Quale figlio di due severi grecisti (e latinisti), ho avuto la fortuna (a lungo imposta, in verità, ma non smetterò di ringraziarli), di frequentare con assiduità (e spero con qualche minimo profitto) le meraviglie della Grecia Antica, dove tutto quello che di più essenziale e profondo vi è da dire e da capire dell’animo umano, fu già detto e scritto.
Ora, temo che Beppe Grillo ignori che la Giustizia, nella mitologia greca, avesse (almeno) due volti: quello di Dike e quello di Nemesis.

Dike è la Dea che rappresenta la Giustizia -se così possiamo dire- nella sua oggettività. È colei che ispira gli uomini a fissare le leggi, le regole della convivenza, il patto sociale. Chi viola la legge merita di essere punito perché ha oltraggiato Dike (la quale, ogni volta che la legge viene infranta, si precipita piangendo da suo padre Zeus, non so se mi spiego). Insomma, Dike è la Legge: dunque la regola e, ad un tempo, la sanzione per la sua violazione. Chi commette un reato sfida le ire di Zeus, che mal tollera di veder soffrire la sua adorata figlia. Compito degli uomini è individuare il responsabile di un reato, quindi dell’offesa a Dike, e di punirlo per conseguenza. Ecco perché il processo è un rito sacro: occorre individuare il colpevole, senza peraltro correre il rischio -ancora più grave della impunità- che è la condanna dell’innocente. Una responsabilità da far tremare le vene ai polsi.

Comprendiamo bene, allora, come solo una masnada di protervi analfabeti può immaginare di celebrare i processi al bar, o sui giornali, o sui social, mettendo bocca su fatti appena conosciuti o orecchiati, in luogo dei giudici. Meno che mai può immaginarsi che i processi li celebrino i genitori degli imputati, o i genitori delle vittime, ciascuno illustrando a modo proprio le ragioni della innocenza o della colpevolezza. Può essere ben comprensibile dal punto di vista umano, ma è un errore fatale. Un peccato di Hybris, che nella tragedia e nella letteratura greca (aridaglie!), significa una empia manifestazione di superbia, di tracotanza, di smodata percezione di sé. Cioè il peccato del quale si è macchiato Beppe Grillo con quel suo ormai famoso video. Non c’entra nulla “il dolore di un padre”. Qualunque genitore di un figlio accusato di un crimine così orrendo ed infamante, è condannato a patire le pene dell’inferno, a fracassarsi ogni sera la testa contro il muro, ad essere sopraffatto dalla disperazione e dal rancore.

Ma l’idea di accendere un video per far sì che tutto il mondo sappia di quella tua disperazione e di quel tuo rancore, inveendo contro una accusa che denunci come ingiusta, appartiene solo a chi coltivi una idea smodata, arrogante e tracotante di sé stesso. Una idea che è questa: sono un uomo pubblico, le mie parole hanno un peso, userò quel peso per aiutare mio figlio. Ecco dove Grillo paga la sua verosimilmente scarsa frequentazione dell’antica Grecia. Ha pensato di sostituirsi a Dike, o peggio ancora di tirarla per la veste divina; e con gli Dèi non si scherza. Perché se pecchi di Hybris, ecco lì che arriva Nemesis. Ora, la parentela è complessa, ma per semplificare sarebbe una sorella di Dike, addirittura preferita da papà Zeus, con il quale avrebbe intrattenuto perfino rapporti incestuosi (d’altronde, quod licet Iovi, non licet bovi). Nemesis è la Dea sì anch’essa della Giustizia, ma della “Giustizia riparatrice”, quando non addirittura vendicativa.

Quella che interviene quando occorre non solo punire chi viola la legge (a quello ci pensa Dike), ma quando occorre punire, riequilibrare un atto empio di superbia e di tracotanza. Nel caso del video di Grillo, Nemesis ha preso le sue debite informazioni, e ha scoperto che il peccatore ha costruito le proprie fortune politiche sul “vaffanculo”, cioè sulla gogna spiccia. Qualunque avversario sociale e politico potesse essere lapidato e scotennato anche se appena sfiorato dal sospetto, e con lui i figli ed i figli dei figli, veniva scotennato e lapidato da lui e dalle folle plaudenti dei suoi adepti, che lo issavano, trionfante, su un canotto sorretto da un mare di vaffanculisti in piazze stracolme. Che sono così diventati il primo partito italiano, hanno eletto il Ministro della Giustizia (cioè il rappresentante di Dike in terra, capite?), e hanno costruito la propria forza sostituendo la presunzione di colpevolezza alla presunzione di innocenza come parametro di giudizio dei fatti penali, sul quale lucrare consenso politico.

Ecco allora che Nemesis ha sbroccato: tu, proprio tu, metti su un video per spiegare, urlando sputando e sacramentando, ciò che Dike deve fare di tuo figlio? Proprio tu, il re del vaffanculo, pretendi, sbattendo i pugni, la presunzione di non colpevolezza per il tuo ragazzo? È troppo. Questa è Hybris, ma tanta Hybris, si è certamente detta, tra sé e sé, Nemesis. E con un solo gesto, senza colpo ferire, ha posto fine alla intensa, fortunata ma ora anche breve carriera di leader politico dell’ex comico. Game over. Dite a Grillo, insieme agli auguri sinceri (ma sinceri davvero) che suo figlio possa essere giudicato da giudici ossequienti a quel culto della presunzione di innocenza che lui ha sempre oltraggiato ed irriso, che non c’entrano nulla gli avversari politici, i servizi segreti o la massoneria. È Nemesis, egregio signore. Le sarebbe stato utile conoscerla prima, perché con lei non si scherza.

Presidente Unione CamerePenali Italiane