Sarà un altro effetto della digitalizzazione e dell’affermazione di una propensione binaria con la quale leggere ogni fatto. Non vi ha certo fatto eccezione l’affossamento della legge Zan, una pagina nera della nostra molto malata democrazia rappresentativa. Così, la domanda su chi ha vinto e chi ha perso ha investito lo schieramento politico e i partiti che in Parlamento hanno deciso, con il loro voto negativo, la contesa. Tra i sostenitori della legge è emersa la ricerca del colpevole. Il ricorso, già in sé grave, al voto segreto ne ha accentuato la propensione. Lo scontro sui contenuti di fondo della legge non finisce qui con questo voto, come per fortuna ci dicono anche le manifestazioni di denuncia della vergognosa scelta del Parlamento e che vedono mobilitati i giovani in particolare.

Dunque, l’analisi delle forze in campo è utile, anche per pensare a come intervenire su di esse per spostarne gli equilibri nella battaglia ancora tutta da fare. Va evitata, nella ricerca del perché e da chi è stata affossata la legge, una personalizzazione del colpevole, la caduta nella logica della ricerca del capro espiatorio; ma è utile, invece, e persino necessario, mettere in luce le culture e i soggetti politici che hanno condannato alla sconfitta una necessaria legge di civiltà. Semplificando, si può partire da chi ha perso e da chi ha vinto, secondo l’atteggiamento binario. Hanno perso le culture della persona, ha vinto l’oscurantismo, quello che acceca la vista sul futuro, ma in questo caso anche sul presente della società in cui viviamo. Ogni sondaggio dice che il consenso alla legge è assolutamente maggioritario nel Paese. La legge Zan, pur con i suoi difetti (ma quale legge non ne ha?) è stata la base per una battaglia di libertà. Si capisce facilmente che ad essa siano state avverse le forze politiche della destra, che il grido di libertà lo innalzano, qui come negli Usa, nei confronti del vaccino, ma ad essa si oppongono duramente quando questa parla dei diritti delle donne, delle minoranze, di ogni diversità. Si tratta, del resto, proprio del fondamento del loro programma regressivo.

Non si capisce invece la diserzione, per questa battaglia di civiltà e di libertà, delle forze politiche liberali. Come si sa, esse in Italia non hanno un partito ma sono collocate sia nello schieramento di centrodestra che di centrosinistra, costituendo un centro fluttuante e dai confini variabili, in Parlamento da Forza Italia a Italia Viva, sempre con l’ambizione, anzi con molteplici ambizioni, di costituirsi in un nuovo progetto politico. Se non li si può facilmente vedere come eredi di Croce e di Einaudi, né tantomeno del Mondo di Pannunzio e dell’Espresso di Benedetti, come dei padri del liberalsocialismo, si può tuttavia seguirli nei loro tentativi di dar vita a una terza forza. La legge Zan è allora una vera e propria Caporetto. Vale per loro ciò che Luigi Einaudi scrisse dei liberali del suo tempo e del suo Piemonte. «Oggi il liberalismo viene ridotto – così scriveva – a una norma puramente normativa, quella di non andare negli eccessi, non prete e non comunista espropriatore, niente di accentuato, di preciso, di tagliente». Diceva sempre Einaudi che così i giovani gobettiani finivano, per disperazione, nell’Ordine nuovo. Chissà se ci sono giovani liberali oggi. È stato loro il partito della trattativa sulla Legge Zan. Proprio la tesi della trattativa ha inquinato tutto il dibattito e il corso stesso dei lavori parlamentari. Non c’era alcunché da trattare di dirimente rispetto alla contesa in atto, la trattativa era solo il classico cavallo ruffiano. Al punto a cui si è raggiunti, nella fase conclusiva dell’iter parlamentare, diventava preminente la scelta politica, l’aut-aut, il resto era ed è del demonio.

Due piste a cui essa voleva aprire erano di fatto già risolte in sé. Infatti, la denunciata presunta limitazione del diritto di opinione e di critica non è mai esistita. Non si voleva dar luogo ad alcuna attività censoria, bensì contrastare atti e processi che conducono a comportamenti criminali, a menomazioni della persona e dei suoi diritti, qualunque sia la sua natura culturale, religiosa, etnica, sessuale. Si voleva cioè costruire un argine contro la barbarie che si accanisce contro chi non è considerato un uomo da chi perciò lo aggredisce. La questione dell’inasprimento delle pene è sempre stata irrilevante. Se anche fosse stata tolta del tutto, non avrebbe cambiato per nulla l’obiettivo di civiltà che la legge voleva perseguire. La propensione a interpretare una legge per le sanzioni che essa prevede è sempre dannosa e fuorviante, in questo caso, lo era in maniera clamorosamente manifesta. Qui, era proprio il principio educativo a guidare la filosofia della legge. Il partito della trattativa occultava proprio il centro della questione, che veniva proposto dalla legge attraverso un arricchimento e un allargamento della libertà, quella libertà della persona che investe il suo genere.

La trattativa proposta non è mai stata tale, in realtà essa si proponeva sempre solo di impedire che si raggiungesse questa nuova frontiera della libertà della persona. Sono stati invocati contro di essi, le leggi e il diritto naturale, come se la natura fosse il regno dell’innocenza e dell’incontaminato e non anche quello della legge della giungla, e come se il diritto naturale non subisse anch’esso gli spostamenti nelle sue interpretazioni delle civiltà, delle culture, del corso della storia. In questa storia siamo immersi: uomini, donne e altro ancora. Siamo immersi in questa storia, ieri e oggi, ancora organizzata in una società capitalista e patriarcale, da cui gli oppressi cercano di fuoriuscire con le lotte della classe operaia, delle donne, dei neri, di tutti gli oppressi, qualunque sia la natura dell’oppressione subita. La misoginia è oggi ancora un filtro potente di questo assetto alienante. Essa era attaccata dall’ispirazione di fondo della legge Zan.

La questione del genere, e del suo autoriconoscimento, cioè della libertà della persona di scegliere almeno in parte il proprio destino, è stata la posta in gioco reale della contesa. Si trattava di legittimare un difficile, faticoso e doloroso processo di conquista, non una scelta come in un pranzo di gala. Il voto del Parlamento l’ha impedito, per ora. Le manifestazioni che contestano questa decisione vergognosa riaprono la questione nella società civile. Esse dicono qualcosa anche a noi, non si sarebbe dovuto anche prima del voto parlamentare investire di più nei movimenti e nella società?

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.