Questi Cinque Stelle, come denunciava ieri Piero Sansonetti, sono venuti al mondo per ammazzare la democrazia e ci stanno riuscendo. Con loro, si sono uniti quelli della sinistra unita e disunita a cominciare da Zingaretti. Il delitto è in corso e la motivazione è chiara: abbattere la democrazia rappresentativa parlamentare e sostituirla con un gioco a premi più vicino al gratta e vinci che alla Costituzione repubblicana. L’arma del delitto non è solo nota, ma anche arrugginita: il vecchio coltello da mattatoio con cui si scannano persone, storie, partiti, sull’altare della trasparenza. Che cos’è la trasparenza? È una parola che non vuol dire nulla, specialmente in politica. La politica è fatta di rappresentanza e di governo. La rappresentanza la dovrebbero scegliere soltanto gli elettori e il governo dovrebbe affrontare e risolvere i problemi. Questo, nel Paese dei balocchi. Ma la verità nuda e cruda – quella che con orgoglio rivendicava ringhiando anche Winston Churchill, è che la politica è guerra, lacrime, sangue, merda, pregiudizi, complotti, ipocrisie. Lenin diceva che la rivoluzione non è un pranzo di gala. La democrazia non è certa il suo dessert. E regole.

Ciò che distingue la politica dall’età della pietra sono le regole. Per migliaia di anni gli assembramenti umani, poi i le città, i popoli, le comunità, persino i condomini, le parrocchie, bocciofile, squadre sportive, circoli culturali e cinefili, sale bingo e night club, hanno maturato e perfezionato regole affinché il flusso degli interessi, dei diritti, dei doveri, dei piaceri, dei sogni, delle rabbie, dell’odio e dell’invidia che non sono sentimenti eliminabili, navigassero dentro le murate che fanno da confine. Da quando è nata la Repubblica italiana ad oggi non ha mai regnato l’armonia – roba più zen che pratica – ma la battaglia frontale, le accuse di malgoverno e di corruzione, le commissioni d’inchiesta e giornalistiche, insomma il conflitto allo stato belluino, perché una democrazia libera non è fatta di troppa unità pappa-e-ciccia, ma di scontro e arti di combattimento purché omologate dalla Costituzione. Oggi si fa finta che gli anni della ricostruzione fossero pacifici ed armonici. Ma quando mai.

I comunisti accusavano i democristiani di mangiare a quattro palmenti ribattezzati “forchettoni”, i democristiani accusavano i comunisti di mangiare i bambini, i fascisti rivolevano il duce, gli antifascisti rivolevano piazzale Loreto, e poi scandali sulle fornitore militari, sui servizi segreti, sulle riforme dell’agricoltura, sulle tasse, gli scioperi generali, gli scontri con gli studenti e con i sindacati, sulle finanziarie, su ogni pretesto legittimo e sostenibile perché così è ed ha da essere la politica. E sapete una cosa? Tutto ciò era magnifico. Una democrazia è fatta così. Non è un giardino d’infanzia, non è una festa della concordia: la democrazia richiede una e una sola condizione. Che tutto accada e sia governato dalle regole. Non è l’opacità o il fango e nemmeno il sangue ciò che distrugge la democrazia, ma la cancellazione silenziosa delle regole. Conoscerete, immagino. la vecchia storiella del cameriere cinese che spostava il prezioso vaso di un millimetro al giorno finché lo fece sparire senza che nessuno se ne accorgesse. Oggi il colpaccio sta accadendo, anzi è consumato.

Come è stato possibile? È stato possibile sostituendo all’idea centrale della democrazia come luogo di scontro e di compromesso (la sua seconda gamba) quella di un cartone animato giapponese in cui da una parte c’è il popolo (dei fax, delle monetine, degli indignati, dei forconi) e dall’altra ci sono gli angeli sterminatori. Cominciò in Francia il giovane Saint-Just che mandava alla ghigliottina tutti gli impuri.
Ogni rivoluzione che mirava ad instaurare la dittatura chiamandola democrazia perfetta, ha usato l’arma del terrore indiscriminato.
La forma dello slogan è collaudata e depositata: al Museo dei Pesi e Misure di Sèvres: “Sono Tutti Ladri”. Punto, non serve altro. Anzi, no. Manca il corollario: salvo noi. E se anche fosse che uno di noi risultasse ladro, basta gettarlo nell’immondizia e restiamo comunque noi i soli onesti e trasparenti. Geniale.

Il re, l’imperatore, il papa, il commissario politico, il gerarca, il sindaco, il parroco, l’onorevole, il senatore, il direttore, il presidente, sono tutti ladri. È l’Italia di Manzoni, di Collodi e anche di Leopardi. Dunque, c’è di mezzo anche la genetica storica. Il bello è che spesso è anche vero, che fra loro si odiano i ladri ed è per questo che dovrebbe funzionare in un quadro di regole semplici chiare e precise l’oggetto sconosciuto che si chiama giustizia e che da noi non funziona lo sappiamo bene tutti. Ma la malattia che ha cominciato ad uccidere la nostra democrazia viene da lontano e molti l’hanno dimenticato. Viene dall’uccisione di Aldo Moro, quando era in corso un programma di sostituzione della intera classe dirigente con l’immissione degli uomini del Partito comunista, che avrebbero dovuto portare a termine l’eterno “strappo” dall’Unione Sovietica, strappo che poi non si consumò fino in fondo, lasciando la democrazia italiana in un mezzo al guado. Personalmente penso che il tentativo berlingueriano di sostituire la scarsa spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre con un accentuato moralismo che faceva del Pci il partito ariano del bene e degli onesti, contro il partito del male e dei corrotti (che sarebbero stati Craxi, Andreotti, Berlusconi, tutti additati al pubblico ludibrio anche come mafiosi e parenti del demonio).

Le fortune del Partito di Berlinguer su questa linea furono clamorose e molto collegate alla sua figura carismatica, ma – la mia opinione – lasciarono un fall out di macerie. Cominciò la caccia al ladro e dunque anche ai Primo Greganti delle Botteghe oscure, si cercava seriamente il tesoro di Bettino Craxi come se fosse stato il pirata Barbanera e in questo clima calò la mannaia della ghigliottina italiana, ovvero l’operazione concepita oltreoceano come “Clean Hands”, mani pulite, che sbaraccò la vecchia Repubblica che bene o male (più bene che male) aveva ricostruito l’Italia, senza trovare praticamente nulla e lasciando una scia di cadaveri come quello di Emanuele Cagliari e di Raoul Gardini. Il colpo di coda dell’imprenditore Berlusconi che s’inventò una vera macchina da guerra mai vista prima mandò all’aria il progetto, ma fino ad un certo punto. L’imprenditore di Arcore diventò immediatamente il nuovo Satana, non un avversario. Gli furono scaricati addosso settanta e più processi ed è una storia sulla quale questo giornale ha scritto e spiegato moltissimo.

La presenza dell’imprenditore Berlusconi in politica introdusse il concetto pratico e laico del “fare”, contro la politica delle chiacchiere, ed è finita come sappiamo. Ma nel frattempo la politica, tutta la politica e i politici, governatori, sindaci, assessori e ogni colore e bandiera erano stato trasformati davanti agli occhi dell’elettorato, in sterco del diavolo. E il passo successivo è stato facile e intuitivo, come rubare un gelato a un bambino per strada: far credere che scopo della politica non sia governare bene con un progetto nella mente e delle soluzioni per risolvere i problemi, ma fosse una gara del genere corsa nei sacchi a chi poteva dimostrare cdi essere trasparente e onesto, sulla base di criteri del tutto idioti. I politici cominciarono a fingersi frugali, a rifiutare i simboli dello Stato come l’auto blu che non è un privilegio ma una espressione formale del governo, i parlamentari si tolsero la cravatta e cominciò una gara a far finta.

Il sembrare contro l’essere. I leghisti avevano già portato i cappi in aula per essere trasparenti, anzi invisibili, anche mangiando tramezzini seduti sugli zainetti nel Parlamento, fra la disperazione dei commessi. Dietro questa apocalisse, il grande clown Beppe Grillo: un maître à penser che viene da una visione da ragioniere di bottega (che lui stesso ha descritto in scena con grandissima ed onesta efficacia) che elabora paradossi da Settimana Enigmistica, trovate argute e bertoldesche, soluzioni filosofiche che stanno tra “lo sapevate che” e i brevetti per trasformare l’oro in piombo. La genialità dell’uomo dal punto di vista ideologico è stata quella di aver creato una leggenda – oggi si dice narrazione – secondo cui lui e il suo movimento avrebbero salvato l’Italia da una feroce e giustificata rivolta dei cittadini armati di forconi, che avrebbero fatto piazza pulita della politica e del Parlamento, se non ci fosse stato lui – loro – a fare da cuscinetto, da mediatore e riassorbire come un ammortizzatore l’ira furente – e sacra – del popolo che aveva aperto gli occhi.

Quindi un movimento parassita di una decomposizione avviata da altri ha depositato le sue uova nello sfacelo della democrazia parlamentare eccitando in ogni modo, e senza subire neanche una contravvenzione per divieto di sosta, tutti i peggiori istinti contro le istituzioni, il Parlamento, le aule, i politici ladri (strada già arata dalla Lega in altri tempi) devastando senza contrasto il famoso immaginario collettivo degli italiani, ridotto a un ammasso di macerie. Intanto in Cina arrestano tutti i dissidenti e se li portano via senza che da noi nessuno fiati. Perché siamo anche diventati un Paese cinese e setoso. E la politica, con la sua intendenza della libera stampa che le sta dietro senza tentare mai di precederla, col cappello da esploratore e col fucile a tappi va a caccia di ladri, malfattori, gentaccia non trasparente, trascurando il fatto di aver insediato su centinaia di migliaia di divani giovani nullafacenti che godono di elemosine elettorali.

Chi scrive non è giovane, ma nemmeno tanto vecchio da perdere tutte le speranze. E credo che sia legittimo sperare che un giorno non lontano tutti coloro che stanno attuando un’opera di sovversione costituzionale che equivale a un colpo di Stato, siano tradotti alla sbarra e chiamati a rispondere di quel che hanno fatto e seguitano a fare a questo Paese. E, come nelle guerre stellari, che la Trasparenza sia con loro.