È ancora troppo presto per dire se siamo in presenza di uno nuovo caso Stefano Cucchi, ma certamente la morte di Emanuel Scalabrin merita attenzione e approfondimento investigativo. Emanuel è morto tra la notte del 4 e 5 dicembre nella camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga, in provincia di Savona, dopo essere stato arrestato durante un blitz antidroga durante il quale è stato trovato in possesso di 40 grammi di cocaina.

«La dinamica di quanto accaduto in quelle ore – ci dice l’avvocato Giovanni Sanna che assiste la famiglia insieme alla collega Lucrezia Novaro – ci lascia molto perplessi. Alcuni aspetti sono ancora da chiarire ma è comunque singolare che una persona muoia mentre è sotto la custodia dello Stato». L’autopsia sul corpo del ragazzo non è ancora terminata, anche se i primi accertamenti del medico legale Francesca Fragiolini sembrano ricondurre il decesso a un problema cardiaco. Intanto però la Procura di Savona ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti. Proprio per scongiurare un nuovo caso Cucchi, inoltre, il pubblico ministero Chiara Venturi, appena giunta sul posto, ha prontamente chiesto non solo una ispezione del corpo al medico legale, ma anche un confronto con il fotosegnalamento con l’obiettivo di rilevare eventuali ecchimosi successive all’arresto.

Ma vediamo quali sono le circostanze che potrebbero far pensare che dietro la morte di Emanuel, bracciante agricolo di 33 anni con problemi di dipendenza, ci possa essere qualche forma di responsabilità di terzi. Partiamo dall’arresto: secondo i racconti dei familiari, pubblicati dalla Comunità San Benedetto al Porto, fondata da don Andrea Gallo, «Emanuel verso le 12.30 del 4 dicembre si trova nella sua casa di Ceriale insieme alla compagna Giulia, mentre il loro figlio minore di 9 anni si trova presso una famiglia di amici. Ad un certo punto mentre si apprestano a pranzare viene a mancare la corrente elettrica ed Emanuel esce dalla porta di casa per verificare se si tratta di un’interruzione o altro. Improvvisamente viene spintonato all’interno dell’alloggio da alcuni agenti in borghese che erano lì appostati per l’irruzione, lui viene trascinato all’interno della casa fino alla camera da letto e qui gettato sul materasso dove viene colpito in ogni parte del corpo torace, addome, schiena, viso ed estremità. Emanuel urla e chiede aiuto, dice che non riesce a respirare mentre Giulia la sua compagna implora i carabinieri del nucleo di Albenga di fermarsi».

Le fasi dell’arresto dureranno circa 30 minuti: un tempo forse troppo lungo, durante il quale la Procura dovrà accertare cosa sia veramente successo. Il ragazzo viene poi tradotto nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga. Intorno alle 21 viene chiamata la guardia medica perché Emanuel non si sente bene e presenta sintomi patologici. La Guardia Medica lo visita per circa un’ora e chiede ai carabinieri che l’uomo venga trasferito al pronto soccorso di Pietra Ligure per ulteriori accertamenti, avendo riscontrato pressione alta e tachicardia. E qui arriviamo alla seconda questione da chiarire: da quello che si sa al momento, Emanuel viene portato al Pronto Soccorso con l’auto di servizio dei carabinieri, la sua permanenza dura solo 5 minuti, e non gli sarebbe stato fatto un elettrocardiogramma, né alcun altro accertamento. Gli viene dato solo del metadone ipotizzando una crisi di astinenza per essere rispedito subito in caserma. Emanuel torna nella cella di sicurezza prima di mezzanotte. Da quel momento in poi un cono d’ombra avvolge le sue ultime ore di vita. Solamente alle 11:00 del 5 dicembre i carabinieri si accorgeranno che il giovane padre non respira più, è morto.

Dalle prime ricostruzioni sembrerebbe che i militari di turno abbiano tenuto sotto controllo Emanuel tramite le telecamere di videosorveglianza presenti nella cella. Peccato però che, come riferito dal portavoce nazionale di Sinistra Italiana, l’onorevole Nicola Fratoianni, nell’annunciare una interrogazione parlamentare sul caso, «non esiste la registrazione del video controllo di sorveglianza, perché l’hard disk non c’è più». Dunque si tratta di una storia con ancora molti interrogativi. Cosa è successo durante l’arresto? Perché i sanitari non hanno approfondito il suo stato clinico? Cosa è successo nella notte in cui è morto? Forse si è lamentato e qualcuno ha cercato di zittirlo con la violenza? La morte di un ragazzo di 33 anni poteva essere evitata?