D’estate, una volta, nell’Ottocento, i giornali si riempivano di resoconti di avvistamenti di «serpenti di mare»; un tema sempre buono per attirare lettori, eccitare la fantasia e, appunto, versare inchiostro e vendere. Oggi uno degli argomenti che fanno scrivere – forse non tanto vendere – ed ha a che fare con la Chiesa cattolica, riguarda il ruolo delle donne e la richiesta di accedere agli «ordini sacri» (leggi: sacerdozio). Libri comunque se ne scrivono, come ha fatto la teologa Adriana Valerio (Maria Maddalena, Il Mulino) con illustri recensori, come la storica Comunità di Base di San Paolo a Roma (Maddalena e le altre) o, ancora, un libro a più voci sul ruolo delle donne nella Chiesa da parte dell’Editore Gabrielli.

Per scrivere, si scrive. Per dire cosa? La Maddalena diventa una antesignana del femminismo cristiano o meglio della rivendicazione di un ruolo maggiore per le donne nella Chiesa. Rivendicazione fondata sull’atteggiamento «rivoluzionario» di Gesù – secondo i racconti dei Vangeli – poi tradito, in qualche modo, dalla Chiesa divenuta istituzione. Oggi arriva qualche provocazione salutare. In Francia nelle settimane scorse la biblista Anne Soupa, 73 anni, si è proposta per la carica di arcivescovo di Lione, incarico vacante dopo le dimissioni anzitempo del cardinale Barbarin. Naturalmente il Diritto canonico vieta alle donne qualsiasi ruolo «consacrato» per i vertici della Chiesa: preti, vescovi, cardinali, sono sacerdoti per legge canonica, cioè uomini. Alle donne, suore o laiche, va qualche incarico importante sì ma tutto sommato secondario: potrebbero diventare Prefetto di una Congregazione «senza portafoglio». Però non è mai accaduto: non sì è andati più in là di nominarne «sottosegretarie», cioè vice del vice.

Lo snodo in realtà è molto complesso e mette al centro una distanza siderale tra mondo cattolico e protestanti (anche se non tutti). Gli anglicani consentono l’ordinazione sacerdotale e la consacrazione a vescovo per le donne e così diverse confessioni protestanti negli Usa. Qualche anno fa ho incontrato ad un convegno nel Regno Unito una donna sacerdote episcopaliano. Mi ha raccontato la sua storia di suora cattolica negli Usa negli anni Sessanta, l’epoca della teologia della liberazione e delle rivendicazioni femministe. «Non vedevo ostacoli a diventare sacerdote. Ma la Chiesa cattolica sì; all’epoca la mia congregazione religiosa aborriva solo parlarne. Così ho lasciato le suore cattoliche e sono diventata episcopaliana. E da 30 anni sono sacerdote della mia comunità e mi sento realizzata».

Semplice. Semplice? Non lo è affatto. San Giovanni Paolo nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis del 1994, ribadiva il no definitivo all’ordinazione delle donne, come risposta alla Comunione anglicana che invece l’aveva avallata allora. Lettera con il sì del cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel 2018 l’attuale Prefetto, il cardinale Ladaria, ribadiva il divieto.
E Maria Maddalena che c’entra? È l’antesignana di una tesi semplice: Gesù aveva un atteggiamento aperto ed accogliente verso le donne, al contrario delle impostazioni culturali dell’epoca. Già: in questa «partita» la cultura e non la teologia giocherebbe un ruolo fondamentale. In fondo il no alle donne si basa su una tesi semplice: gli apostoli erano uomini. Ma, a pensarci bene, della Chiesa primitiva sappiamo ben poco. Gli apostoli erano sposati? Probabilmente sì, visto che Gesù a Cafarnao un giorno guarì la «suocera» di Pietro. E i «sacerdoti» ante-litteram del primo, secondo e terzo secolo dell’era cristiana, cioè i capi delle comunità, erano tutti uomini? Erano sposati?

Non abbiamo documenti probanti. Dovremmo onestamente riconoscere che tanta parte della vita della Chiesa dei primi secoli ci sfugge. Il resto riguarda le norme canoniche fissate dal Concilio di Trento e da allora sempre convalidate: i sacerdoti tutti uomini. Per questo le «rivendicazioni» non hanno speranza. Deve intervenire, semmai, un profondo cambiamento di prospettiva: ammettere che l’esclusione si basa su una visione teologico-culturale legata a fattori storici e di mentalità. Dunque superabile. Però chi lo deve decidere? Sempre persone di sesso maschile; e dovrebbero ammettere di avere avallato, per secoli, atteggiamenti un tantino anacronistici? Non sembra una strada facilmente percorribile.

Per questo avanzo una proposta diversa. Vorrei candidarmi ad arcivescovo di Lione, posto disponibile, ma anche ad arcivescovo di una diocesi italiana – la prima che si liberi. In fondo ho due lauree umanistiche, ho una conoscenza profonda e comprovata della vita della Chiesa e delle dinamiche interne; conosco dall’interno le strutture e le loro modalità di azione; ho competenze certificate per quanto riguarda la capacità di valutare le persone (utili quando si tratta di scegliere collaboratori) e sono capace di gestire situazioni complesse. Se non io, chi altri? Certo, resta un particolare da superare: sono un laico e non un sacerdote. Be’, nessuno è perfetto, suvvia!