Ambiente
Il nucleare costa troppo soprattutto quando non lo si fa
Tutto è troppo a lungo termine, quando si parla di nucleare. Il ritorno sull’investimento, il suo contributo alla decarbonizzazione, il cantiere stesso. Sembra un difetto imperdonabile in un Paese che il lungo termine lo pratica con straordinaria efficacia: pensiamo al ponte sullo Stretto, di cui si parla da cinquant’anni, o la Salerno-Reggio Calabria che ne ha richiesti oltre cinquanta. Ma superata l’ironia, quanto impiega una centrale nucleare europea a produrre elettricità? Olkiluoto 3, in Finlandia, ha richiesto circa diciassette anni, accumulando costi molto superiori alle previsioni. Flamanville, in Francia, ha avuto difficoltà analoghe. Hinkley Point C, nel Regno Unito, dovrebbe avviare il primo reattore nel 2030: EDF stima 35 miliardi di sterline a prezzi 2015, esclusi gli interessi, contro i 18 miliardi iniziali.
Sembrano fallimenti industriali innegabili, ma che più che parlare dell’atomo, parlano di noi europei. Come mai, infatti, il CAPEX del nucleare è l’unico tra le diverse fonti di energia a presentare differenze sostanziali tra i paesi europei/USA e quelli asiatici? L’atomo, forse, è fisicamente differente se si trova in Occidente rispetto che in Asia? In verità, uno studio del 2025, firmato anche da Gang He, mostra che in Cina, dove mediamente una centrale nucleare viene realizzata in 5 o 6 anni, i costi sono diminuiti per poi stabilizzarsi.
Il segreto è semplice: i paesi asiatici hanno prodotto modelli ripetuti in serie, hanno investito in filiere solide e hanno, pertanto, conservato ed ampliato le competenze. Non sono leggi della natura. Sono scelte industriali. Buona parte dell’Europa ha scelto per decenni di non coltivarle. Il paradosso è evidente: dopo aver scelto di perdere la capacità di costruire reattori con continuità, parte dell’opinione pubblica europea utilizza il costo dei nostri cantieri più travagliati come prova che l’atomo è troppo caro. Ma il costo del cantiere è solo metà della storia. Una centrale nucleare costa molto all’inizio, ma può produrre per sessant’anni o più. Se costruirla costa sei miliardi, più elettricità produce, più quei miliardi si distribuiscono sui megawattora generati. Se produce meno o il finanziamento costa di più, cresce il costo per megawattora, senza cambiare un bullone. Gli aiuti di Stato, in questo, diventano un fattore determinante.
Per decenni l’Europa ha sostenuto le rinnovabili con incentivi e regimi di aiuto autorizzati oppure esentati dalla notifica preventiva. Una scelta comprensibile, ma non neutrale. Il nucleare ha seguito un percorso diverso. Nel 2022 alcune attività nucleari sono entrate nella tassonomia sostenibile; nel 2024 la riforma del mercato elettrico ha previsto anche per il nuovo nucleare i contratti per differenza. Non un’esenzione generale dalle regole sugli aiuti di Stato, ma un cambio di indirizzo. Perché conta? Immaginiamo due investitori: al primo, che investe nelle rinnovabili, tramite questo strumenti sono stati garantiti ricavi prevedibili per decenni. Il secondo, che investe nel nucleare, dovrà affidarsi ai prezzi futuri dell’elettricità. Chi otterrà finanziamenti meno onerosi? Ovviamente il primo. È il tasso di sconto: più alto è il rendimento richiesto da chi investe, più costa recuperare il capitale attraverso la vendita dell’elettricità. Su miliardi di euro, anche pochi punti fanno un’enorme differenza. Negli scenari dell’Agenzia internazionale dell’energia il nuovo nucleare europeo presenta tassi superiori a diverse rinnovabili, come se il nucleare contenesse un maggior rischio intrinseco… e lo ha, ma a causa di precise scelte di mercato, più che per caratteristiche intrinseche.
Conviene rinunciare al nucleare per affidarci a un sistema fondato sulle sole rinnovabili, come una parte della politica prova a suggerire? Secondo simulazioni dell’Agenzia per l’energia nucleare dell’OCSE, escludere l’atomo da un sistema decarbonizzato può aumentarne sensibilmente i costi, anche con rinnovabili economiche. Questo perché un pannello può produrre elettricità a basso costo, ma non quando il sole non c’è, così come una turbina non accende il vento se questo non è presente. Servono accumuli, reti, riserve e altre fonti programmabili: risorse preziose, pertanto non gratuite. Ma la domanda di elettricità, contrariamente alle rinnovabili, è costante e non intermittente. Per anni abbiamo discusso se fosse conveniente costruire nuove centrali, senza porci con altrettanta insistenza la domanda opposta: quanto potrebbe costarci non costruirle? Perché il costo di un impianto è una cosa. Il costo di alimentare un intero Paese, ogni ora del giorno e per decenni, è tutt’altra roba.
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