Il semestre di presidenza francese dell’Unione Europea. Cosa attenderci? Di questo e altro Il Riformista ne discute con un’autorità indiscussa nel campo dell’economia e delle politiche sociali: Jean Paul Fitoussi, Professore emerito all`Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. Autore di numerose opere, attualmente è direttore di ricerca all`Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione.

Professor Fitoussi, cosa c’è da attendersi dal semestre di presidenza francese, iniziato l’1 gennaio, dell’Unione europea?
Le rispondo ponendo a lei una domanda: che cosa c’è da aspettarsi, nelle condizioni attuali, da un semestre di presidenza europea, di qualsiasi Paese dell’Ue?

Le chiedo di rispondere lei per me…
La risposta è: poco. E poco è già molto. Mi aspetto una grande retorica che peraltro è già stata utilizzata dal presidente francese nelle sue dichiarazioni sull’Europa di due anni fa. Il copione si ripropone. Non mi aspetto molto, perché questa presidenza, indipendentemente da chi l’assume semestralmente, è più formale che reale. Quella francese sarà seguita, 6 mesi dopo, da un’altra presidenza che anch’essa sarà più formale che reale. Il sistema congegnato mira al “decoro”, all’immagine più che alla sostanza. Serve ai Paesi per avere l’impressione di servire a qualche cosa. Per tornare a Macron: lui ha delle idee precise, anche se le cambia un po’ troppo spesso. Ha avanzato anche una proposta a Draghi sulla riforma del Patto di stabilità. Queste proposte sono ciclicamente avanzate sotto forme diverse. E tutte irrealizzate. Ciò che si sa è che il Patto di stabilità per com’è impedisce all’Europa di funzionare. Ma anche se lo sappiamo, questo Patto dissennato continua ad esistere e continua a impedire all’Europa di funzionare. Questo lo si sa almeno dal 1997, un quarto di secolo fa. E questo Patto è stato rinforzato dal Fiscal compact nel 2011. Ora Draghi e Macron chiedono un cambiamento. Bene. Se non fosse che un cambiamento, con le regole vigenti, lo si fa solo se ottiene l’unanimità. E così si torna, come in un estenuante Monopoli o in un eterno gioco dell’oca, faccia lei, alla casella di partenza…

Non conta anche il peso politico del Paese “guidatore” di turno?
Questo è vero. Le riforme si facevano quando la Germania era al comando. Gli altri ubbidivano perché avevano paura dello spread. Quello che c’è da augurarsi, nel campo del possibile, è una Europa più presente nel paesaggio mondiale. Ma è difficile spingersi oltre visto che siamo nel tempo del bla bla piuttosto che di realtà. E poi c’è da tener conto di un problema specifico francese…

Quale, professor Fitoussi?
Quello che è iniziato non è per la Francia un semestre banale. È il semestre entro il quale ci sono le elezioni presidenziali a cui Macron è candidato. C’è da chiedersi come riuscirà a fare tre parti in commedia. E tre parti da primo attore sempre in scena.

Macron uno e trino…
Presidente della Francia. Presidente dell’Unione europea. E candidato alle elezioni presidenziali. Dovrebbe clonarsi per fare questo. C’è da pensare che il suo sarà essenzialmente un esercizio di comunicazione. Cercherà di “comunicare” più importanza a questa presidenza Ue di quanta ne abbia davvero, per far credere alla gente che c’è dell’arrosto e non solo tanto fumo.

Lei è coautore, assieme a Joseph E.Stiglitiz e Martine Durand, di un libro di grande interesse e attualità: Misurare ciò che conta (Einaudi, 2021). Le chiedo: cosa conta di misurare per costruire una Europa meno squilibrata di quella esistente?
Tutti lo sanno quello che dovremmo misurare. Su tutto, il capitale umano. La competenza, l’istruzione, l’efficienza nel lavoro. C’è da misurare tutti i fattori che hanno una incidenza sul capitale umano. Puntando sull’occupazione. E non ad una occupazione precaria che rende questo capitale più fragile. Si deve misurare la salute, il sistema della salute, che fin qui non abbiamo misurato. Un sistema pubblico malridotto, quasi inesistente, come ha tragicamente disvelato una pandemia virale tutt’altro che debellata. I due Paesi che si vantavano di avere il migliore sistema sanitario pubblico al mondo, la Francia e l’Italia, hanno mostrato gravi falle e questo perché non erano stati fatti gli investimenti necessari. Non hanno misurato la produzione di salute, la produzione di sanità. Ripeto qui quanto ho avuto modo di dire in altra sede: ciò che trovo davvero scandaloso, ingiustificabile, in questa gestione del Covid è che dall’inizio dalla pandemia non è cambiato nulla. Non abbiamo costruito nuovi ospedali, mancano ancora posti letto di terapia intensiva, apparecchiature e questo nonostante abbiamo avuto il tempo per porre rimedio a questa situazione. Rischiamo di non avere abbastanza posti letto di terapia intensiva e di avere ospedali sovraccaricati. Non abbiamo risolto la questione. E i governi – non importa di quale coloritura politica si ammantino – che non hanno migliorato la situazione sanitaria sono governi incompetenti. Questi sono due esempi. Il terzo, altrettanto importante per la gente, è il livello di sicurezza economica. Per dirla con parole povere ma efficaci: bisogna sapere se saremo vivi domani. Se ce la faremo a sopravvivere domani, e poi un altro giorno e un altro ancora o no. La precarietà, non solo materiale ma psicologica, esistenziale, accresce l’insicurezza economica. Così come la disoccupazione. Un tasto, questo, su cui non mi stancherò mai di battere. Di questo abbiamo parlato in una nostra precedente conversazione. Se torno sull’argomento è perché la pandemia ha ulteriormente allargato ed esteso le faglie sociali. Contrastare la disoccupazione rimanda alla necessità di uno Stato imprenditore, che è poi il portato di una lezione che nei decenni di iper rigorismo avremmo dovuto imparare, e cioè non esiste virtù in economia: la corsa verso il rigore di bilancio può trasformarsi, come è stato, in una deleteria corsa verso la depressione economica. È il momento di andare al di là del Prodotto interno lordo. Dobbiamo misurare ciò che conta e ciò che conta davvero è il benessere. Bisogna dare tutta la priorità possibile al benessere e non al Pil. In Misurare ciò che conta abbiamo avanzato diverse proposte per contrastare l’insicurezza economica…

Su cosa far leva?
Sul rafforzamento del sistema di protezione sociale. Lo strumento fondamentale per assicurare la sicurezza economica. Se c’è un buon sistema d’indennità di disoccupazione, un buon sistema sanitario, un buon sistema d’istruzione, allora si può guardare con fiducia al futuro. Ma in tutta questa opera di misurazione, conta moltissimo la diseguaglianza, il grado di essa. Come indicatore, il Pil è largamente deficitario nella valutazione del progresso sociale. Le faccio un esempio: il Pil è una media. E nessuno si riconosce in una media. Sappiamo che possiamo avere delle medie didattiche con delle situazioni totalmente diverse. Possiamo avere delle medie didattiche, ad esempio tra 1 e 19, e la stessa media tra 9 e 11, ma il grado di diseguaglianza non è lo stesso tra le due situazioni. Il problema vero, dirimente, è un altro: qual è la percentuale della popolazione che beneficia di più del sistema. Ad esempio: la crescita è del 10% ma va nelle tasche dell’1% della popolazione. Questa crescita non serve a niente. Ma se la crescita è del 10% e va alla maggioranza della popolazione, allora sarebbe molto meglio. E ciò vale anche se la crescita fosse del 3% piuttosto che del 10%. Ma se andasse a vantaggio della maggioranza della popolazione, questo sarebbe comunque un bene. Ma tutto questo chiama in causa il ruolo dello Stato che deve assicurare il benessere della popolazione. Vede, sento spesso parlare della necessità inderogabile di “affrontare l’emergenza”. Il più delle volte il tutto si riduce a uno sterile bla bla. Si vuole davvero “affrontare l’emergenza”? L’emergenza sanitaria come quella sociale ed economica, determinate dal Covid nelle sue molteplici varianti? Allora si abbia il coraggio di mettere in campo politiche di bilancio espansive. Che per essere realizzate hanno bisogno che due tabù vengano infranti.

Quali sono, professor Fitoussi?
Il primo riguarda il ruolo dello Stato in economia. Se si vuole cambiar passo e puntare decisamente su una crescita socialmente equilibrata, c’è bisogno di uno Stato “invasivo” in economia, nei settori strategici, come le infrastrutture, l’innovazione, una seria green economy e in quelli dei “beni comuni”, a cominciare dalla sanità e dall’istruzione. E poi c’è il secondo tabù da infrangere: quello del pareggio di bilancio. Che andrebbe cancellato dalla Costituzione europea. Ma forse è chiedere troppo a chi ha paura di investire sul futuro.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.