Un mediatore per mettere le forze di maggioranza intorno al tavolo e verificare la possibilità di farle lavorare bene e in fretta nell’interesse del paese. E poi indicare il premier. Il mediatore si chiama Roberto Fico, il Presidente della Camera leader dei 5 Stelle, persona non divisiva e dotata di buona volontà. Dipende, appunto, dalle consultazioni che “l’esploratore” condurrà tra oggi e domani a Montecitorio.

Se da questi colloqui che coinvolgeranno, come ha precisato il Capo dello Stato, «le forze della passata maggioranza», è possibile ritrovare un governo forte («con un adeguato sostegno parlamentare») in grado di adottare «quegli immediati provvedimenti di governo per affrontare l’emergenza sanitaria, sociale ed economica e non lasciare il paese esposto agli eventi in questo momento così decisivo per la sua sorte». In pratica la verifica di maggioranza rinviata da mesi, è stata portata al Quirinale. Se sarà Conte ter, è ancora presto per dirlo. Giuseppe Conte confidava in un reincarico pieno e anche veloce. Non è andata così.

E non poteva andare così dopo i paletti alzati da Italia viva che, fallito e anche in malo modo, il tentativo di Conte di dare vita ad un gruppo di responsabili per sostituire numericamente i renziani in Parlamento, è tornata ago della bilancia della maggioranza. E a questo punto chiede risposte certe sul programma: vaccini, prima di tutto; e poi sanità, lavoro, scuola, università, fisco, cantieri e opere pubbliche, riforma della giustizia e della pubblica amministrazione. In pratica l’utilizzo strategico dei 209 miliardi del Recovery plan. Il Conte ter è pero ancora sul tavolo. In prima fila. Come ha chiarito Vito Crimi che ha guidato la delegazione 5 Stelle al Colle.

«Non è il tempo dei veti, è l’ora di fare passi avanti», quindi ok al ritorno di Italia viva in maggioranza a patto che il premier sia Giuseppe Conte. Il Quirinale aveva tenuto per ultima la consultazione con i 5 Stelle. Al di là della prassi – dai gruppi più piccoli a quelli più numerosi – c’era una ragione strategica in questo ordine: far parlare tutti prima e lasciare ai 5 Stelle la responsabilità della decisione finale. Il patto è chiaro: Renzi dentro con tutta l’agibilità che chiederà e che sarà possibile dare ma Conte non si tocca. A quel punto Mattarella ha potuto tirare le fila di 39 ore di audizioni. E ha voluto parlare di persona agli italiani confusi e preoccupati per la crisi sanitaria, economica e i vaccini che non arrivano indicando gli obiettivi primari del governo che si cerca di far nascere. Un’agenda in cinque punti: «Una diffusa, decisiva campagna di vaccinazione per contrastare le offensive della pandemia»; «la pesante crisi sociale, con tanti nostri concittadini in grave difficoltà, e le gravi conseguenze per la nostra economia». Emergenze possono essere fronteggiate «soltanto attraverso l’utilizzo, rapido ed efficace, delle grandi risorse, predisposte dall’Unione Europea».

Il presidente Fico è salito al Quirinale alle 19 e 30. In quegli stessi minuti a Montecitorio si preparavano le sale per le nuove consultazioni. Che dovranno concludersi entro martedì sera e verificare «partendo dai gruppi che sostenevano il governo precedente, la concreta disponibilità a dare vita a quel governo forte e solido» in grado di rispettare l’agenda in cinque punti di Mattarella. L’opera di confronto e mediazione non coinvolge, quindi, per ora almeno, le opposizioni. Che ieri, nel colloquio con Mattarella, hanno fatto capire di essere pronte a scendere in campo e dare il loro contributo alle emergenze se e quando l’ipotesi Conte non sarà più agibile. Del comunicato letto da un Salvini molto istituzionale e quasi con lo standing del leader della coalizione, quelle che contano sono le ultime due righe. «E comunque ogni componente del centrodestra valuterà per il meglio alla fine di questa consultazione ogni decisione che Lei signor Presidente vorrà prendere».

Significa che il centrodestra è uscito dal radicalismo di “al voto-al voto” che in questo mese di caccia ai Responsabili ha spaventato anche molti parlamentari. E tutte le sette componenti delle opposizioni salite ieri al Colle – Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Idea, Cambiamo, Udc, Noi per l’Italia – hanno aperto con sfumature diverse al cosiddetto Piano B. Che non prevede in alcun modo la presenza di Giuseppe Conte a palazzo Chigi. Ma apre a possibili soluzioni alternative, “governo dei migliori”, di “salute nazionale” ma anche “unità nazionale”. Il centrodestra sta fermo un giro. Ma è pronto a scendere in campo “nel secondo”, ciascuno “con le proprie valutazioni”.

Si racconta che il presidente Mattarella abbia molto apprezzato. Finalmente i suoi appelli all’opposizione “responsabile e collaborativa” sono andati a buon fine. Si chiariscono le presunte “divisioni” degli ultimi giorni , Meloni chiude, Salvini apre, Forza Italia vorrebbe andare a vedere le carte. La ricetta del centrodestra è un menu unico, con gli stessi “piatti” che però ciascuna delle componenti decide di consumare in tempi diversi. Se per Giorgia Meloni viene prima il voto e poi «la disponibilità a valutare altre proposte», Salvini apre un po’ di più sul governo di salute pubblica, Forza Italia e i centristi non calcolano l’ipotesi del voto. Ma questo è un secondo tempo.

Ce la farà il presidente Fico a guidare la crisi verso la soluzione? In questi anni ha saputo diventare “figura terza”. Sebbene di parte. La criticità di questa operazione sta nel rapporto con Matteo Renzi e Italia viva. Ieri sera il leader di IV ha applaudito alla scelta “saggia” di Mattarella che «Iv saprà onorare» perché «lavoreremo sui contenuti su cui il Paese si gioca il futuro. Diciamo no alla caccia al parlamentare, diciamo sì alle idee e ai contenuti». Solo ieri mattina, però, stava per saltare di nuovo tutto. La comunicazione del gruppo o di palazzo Chigi, aiutata da Il Fatto quotidiano, ha pensato bene di scatenare una campagna social sul fatto che Renzi, membro del board di una società che organizza conferenze di politica internazionale, lo scorso fine settimana, nel pieno della crisi, era negli Emirati Arabi per una di queste conferenze.

Un gruppetto di zelanti parlamentari 5 Stelle ha provveduto a fare un’interrogazione parlamentare. Il Pd ha buttato acqua sul fuoco. Di Maio ha fischiato, «non è il momento delle polemiche» e questa ultima incredibile ultima rottura è rientrata nonostante i cannoni di Di Battista. Una cosa è certa: nelle consultazioni dovrà essere risolto il nodo del modo di fare comunicazione di palazzo Chigi. Sugli avversari. E sugli alleati. Il Pd lo sa bene. In fondo, era poco più di un anno che i 5 Stelle parlavano dei “pidioti” e del “partito di Bibbiano”.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.