Giorgia Meloni ha vinto le elezioni. Ha conquistato il 26 per cento dei voti (contro il 4 e mezzo delle ultime elezioni parlamentari: credo che sia stato il più grande balzo elettorale realizzato da un partito nell’intervallo tra due consultazioni politiche). Toccherà a lei guidare il prossimo governo di centrodestra che alla Camera disporrà di 235 seggi su 400. Giorgia Meloni stabilisce due primati. Per la prima volta il premier sarà donna, per la prima volta sarà una delle giovani eredi di Giorgio Almirante, il leader della Prima repubblica che era considerato fuori dal cosiddetto arco costituzionale. Giorgia Meloni sarà anche una delle più giovani tra tutti i presidenti del Consiglio del dopoguerra. Solo Renzi è salito a palazzo Chigi quando era più giovane di lei. Almeno sulla carta il suo sarà il governo più di destra della storia della Repubblica.

Giorgia Meloni raccoglierà il testimone dalle mani di Mario Draghi. Difficile accostare queste due figure. Sono l’opposto per tantissime ragioni – politiche, di immagine, di formazione culturale – e sono visti all’estero come leader molto lontani l’uno dall’altra. Questa osservazione non è di costume: è politica. Nella notte elettorale del 25 settembre si è avuta l’impressione che Mario Draghi – che fino al giorno prima era il personaggio più importante della politica italiana, e forse europea – fosse miracolosamente scomparso, quasi dimenticato in poche ore. Può darsi che tra qualche anno ricomparirà e riuscirà a raggiungere il Quirinale. Al momento però esce di scena. Ed esce di scena non bene.

I partiti che lo hanno sostenuto fino all’ultimo, il Pd e Calenda-Renzi, messi insieme raggiungono sì e no il 25 per cento dei voti. Il Pd, soprattutto (sebbene Letta abbia conservato la percentuale conquistata dal Pd nelle ultime elezioni) è indicato come il grande sconfitto. Chi ha avuto un successo, in termini politici, sono Fratelli d’Italia, che si è opposta a Draghi, da sola, sin dal primo momento, e i Cinque Stelle, che in estate lo accoltellarono alle spalle. Gli elettori sono stati chiarissimi: avanti i nemici di Draghi. Ora però si tratterà di vedere se i nemici di Draghi sapranno governare (Fdi) o sapranno fare opposizione (i 5 Stelle). Altrimenti, tra sei mesi staremo tutti a ricordare con nostalgia i bei tempi del tecnico amato all’estero.

Avatar photo

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.