Il 6 agosto, con una mail svelata ieri da Repubblica, il comitato tecnico scientifico istituito dalla Regione Sardegna boccia il piano della giunta (e di alcuni consiglieri) che dà parere favorevole all’apertura delle discoteche. Cinque giorni dopo, esattamente l’11 agosto, il presidente Christian Solinas ignora il parere e decide di tenere aperti i vari locali, tra cui il Billionaire. È l’ordinanza numero 38 ora presa di mira dalla procura di Cagliari che, dopo la puntata di Report, ha aperto un’inchiesta per epidemia colposa. Poco prima dell’inizio della stagione turistica il presidente sardo-leghista aveva tentato di fare il duro per preservare una regione che a fine lockdown era covid free. Se ne era uscito dicendo che bisognava avere una sorta di patentino di immunità altrimenti non si poteva sbarcare in Sardegna.

Poi niente, un po’ per il niet del governo centrale (l’iniziativa era anti costituzionale) un po’ per incapacità totale di gestire una situazione così complessa. Dal pugno duro, Solinas è passato in poche settimane a un “liberi tutti” che è costato tanto alla Sardegna risvegliatasi a fine stagione con tanti, troppi contagi in una regione dove la terapia intensiva è ridotta al lumicino. Quando ormai la frittata era fatta, i contagi avvenuti, i residenti nell’isola spaventati e arrabbiati, i turisti in fuga, Solinas ha di nuovo giocato la carta dei controlli in entrata e in uscita. Una mossa tardiva, inutile e ancora una volta finita nel nulla. Nonostante i comunicati stampa questi controlli non ci sono mai stati e le trovate mediatiche del presidente della Sardegna sono sempre finite in una bolla di sapone.

Ora c’è l’inchiesta. Come sempre là dove non arriva la politica, arrivano loro, i pm. Ma serve a qualcosa? L’attenzione è posta sugli eventuali aspetti penali, si passa la palla alle procure e non si guarda a cosa ci sia dietro la maledetta estate che ha segnato la battaglia dei sardi contro il virus. Ci sono anni e anni di promesse politiche non mantenute. E ora c’è un presidente democraticamente eletto, che altrettanto democraticamente dovrebbe essere mandato a casa, anche velocemente. Dietro i proclami mai realizzati, dietro le discoteche tenute aperte per non nuocere a un settore già fortemente in crisi, c’è il vuoto assoluto dell’iniziativa politica. Da quando Solinas, che ogni giorno fa rigirare nella tomba il padre del partito sardo d’azione Emilio Lussu, è diventato presidente della regione Sardegna ha rivelato tutta la sua incapacità. Non ha risolto nessuna delle questioni che attanagliano l’isola, né ha mai dimostrato di avere un’idea per dare un impulso allo sviluppo. E invece di costruire un piano vero per tenere insieme turismo e lotta al covid, è saltato dal minacciare le chiusure esasperate a un “liberi tutti” di cui adesso si contano i danni.

Torniamo all’estate. Il 16 agosto, anche sulla scorta delle immagini che arrivano dalla Costa Smeralda, il governo nazionale delibera a partire dal giorno dopo la chiusura delle discoteche in tutto il Paese. Qualche giorno dopo il ministro Speranza, incalzato da un giornalista de La Stampa, nega che il governo abbia mai autorizzato l’apertura dei locali notturni. In realtà nel dpcm dell’11 giugno l’esecutivo Conte lascia libere le regioni di decidere se tenere aperte o meno le discoteche e stabilisce i criteri che andrebbero rispettati. La Calabria non le apre. La Sardegna sì. È vero che il governo Conte non prende una decisione così pericolosa per la salute pubblica, ma demandando alle regioni di fatto si lava le mani rispetto a una scelta, che in un momento così delicato andava presa centralmente, come di fatto poi è avvenuto.

La questione del rapporto tra regioni e governo ritorna anche in questo caso. Ci sono scelte e questioni che non possono essere fatte localmente e che richiedono una decisione univoca. Ma come per la sanità anche in questo caso c’è stato un rimpallo che è ricaduto sulle spalle dei cittadini. Il Titolo V che conferisce molti poteri alle regioni va riportato al giusto equilibrio per non vivere più il caos di questi mesi. Anche questa una scelta politica, che qualche anno fa gli italiani hanno bocciato, dicendo no alla riforma costituzionale proposta da Renzi in cui era contenuta anche la (ri)modifica del Titolo V.

Adesso arriva l’inchiesta della procura di Cagliari, quando le scelte sono già consumate e quando il virus ha fatto molta della sua strada. Ma c’è solo un modo per tentare di arginare la pandemia e la crisi economica, una crisi economica che in Sardegna viene molto da lontano: chiedere a Solinas e alla sua giunta il conto politico delle scelte scellerate che hanno fatto finora.