionale, con il Parlamento impantanato; la disponibilità a sostenerlo anche da parte del centrodestra, quantomeno quello di governo (Lega e Forza Italia). Una rielezione con larghe intese, che consentirebbe così a Draghi di continuare il lavoro al governo con un ‘esecutivo fotocopia’.

BERLUSCONI – Vissuta come un riscatto e come un ‘rivitalizzante’, la candidatura di Silvio Berlusconi al Colle è ormai arrivata al bivio tra il ritiro e l’uno contro tutti. Un’autocandidatura poi divenuta indicazione dell’intero centrodestra ma con gli alleati Salvini e Meloni che lo hanno messo alle strette. Un ritorno al centro delle scene accompagnato da polemiche, ironie e, soprattutto, da allarmate cronache dei giornali esteri, che hanno intravisto nelle ambizioni del Cavaliere. un pericolo per la stabilità del Paese. La mission però non è così impossible: la sua candidatura ha una base di partenza ampia, i 451 grandi elettori del centrodestra e la sessantina che mancano dipendono dalla pesca tra i peones. E ai molti che gli hanno dato del ‘divisivo’, risponde: “Ma se mi vogliono tutti bene!”. Alla fine di una giornata di rinvii e fibrillazioni è arrivata la decisione ufficiale del suo ritiro dalla candidatura al Quirinale.

GLI ISTITUZIONALI: CARTABIA, CASELLATI E AMATOMarta Cartabia, la prima donna a diventare presidente della Corte costituzionale, attuale ministra della Giustizia chiamata da Draghi a costruire difficili riforme. Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, eletta nel 2018 alla seconda carica dello Stato su proposta del centrodestra, ma con gradimento trasversale. Giuliano Amato, due volte premier, presidente in pectore della Consulta, ampio curriculum accademico. Risponderebbero ad uno scenario in cui parte dei gruppi di maggioranza, preoccupati dal possibile voto anticipato, riterrebbero troppo rischioso l’abbandono di Palazzo Chigi da parte di Draghi.

CASINI – Ex leader Udc, già presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini ha conquistato l’ultima elezione al Senato nelle fila del Pd renziano. Oggi rappresenta uno dei pochi punti d’incrocio tra Prima, Seconda e Terza Repubblica. Conosce ogni angolo e ogni persona del Palazzo, fino all’ultimo inserviente. Ha il curriculum giusto e amici in ogni direzione (destra, centro e sinistra). Per tutti è Pier.

LA ROSA DEL CENTRODESTRA: FRATTINI, LETTA MORATTI, NORDIO – Una fazione compatta potrebbe ancora far valere un certo “diritto di proposta”, cui nelle settimane scorse i leader di centrosinistra non si erano mostrati contrari. Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi, già commissario europeo e per il quale ieri è stata formalizzata la nomina a presidente del Consiglio di Stato. Gianni Letta, storico consigliere del Cav. e suo sottosegretario a Palazzo Chigi. Letizia Moratti, già sindaca di Milano e rientrata di recente nella politica attiva andando ad affiancare nella lotta al Covid il governatore della Lombardia, Attilio Fontana. Nella rosa potrebbe rientrare anche l’ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, tradizionalmente più vicino alla Lega. In lizza per il Colle c’è anche Carlo Nordio, ex magistrato a Venezia, lanciato ufficialmente nella ‘rosa’ per il Quirinale da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

LE CONTROPROPOSTE DEL CENTROSINISTRA: RICCARDI, GENTILONI, BINDI – Se il centrodestra dovesse implodere, l’altra metà dell’emiciclo potrebbe avere la chance dell’ultimo minuto solo se il triangolo tra Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza allargasse il campo a Matteo Renzi. Il nome più evocato dal centrosinistra è quello di Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio ed ex ministro del Governo Monti. “Il nostro candidato ideale”, l’ha definito il segretario Dem Enrico Letta, anche perché Riccardi gode di forti legami col Vaticano ma anche all’estero, tra il premio Carlo Magno del 2009 o il riconoscimento del Time nel 2003 come uno dei 36 “eroi moderni” dell’Europa. Altri nomi accreditati sono l’attuale commissario europeo ed ex premier, Paolo Gentiloni – con più possibilità di attrarre voti di centro -, e l’ex presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, che invece compatta il fronte a sinistra. Se a Gentiloni, in aula, potrebbero guardare con interesse tutte le forze europeiste, va detto che Bindi è uno dei pochi profili che sta ricevendo appoggi anche fuori dai Palazzi da quelle componenti della società civile impegnate sul tema legalità.

GLI OUTSIDER: SEVERINO, FRANCESCHINIPaola Severino, avvocato e accademica, è stata come ministro della Giustizia la prima donna a ricoprire questa carica. È uno dei simboli di qualità della società delle professioni e del mondo accademico che, in una fase di crisi della politica, possono diventare punto di riferimento di un Paese. Di Dario Franceschini si vocifera che stia tramando il colpo grosso, ma lui smentisce. Minimizzare è la prima regola di chi aspira al Colle. E non candidarsi, ma farsi candidare all’ultimissimo istante, è la seconda regola.

GLI OUTSIDER (2): BELLONI, CASSESE, PERA Elisabetta Belloni, la diplomatica iper-draghiana. Quando il premier l’ha chiamata a dirigere il comparto dell’Intelligence hanno tutti detto che è il modello di donna delle istituzioni che piace a Draghi. Ma non solo a lui. Se dovesse fare il grande salto, sarebbe il primo caso di numero uno degli 007 a salire sulla più alta poltrona del Colle. Sabino Cassese, gran giurista, ha già fatto sapere che non direbbe no. L’anagrafe però non lo aiuta (86 anni) mentre il curriculum è di quelli da candidato di razza. Nei suoi frequenti interventi pubblici non ha mai lesinato critiche a Conte e al ‘dilettantismo grillesco’, che lo rendono inviso a quella parte politica e il Pd difficilmente sul nome di Cassese strapperebbe con M5S. Marcello Pera, ex presidente del Senato, sarebbe il primo filosofo al Quirinale.  Si vanta di non appartenere al mainstream e non ha mai fatto sconti ai magistrati. Come presidente del Csm sarebbe una novità dirompente.

Riccardo Annibali