È stato di parola. «Entro il fine settimana scioglierò la riserva e farò sapere le mie intenzioni» aveva promesso Silvio Berlusconi all’inizio della settimana prima di ritirarsi a Villa San Martino a riflettere. Sul proprio destino. E su quello della coalizione di centrodestra, soprattutto Lega e Fratelli d’Italia su cui si allungano i sospetti di non aver mai creduto fino in fondo alla sua candidatura. Ieri il Cavaliere ha fatto un vertice ad Arcore. Ristretto, solo Forza Italia, ha chiamato i capigruppi Bernini e Barelli, ha voluto al tavolo Fedele Confalonieri e la senatrice Licia Ronzulli. Hanno pranzato insieme e poi si sono messi di nuovo a fare i conti di fronte a nuovi arrivi (ieri la senatrice Silvia Vono, ex 5 Stelle, ex Iv è passata con Forza Italia) e al fatto che i positivi da Covid potranno votare. La somma di tutto il centrodestra, compresi i centristi di Coraggio Italia (Toti, Brugnaro, Quagliariello) e di Noi con l’Italia (Lupi), e i 33 delegati regionali conta 452 Grandi Elettori.

La netta maggioranza rispetto al centrosinistra che, esclusa Italia Viva (44), conta 405 Grandi Elettori. Ma è ancora lontano il Magic Number di 505 voti necessario per diventare Presidente della Repubblica dalla quarta votazione in poi. Resta alta la voglia non tanto di provarci – Berlusconi sa bene che il mestiere di Capo dello Stato è troppo gravoso per le sue condizioni di salute -ma di contarsi. Così come il desiderio di verificare quanti tra i suoi alleati sono pronti a tradire la parola data, quel “voteremo compatti Berlusconi”. La decisione finale sarà comunicata oggi in occasione di un nuovo vertice a cui prenderanno parte anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Assenti entrambi ad Arcore – perché le questioni si risolvono prima in casa -, Salvini ha fatto sapere di «aver subito contattato tutti i leader di maggioranza e non per avvisarli del vertice di centrodestra programmato per domani a Roma». Ha usato un hashtag #lavorincorso. Ha spiegato anche di essersi confrontato con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, di aver «condiviso per l’ennesima volta la necessità di un centrodestra unito e compatto». La coalizione, rivendica Salvini, «avrà l’onore e l’onere di proporre per il Colle una candidatura di alto profilo».

Decisamente più loquaci le fonti leghiste che non quelle di Arcore. Il punto è che alle otto di sera del venerdì, a 48 ore dalla prima chiama presidenziale (lunedì ore 15) Silvio Berlusconi non ha ancora sciolto la riserva di correre o meno per la Presidenza della Repubblica. I più vicini al dossier nell’ambito del centrodestra rassicurano che il Cavaliere farà l’atteso passo indietro e «sarà lui e non SalviniMeloni ad indicare il candidato presidente del centrodestra». I quirinabili restano Mario Draghi, Pierferdinando Casini, è risalita nelle quotazioni la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, si stanno scaldando ai box anche il presidente del Consiglio di Stato Franco Frattini e l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Ma se parli con i parlamentari chi raccoglie ancora più voti in modo trasversale è senza dubbio Sergio Mattarella. L’attuale Capo dello Stato continua a ripetere «addio, è stato bello, io finisco qua» – lo ha fatto anche giovedì mattina al Csm per la quattordicesima volta consecutiva – ma la maggioranza dei Grandi Elettori è convinta che «la continuità dello status quo sia la soluzione migliore per tutti. Soprattutto per l’Italia». Sembra tutto fermo a una settimana fa. Ma non è così. La scelta del Presidente della Repubblica, la più alta carica dello Stato che dura in carica più di tutte le altre, è sempre una costruzione faticosa e incerta. Fino all’ultima ora. È stato sempre così. Tranne per Ciampi e Cossiga, gli unici eletti alla prima votazione.

Questa è diversa da tutte le altre: è l’ultima volta dei 1009 Grandi Elettori perché il Parlamento passerà da 930 a 600 componenti; è la prima volta che corre come favorito il Presidente del consiglio (cosa che aprirebbe subito dopo una crisi di governo per quanto pilotata); mai le forze presenti in Parlamento sono state così poco rappresentative del paese reale perché i pesi politici sono modificati assai in questi cinque anni. Anche se sul tabellone del Risiko Quirinale le pedine sono ancora tutte in movimento, qualcosa però nelle ultime ore è cambiato. «È questione di metodo, il Presidente della Repubblica si elegge facendo a gomitate oppure alla fine di un confronto civile» diceva ieri mattina Matteo Renzi. «È preferibile ovviamente la seconda e mi pare che le cose adesso stiano girando in questa direzione. La situazione è ancora in alto mare ma è normale che sia così» ha rassicurato il leader di Italia viva, alla guida di 44 voti che nel malaugurato caso si andasse alle “gomitate”, possono spostare la bilancia da una parte o dall’altra. Portare a 505 voti, ed eleggere il Capo dello Stato, il candidato del centrodestra o quello del centrosinistra.
Il segretario dem Enrico Letta ha capito e da un pezzo di dover scegliere il metodo della condivisione.

Al netto di una parte importante di Pd e di un pezzo di 5 Stelle invece convinto di avere una sorta di prelazione sulla candidatura. Ieri mattina Letta ha incontrato Renzi a palazzo Giustiniani. «Letta chiede un patto di legislatura – ha spiegato il senatore di Firenze – un patto di governo circoscritto con l’indicazione chiara di alcune priorità, a cominciare ovviamente dal Pnrr. Sono d’accordo. Quindi facciamolo. Poi litigheremo di nuovo nel 2023». L’accordo Italia viva-Pd ha uno sbocco duplice. La prima: Draghi presidente e un governo guidato da un tecnico rafforzato nella squadra da nomi di peso dei partiti di maggioranza. La seconda: Draghi resta a palazzo Chigi e al Quirinale deve salire una figura istituzionale il più possibile condivisa. Su Draghi Renzi ha aggiunto che «aiuterebbe molto questa fase se il premier parlasse con i partiti per definire lo schema di gioco di un eventuale nuovo governo».

«Devono capire – aggiunge un senior delle elezioni presidenziali come il senatore centrista Gaetano Quagliariello alludendo ai leader dei vari schieramenti – che qui non si tratta di vincere lo scudetto ma giocare la Champion…».
Chissà se il paragone calcistico è più efficace. Non è solo Berlusconi che deve capire questo. Deve farlo anche Salvini che non gradirebbe l’incoronazione di Draghi e giovedì sera ha incontrato “l’odiato” Giuseppe Conte per fare fronte comune contro l’ex numero uno della Bce. Un incontro non gradito ai 5 Stelle, che non erano stati informati. E poco anche in casa Pd. Qui è tornato a risalire il nome di Elisabetta Casellati, figura istituzionale, donna e di centrodestra, ieri seduta tra Draghi e Mattarella nell’aula magna della Cassazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. «Berlusconi non indicherà mai un nome di centrodestra» taglia corto un altro senior del centrodestra. «E quindi vediamo che fa: potrebbe anche indicarla per far contento Salvini ma poi bruciarla nelle urne…». Una cosa sarebbe mal sopportata da Salvini e Meloni: che il Cavaliere desse da solo le carte smarcandosi dagli alleati che non è detto consideri più tali. Vedremo oggi. «Scioglierà la riserva» ha assicurato il capogruppo della Camera Paolo Barelli.

Intanto Draghi fa Draghi. Nel consiglio dei ministri di ieri mattina sono stati dati un miliardo e 600 milioni di sostegni per ristorare le attività colpite dalle ultime restrizioni anti Covid, dalle discoteche al turismo e poi commercio al dettaglio, cultura, sport, moda e tessile. Un altro miliardo e 200 milioni sono stati destinati contro il caro bollette, nello specifico per tagliare gli oneri di sistema. Altri 400 milioni sono andati alle Regioni per sostenere i costi degli hub vaccinali. Tre miliardi e mezzo senza scostamento di bilancio. Senza cioè fare ulteriore debito, trovati nelle pieghe del bilancio. Ha firmato il decreto per far votare i Grandi Elettori positivi al Covid (ad oggi circa trenta) nel drive-in corso di allestimento nel parcheggio di Montecitorio. Con il ministro Giorgetti hanno finalmente approvato il Registro pubblico delle opposizioni: qui i cittadini potranno mettere il loro numero di cellulare per evitare il massacro del telemarketing. La aziende saranno costrette a consultare il registro ogni mese. E guai se chiamano i numeri lì sopra indicati. Una norma attesa da anni. I Grandi Elettori non potranno che essere contenti.

La decisione ufficiale sul passo indietro di Berlusconi

Dopo snervanti ore di attesa, ritardi, telefonate e incontri online alla fine Silvio Berlusconi ha sciolto la riserva. E fa un passo indietro: si ritira dalla corsa al Quirinale. Lo ha comunicato Licia Ronzulli agli alleati di centrodestra collegati via Zoom. “Faremo una proposta condivisa col centrodestra in grado di avere il massimo consenso possibile”, ha spiegato. Berlusconi, dunque, fa un passo indietro e rinuncia, in nome della ricerca dell’unità del Paese.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.