«I miei occhi hanno visto ciò che nessuno dovrebbe mai vedere». Tullio Foà, ultimo ebreo napoletano testimone della presenza dei nazisti a Napoli, ripete spesso questa frase contenuta nella lettera che un preside polacco scampato a un campo di sterminio scrisse agli insegnanti di tutto il mondo. Tullio Foà ha voluto raccontare cosa hanno visto i suoi occhi in quegli anni tremendi, quando qualcuno si arrogò il diritto di decidere chi potesse vivere e chi no. Se eri ebreo, non c’era bisogno di chiederselo, non potevi. Oggi Foà ha 88 anni, ma i suoi ricordi sono limpidi, quei giorni nitidi e quelle sensazioni ancora vagano dentro di lui. Forse in cerca di una risposta.

Foà non varcò mai l’ingresso di un campo di concentramento, Napoli fu liberata prima che i nazisti lo deportassero, ma in quell’inferno perse il suo migliore amico, il suo compagno di banco “preferito” Dino Hasson. Foà ha vissuto il terrore, i soprusi e il dolore che un bimbo di cinque anni forse non può capire, ma sentire sì.

Ricorda il dolore e sente il dovere di doverlo raccontare, per non dimenticare. Signor Foà, cosa ricorda del momento nel quale l’ideologia folle dei nazisti divenne legge anche qui a Napoli?
«All’epoca dell’approvazione delle leggi razziali, nel 1938, ai bambini ebrei fu vietato di andare a scuola. Il governo fascista, però, dopo pochi giorni ebbe un leggero ripensamento riguardo alle scuole elementari: se in una città si fosse riusciti a formare una classe di dieci bimbi e bimbe di razza ebraica, questi sarebbero stati autorizzati a frequentare una scuola pubblica. Il problema è che io non avevo ancora compiuto sei anni, la prima elementare era composta da 9 alunni e così il direttore della scuola falsificò il mio certificato di nascita e sui documenti risultò che io avessi già sei anni. Iniziai così a frequentare la prima elementare. Andavo a scuola all’Istituto Luigi Vanvitelli del Vomero con i miei fratelli più grandi, io avevo cinque anni. Qualcosa non mi tornava. Tutti i bimbi entravano dal cancello principale, solo noi da quello secondario, un quarto d’ora prima degli altri e uscivamo un quarto d’ora dopo gli altri. A quel punto era chiaro che gli “anormali” eravamo noi. Potevamo andare al bagno solo dopo che tutti i bambini e le bambine “normali” erano tornati in classe; in palestra, però, non eravamo ammessi, per cui facevamo ginnastica fra i banchi: eravamo la classe speciale degli ebrei».

Quale sensazione le è rimasta addosso di quei momenti?
«Senz’altro la consapevolezza di essere diverso dagli altri. Ero solo un bambino e quindi i primi giorni non capivo bene cosa stesse succedendo intorno a me, ma dopo poco mi fu chiaro. Io ero diverso, non potevo parlare o giocare con gli altri bambini, frequentavo una classe speciale con regole speciali. Capivo che gli altri mi consideravano “strano”. Questa sensazione, a distanza di 83 anni, ancora vive dentro di me».

Cosa successe, invece, nella sua famiglia?
«Quando furono emanate le leggi razziali, mio padre – vice-direttore di banca – fu tra quelli che persero immediatamente il lavoro. Nel 1939 emigrò, quindi, ad Asmara, in Africa orientale, nell’unico paese dove le leggi razziali non erano in vigore. Io ero il minore di cinque fratelli. Il più grande, avendo completato il liceo, avrebbe voluto iscriversi all’università, ma non era consentito; emigrò negli Stati Uniti, dove mia madre aveva una sorella e due fratelli. Rividi entrambi solo nel 1947 e quando guardai negli occhi mio padre, mi resi conto di conoscerlo a stento. Il vuoto che ho sentito in quegli anni lo porto ancora dentro me».

Quegli anni le hanno portato via una persona cara?
«Sì. Fu il primo dolore della mia vita. Il mio compagno di banco, il mio “preferito” come dicevo io, un bambino greco Dino Hasson, fu rimandato in Grecia perché i nazisti gli tolsero la cittadinanza italiana. Arrivato nel suo Paese, fu subito deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo scoprimmo solo dopo. E solo dopo scoprimmo che in quel campo ci rimase dieci giorni, poi divenne una nuvola: fu ucciso nei forni crematori insieme con tutta la sua famiglia».

Ricorda le Quattro giornate di Napoli?
«Certo. Innanzitutto, fu un errore che nella storia di Napoli si è fatto spesso: quello di sottovalutare la rabbia e l’orgoglio dei napoletani. Così, l’operazione a sorpresa del sabato divenne una sorpresa per i nazisti, disorientati dalla furia popolare e dall’eroismo dei napoletani, con le “Quattro giornate”. In quattro giorni i napoletani cacciarono i tedeschi dalla città. Ricordo che eravamo chiusi in casa perché sentivamo gli spari incessanti e percepimmo l’agitazione dei tedeschi».

Parlare di un ricordo bello suona forse fuori luogo, ma lei ne ha uno?
«Sì. Il momento più commuovente e di gioia fu quando vidi arrivare gli americani che, ricordiamolo, entrarono senza combattere perché i partigiani avevano già liberato la città. Li vidi arrivare e gli lanciavo dei fiori, loro in cambio tiravano a noi bimbi caramelle e gomme da masticare che non avevamo mai mangiato. E poi ricordo con emozione quando finalmente entrai a scuola dal cancello principale, a testa alta e con dignità».

Lei incontra moltissimi studenti ogni anno, qual è la domanda che le viene rivolta più spesso?
«Mi chiedono sempre se ho voglia di vendicarmi».

Glielo chiedo anche io, c’è dentro lei il desiderio di vendicarsi?
«No. La vendetta non mi appartiene, la mia vendetta è poter raccontare quello che è successo».
Meditate che questo è stato.

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.