La dichiarazione dell’ambasciatore iracheno a Mosca, Abdul-Karim Hashim Mostafa, secondo cui Baghdad auspica un futuro ingresso nei BRICS, merita attenzione, ma non giustifica letture ideologiche. Non esiste, allo stato attuale, una candidatura formale, né un invito ufficiale o una procedura di adesione avviata. Esiste invece un segnale politico che racconta molto della fase storica che attraversa il Medio Oriente e del modo in cui gli Stati cercano oggi di ampliare il proprio margine di manovra internazionale.

Per un osservatore liberale ed europeista, l’errore sarebbe duplice: liquidare i BRICS come un’alleanza anti-occidentale destinata al fallimento oppure considerarli l’alternativa destinata a sostituire l’ordine economico internazionale costruito negli ultimi decenni. Nessuna delle due interpretazioni corrisponde alla realtà. I BRICS rappresentano soprattutto un foro di coordinamento tra economie molto diverse, spesso concorrenti tra loro. India e Cina restano rivali strategici; Arabia Saudita e Iran continuano a perseguire interessi autonomi; Brasile e Sudafrica mantengono un forte radicamento nelle istituzioni multilaterali tradizionali. Parlare di un blocco compatto significa semplificare eccessivamente una realtà molto più articolata.

In questo quadro, la posizione dell’Iraq appare comprensibile. Il Paese dispone di immense risorse energetiche, ma continua a dipendere quasi esclusivamente dal petrolio per finanziare il bilancio pubblico. Una vulnerabilità che espone Baghdad alle oscillazioni del prezzo del greggio e limita la capacità dello Stato di programmare investimenti di lungo periodo. È qui che entra in gioco la geopolitica delle infrastrutture. Il grande progetto del Development Road, destinato a collegare il porto di Al-Faw alla Turchia e quindi ai mercati europei, rappresenta probabilmente la vera partita strategica irachena.

Più ancora dell’eventuale ingresso nei BRICS, sarà la capacità di trasformare la propria posizione geografica in un corridoio logistico affidabile a determinare il peso internazionale di Baghdad. Per riuscirci serviranno capitali, tecnologia, certezza del diritto e amministrazioni pubbliche efficienti. Tutti elementi che nessuna organizzazione internazionale può sostituire. La credibilità di uno Stato si misura infatti sulla qualità delle sue istituzioni, non sulla moltiplicazione delle appartenenze diplomatiche. Anche il dibattito sui sistemi di pagamento merita maggiore equilibrio. Nei BRICS si discute di incrementare l’utilizzo delle valute locali e di rendere più efficienti i pagamenti transfrontalieri. Ciò non significa assistere alla fine del dollaro né alla nascita di una moneta comune capace di sostituire l’attuale architettura finanziaria globale. Più realisticamente, si assiste alla ricerca di strumenti che aumentino il pluralismo dei canali finanziari senza demolire quelli esistenti.

L’Occidente farebbe un errore se interpretasse ogni apertura verso i BRICS come una scelta ostile. Al contrario, proprio l’Unione europea e gli Stati Uniti dovrebbero rafforzare la propria presenza economica in Iraq, sostenendo investimenti, infrastrutture, formazione amministrativa e cooperazione industriale. Lasciare spazio ad altri attori non è mai una strategia. L’interesse iracheno per i BRICS, dunque, non rappresenta oggi una svolta geopolitica, ma una leva negoziale. Baghdad cerca di aumentare le proprie opzioni senza rompere con Washington, con le istituzioni finanziarie internazionali o con i partner europei.

La lezione è chiara anche per l’Europa. Nel nuovo contesto multipolare non vince chi costringe gli altri a scegliere un campo, ma chi offre le migliori opportunità di sviluppo. Per questo il vero terreno della competizione internazionale resta quello delle infrastrutture, degli investimenti, della buona amministrazione e dello Stato di diritto. Sono questi, ancora oggi, i pilastri della forza dell’Occidente e la migliore risposta alle sfide della nuova geopolitica.