Il silenzio complice
Il casco blu in Libano ucciso due volte, dai terroristi (Hezbollah) e da chi non ha il coraggio di pronunciare il nome dell’assassino (perché non ha la Stella di David)
Il morto c’è e merita il titolo. Ieri un casco blu serbo dell’Onu perde la vita nel sud del Libano, a Marjayoun, e altri due militari rimangono feriti. Seguono cordoglio unanime e dichiarazioni di rito. Eppure, scorrendo le dichiarazioni dei politici, le homepage dei quotidiani e guardando i telegiornali fino a tarda sera, salta agli occhi un’omissione sistematica, un buco nero che inghiotte la realtà: manca l’assassino. Si parla di un vago “colpo di mortaio”, di una “tragica esplosione”.
Il carnefice e la sceneggiatura prestabilita…
Sembra che il soldato sia morto per autocombustione. Nessuno osa pronunciare il nome di chi ha lanciato l’ordigno. L’esercito israeliano ha tracciato le traiettorie dal punto di lancio a Qotrani, accusando chiaramente Hezbollah. Ma poiché il carnefice non si sposa con la sceneggiatura prestabilita, il soggetto sparisce dalla frase. Ma cosa sarebbe successo se a colpire quella postazione Unifil fosse stata l’Idf? Avrebbero detto a tutta pagina: “Israele spara sull’Onu”, “I crimini di guerra di Netanyahu”. Le piazze si sarebbero riempite di indignati a senso unico, i talk show avrebbero subito schierato i soliti plotoni di esecuzione contro lo Stato ebraico. Nel nostro circo mediatico, l’orrore scatta a comando, solo se il bersaglio ha la Stella di David.
La dissonanza cognitiva
Perché accade questo? Non è solo calcolo politico, è un meccanismo psicologico infantile quanto micidiale, che la psicologia sociale definisce “dissonanza cognitiva“. Ecco che cosa succede in casi del genere: quando una nuova informazione incontrovertibile (i terroristi uccidono un casco blu) entra in rotta di collisione con un pregiudizio radicato (Israele è il carnefice assoluto), il sistema va in cortocircuito. L’indignato collettivo fatica a tollerare la contraddizione. E pur di non mettere in discussione il proprio impianto ideologico, nega, sfuma o omette l’evidenza.
Il conto lo paga la verità
Così anche ieri – come sempre – il mainstream mediatico è rimasto intrappolato nella sua narrazione a senso unico. Ammettere in prima pagina che i terroristi filoiraniani usano l’Onu come scudo e bersaglio avrebbe significato smentire se stessi, e confessare che quotidianamente viene diffusa una favola manichea, falsa e tossica. E dunque il riflesso condizionato è rifugiarsi nella rassicurante forma passiva. Il morto fa sempre comodo per piangere in diretta sulla “follia della guerra“, ma il carnefice vero è troppo scomodo per l’agenda. Alla fine, il conto lo paga la verità. E quel soldato dell’Onu viene ucciso due volte: prima dal fuoco dei terroristi, e un attimo dopo dalla pavidità di chi non ha nemmeno il coraggio di pronunciare il nome dell’assassino.
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