Il commissario regionale Francesco Boccia ha ereditato un partito gracilissimo, una comunità politica che da anni si è messa in mostra solo per i brillanti ricorsi contro sé stessa. Insomma, il Pd campano è oggi un triste contenitore al quale è stata staccata per morosità la corrente che alimentava la gioia del dibattito e della vivacità democratica. Così, se da un lato una delle conseguenze della personalizzazione delle leadership nazionali è stata la narcotizzazione progressiva delle ramificazioni territoriali, un processo di graduale rinsecchimento delle radici periferiche acuitosi con l’esplosione della comunicazione digitale e social, dall’altro, in particolare negli ultimi dieci anni, questo fenomeno più generale si è innestato, come è accaduto in Campania, nell’affermazione di una leaderizzazione dal basso. Questa convergenza ha inferto il colpo di grazia alle già lesionate mura dei partiti locali. Provo a spiegarmi meglio.

Laddove la personalizzazione delle leadership nazionali si è parallelamente saldata con una periferica, molto spesso a rimanerne stritolati nel mezzo sono stati gli organismi intermedi che un tempo rappresentavano invece la forza e la vena aurea dei partiti sui nostri territori. Autentiche miniere di classe dirigente, palestre di formazione meritocratiche, aule in cui il politico poteva crescere, sbagliare e diventare adulto. Il partito democratico della Campania, con il trasloco di Vincenzo De Luca da sindaco di Salerno a presidente della Regione, aveva a disposizione un’occasione storica che non ha saputo o voluto cogliere. Quella classe politica ha avuto tra le mani l’opportunità di coltivare un nuovo protagonismo nazionale, di esaltare i meriti e le competenze locali e, non ultimo, di popolare criticamente la dimensione della solitudine che appartiene a tutti i leader. Essere quindi, come sempre è accaduto quando i partiti svolgevano egregiamente questo ruolo, la spina nel fianco del potere, un pungolo propositivo per i decisori, un generatore di stimoli che sapessero allargare l’orizzonte evitando al leader il rischio di cadere nell’imbuto del pensiero unico e dominante.

Purtroppo, se ci voltiamo indietro le segreterie regionali che abbiamo visto all’opera nel recente passato hanno scelto di abdicare senza affanni alla loro missione di rappresentanza delle istanze territoriali, hanno preferito una discreta eutanasia politica piuttosto che mettere in discussione i desiderata o la linea politica e di governo del proprio leader, tant’è che molto spesso si sono accucciate all’ombra del leader maximo, spegnendo però ogni entusiasmo, germe della partecipazione attiva. Non c’è una, che sia una, iniziativa politica promossa dai democratici della Campania negli ultimi anni che sia degna di una considerazione e che possa essere presa a esempio di buona prassi. Da anni i dem sono in un colpevole letargo politico e comunicativo, hanno rinunciato alla sfida della pluralità e della coralità concorrenziali, hanno scelto di sedersi in panchina convinti forse che bastasse schierare solo il leader titolare per vincere le partite e il campionato.

Questo vuoto assordante oggi è ancora più evidente nel dibattito pre-congressuale che si è squarciato dopo la sconfitta elettorale dello scorso 25 settembre. Il PD raccoglie in Campania una delle percentuali di consenso più ampie, eppure questa classe dirigente non riesce a esprimere una candidatura valida, credibile, inclusiva per la successione a Enrico Letta. L’Emilia Romagna candida Stefano Bonaccini e Elly Schlein e forse anche Paola De Micheli, dalla Toscana dovrebbe farsi avanti Dario Nardella e dalle Marche avanza la candidatura di Matteo Ricci. Qui, invece, il nulla. E neanche le cannonate, diventate una strategia di comunicazione infruttuosa, di Vincenzo De Luca contro le anime morte del PD possono forse restituire alla comunità dem della Campania centralità e protagonismo.