Debora Serracchiani è stata chiara: «Spero che a Napoli il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle possano essere insieme in coalizione», ha detto la capogruppo dem alla Camera in un’intervista pubblicata ieri su La Stampa. Discorso diverso per città come Roma e Torino, dove il Pd si prepara alle primarie e a presentare candidature autonome rispetto al M5S.

A giudicare dalle parole di Serracchiani, sembra quasi che il capoluogo campano rappresenti la scialuppa di salvataggio sulla quale i maggiorenti dem e grillini sono pronti a salire per scampare al naufragio dell’alleanza tra i loro rispettivi partiti. Ma se Napoli rappresentasse davvero la salvezza del patto tra Pd e M5S, il candidato sindaco dovrebbe essere già ufficiale e, di conseguenza, l’opinione pubblica non dovrebbe assistere all’indecoroso tira e molla che da diversi mesi caratterizza il cosiddetto “campo progressista”. Le cronache, infatti, descrivono il grande caos che regna nel Pd, sempre più diviso tra la volontà di strutturare il patto con il M5S, attraverso l’individuazione di candidati comuni, e la necessità di ricorrere allo strumento delle primarie per “imporre”, attraverso la legittimazione derivante dal voto degli iscritti, i propri candidati in città ritenute strategiche come Roma e Torino. Ma la confusione caratterizza anche il M5S e la doppia intervista pubblicata ieri dal Mattino lo dimostra: da una parte Luigi Iovino, deputato che ritiene indispensabile un patto col Pd per il futuro di Napoli; dall’altra Alberto Brambilla, consigliere comunale grillino secondo il quale l’accordo con i dem è carta straccia e il Movimento dovrebbe proporre agli elettori partenopei un progetto politico-amministrativo autonomo.

Il risultato è paradossale: a Roma e a Torino, dove il campo progressista non esprimerà un candidato unitario almeno al primo turno, il quadro politico si è chiarito dopo che il Pd ha annunciato le primarie e il M5S la volontà di ricandidare le sindache uscenti; invece a Napoli, indicata come una sorta di “avamposto” dell’alleanza tra dem e grillini, ancora non è stato deciso chi tra Roberto Fico e Gaetano Manfredi dovrà mirare al vertice di Palazzo San Giacomo. Napoli, dunque, non è il punto più avanzato dell’alleanza tra Pd e M5S, ma una realtà in cui il campo progressista è in preda alla confusione e si rivela ancora una volta incapace di fare i conti con le contraddizioni e le divergenze che ne hanno segnato la storia recente al punto di impedire persino ai leader nazionali Enrico Letta e Giuseppe Conte di costruire una prospettiva politica e amministrativa condivisa e credibile. Paradossalmente, dunque, la città campana è il simbolo di un patto che si sta progressivamente e inesorabilmente sfaldando.

A pagare il prezzo di questo scenario politico confuso e contraddittorio sono il centrosinistra e il M5S che vedono la propria credibilità diminuire inesorabilmente. Ma a risentirne è soprattutto Napoli che, a cinque mesi dalle elezioni, ancora non sa, per esempio, quali siano le strategie di dem e grillini per risanare il deficit di Palazzo San Giacomo, ricostruire il rapporto tra Comune e Regione, investire le risorse messe a disposizione dall’Unione europea attraverso il Recovery Fund e garantire ai residenti servizi degni di un Paese civile. La dialettica inconcludente tra i partiti, nel centrosinistra e nel centrodestra, sta divorando il necessario dibattito sul futuro della città. Altro che scialuppa, dunque: di questo passo, la città sarà risucchiata nel gorgo delle schermaglie tra Pd e M5S.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.