«Ormai la magistratura è un potere fuori controllo e, come tale, era logico che fosse destinata a degenerare. Ecco perché servono riforme come la separazione delle carriere tra giudici e pm, l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale e di reati come l’abuso d’ufficio e il traffico di influenze illecite che servono soltanto a paralizzare le pubbliche amministrazioni».

La pensa così Giuseppe Gargani, deputato della Democrazia Cristiana dal 1972 al 1984 e poi europarlamentare di Forza Italia dal 1999 al 2014. Protagonista delle vicende politiche che hanno segnato l’Italia nella seconda metà del secolo scorso, Gargani è autore di In nome dei pubblici ministeri, volume pubblicato per la prima volta nel 2000 e per la seconda nel cinque anni più tardi e che da qualche settimana è di nuovo nelle librerie. Il motivo è presto detto: gli scandali che pressoché quotidianamente scuotono la magistratura italiana hanno suggerito a Gargani, in passato sottosegretario alla Giustizia, di rilanciare la riflessione sulla necessità di riforme che riconducano l’attività dei magistrati nel perimetro tracciato a suo tempo dalla Costituzione.

Onorevole, come sono cambiati giudici e pm nel corso degli anni?
«La Costituzione ha configurato la magistratura come un “ordine”, mentre oggi la definiamo un “potere”. Un potere autonomo e incontrollabile, quindi destinato a degenerare negli scandali denunciati da Palamara e nelle torbide vicende alle quali assistiamo tutti i giorni».

Com’è potuto accadere?
«I diritti si sono evoluti, come anche nel resto d’Europa e del mondo, e la giurisdizione è andata di pari passo. I magistrati hanno cominciato a offrire interpretazioni della legge sempre più autonome e variegate, trasformandosi da “bocca della legge” in entità poste “di fronte alla legge”. Da Tangentopoli in poi, inoltre, i magistrati si sono presentati come garanti della legalità anziché come soggetti istituzionali chiamati a sanzionare l’illegalità. Così sono diventati giudici anche morali, quasi “angeli sterminatori” di quella politica che ha perduto il primato».

E Napoli non si è riuscita a sottrarre…
«No, perché il metodo utilizzato dal pool Mani Pulite della Procura di Milano si è rapidamente diffuso ovunque, al pari della politicizzazione della magistratura. Basti pensare all’ultimo periodo in cui abbiamo assistito a scontri continui tra magistrati e all’interno del Csm, alla degenerazione delle correnti e alla lottizzazione degli incarichi ai vertici delle Procure. E ad aggravare il tutto ci hanno pensato alcune norme di legge».

A quali norme si riferisce?
«Al traffico di influenze illecite che altro non è che una raccomandazione il cui contenuto è di fatto stabilito dal pm. In pratica si tratta di un elastico che allarga e si restringe in base alla volontà del magistrato. E poi penso all’abuso d’ufficio, a norme come la Spazzacorrotti e a tutta la legislazione speciale in materia di criminalità organizzata. Molto spesso si tratta di norme confuse, utili soltanto ad accrescere il potere dei pm alla continua ricerca di reati e a scatenare il “terrore della firma” all’interno della pubblica amministrazione. Eppure tutti sappiamo quanto bisogno ci sarebbe, soprattutto al Sud, di una pubblica amministrazione rapida, efficace ed efficiente».

Abolirle risolverebbe i problemi di giustizia e politica?
«Eliminare certi equivoci e certe incertezze non potrebbe fare che bene all’amministrazione, ma non basta. Bisogna separare le carriere di giudici e pm, impedire a questi ultimi di cercare il reato, cancellare il carattere obbligatorio dell’azione penale fissando una scala di priorità per le Procure. E poi sarebbe il caso di impedire ai giornalisti di citare i magistrati per nome e cognome, in modo tale da non accrescerne il protagonismo, e di cambiare i criteri di valutazione delle toghe, perché non è ammissibile che i pm riportino giudizi sempre lusinghieri quando magari sono responsabili di inchieste che devastano la vita di tante persone e vengono successivamente smontate dai giudici».

Il governo Draghi ci sta lavorando: ci riuscirà?
«Ho fiducia nella ministra Cartabia. Se non dovesse centrare l’obiettivo, c’è sempre la strada del referendum».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.