La guerra di Putin e le manipolazioni della storia. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici italiani: Marcello Flores. Il professor Flores ha insegnato Storia comparata e Storia dei diritti umani nell’Università di Siena, dove ha diretto anche il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies.

Professor Flores, l’Europa sta morendo a Kiev?
Capisco la necessità di sintesi, ma come storico mi sembra necessario articolare qualsiasi giudizio e analisi. Io vorrei partire da una data che non è stata quasi mai ricordata, come se non esistesse all’interno dell’aggressione militare, perché di questo si tratta, messa in atto dalla Russia nei confronti dell’Ucraina…

A quale data si riferisce?
5 dicembre 1994. Quel giorno fu firmato il Memorandum di Budapest tra la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito, e successivamente anche dalla Cina e dalla Francia. Ebbene, con questo accordo l’Ucraina accettava di dare tutte le armi nucleari di cui era in possesso, 1900 testate nucleari, alla Russia.

In cambio di che cosa?
“Rispettare l’indipendenza e la sovranità ucraina entro i suoi attuali confini”; “Astenersi da qualsiasi minaccia o uso della forza contro l’Ucraina”. Di fronte a una cosa del genere che nessuno ricorda, il primo e prevalente discorso che si dovrebbe fare è che Putin ha commesso una infrazione terribile, macroscopica del Diritto internazionale, che è stata accompagnata, come vediamo dalle immagini di questi ultimi giorni ed ore, da crimini di guerra. Questo è il punto di partenza da cui non si può deflettere minimamente. Purtroppo abbiamo una serie di osservatori, di giornalisti, di analisti che sono presenti sulle pagine dei giornali o nei programmi televisivi, sempre in nome di una supposta necessità di dar voce al pluralismo, che pur condannando l’azione di Putin poi, però, cercano di offrire giustificazioni ad un’azione che di giustificabile non ha nulla.

Vale a dire?
I giustificazionisti battono sul fatto che la Nato, l’Occidente o Biden individualmente, avrebbero le loro colpe, più o meno grosse, per qualcuno addirittura quelle prevalenti nel computo delle responsabilità di ciò che sta avvenendo. Queste considerazioni sono le stesse addotte da Putin per autogiustificare la sua aggressione militare. Chi continua a riportarle, di fatto si comporta, al di là delle motivazioni individuali che l’ispirano, come un agente di Putin all’interno dell’opinione pubblica europea. Io questo lo voglio dire con estrema nettezza.

Putin spesso veste i panni di storico. Andando indietro nei secoli, scomodando zar, la fine dell’Unione Sovietica, la Madre Russia etc. Cosa significa questo uso della storia?
I dittatori hanno sempre fatto un uso strumentale e manipolatorio della storia. Pensiamo, per non riandare troppo indietro nel tempo, a quello che fece Milosevic, che aveva scomodato addirittura la battaglia del Kosovo del 1389 per giustificare la necessità di difendersi da un possibile attacco contro i Serbi e quindi dare il via alle guerre che hanno insanguinato la ex Jugoslavia, trent’anni fa. C’è costantemente questa manipolazione della storia. Da parte di Putin è stata una manipolazione grossolana. Anche se qualcuno sembra credergli, spingendosi a dire che beh, in fondo la ricostruzione di Putin non è del tutto sbagliata… È la ricostruzione che sostanzialmente segue la linea dello zarismo dei Romanoff e di Stalin. Non è un caso che Putin dia la colpa a Lenin. Ora, a Lenin possono essere imputate tante cose, ma è stato colui che ha cercato, nella riorganizzazione dell’ex territorio zarista, di dare un’autonomia a quelle che sarebbero poi state le singole repubbliche dell’Unione Sovietica. Lenin aveva capito che l’impero zarista era costruito su una molteplicità di identità, di storie, di culture, di lingue. E che tutto ciò non poteva essere cancellato.

Si è molto parlato dell’allargamento dell’Unione Europea ad Est, anche con annotazioni critiche. Accogliere oggi, ad aggressione militare in corso, la richiesta dell’Ucraina di entrare a far parte dell’UE, sarebbe una forzatura, un atto riparatorio, un atto tardivo o cosa?
Il rapporto dell’Ucraina con l’Unione Europea va inquadrato in quello di tutti gli Stati ex comunisti dopo il crollo dell’Urss, del mondo sovietico e della fine della Guerra Fredda. Io credo che si possa considerare l’Ucraina, o almeno una sua buona parte, come Europa. D’altro canto, la stessa Russia ha una sua forte connotazione europea. Da un punto di vista di modelli ideali, d’identità storico-culturali, non credo che ci siano problemi. I problemi sono sempre stati di natura politica, diplomatica, di rapporti che dovevano tener conto della posizione della Russia. Ma non può essere, soprattutto ora, che sia Mosca a decidere quale debba essere l’orientamento politico e diplomatico di uno Stato indipendente. E indipendente da trent’anni, fra l’altro. Non è che la Russia invade l’Ucraina un anno dopo che si è proclamata indipendente, perché ha capito chissà che cosa. Lo fa dopo trent’anni, dopo che tutto il mondo ha cercato di costruire nuove regole internazionali proprio sulla base dell’autonomia e dell’indipendenza anche di quei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Questa è la prima regola: bisogna accettare l’autonomia e l’indipendenza. Io credo che, al di là di come andranno le vicende militari e poi, mi auguro al più presto, quelle politico-diplomatiche che potranno porre fine al conflitto, bisognerà capire come s’inserirà l’ipotesi di un collegamento dell’Ucraina all’Europa. La cosa certa è che quello che Putin non poteva tollerare, non era l’allargamento della Nato ai confini della Russia, che c’è da anni. Non c’è nessuna minaccia nei confronti della Russia. Non ci sarebbe stata neanche se l’Ucraina fosse entrata, cosa che non era all’ordine del giorno, nella Nato. La capacità militare della Russia è talmente sovrastante rispetto a tutto il resto dell’Europa messa insieme, che da questo punto di vista non esisteva alcuna minaccia. Il confronto militare può esserci con gli Stati Uniti, ma non mi sembra che Biden, e prim’ancora Trump o Obama avessero manifestato questa impellenza.

Se non è la Nato, qual è, professor Flores, la minaccia mortale per Putin, tale da scatenare la guerra?
La minaccia è la democrazia che si stava costruendo, sia pur lentamente e in modo contraddittorio, in Ucraina. È la paura del diffondersi della democrazia, della possibilità che un regime democratico, e in futuro sempre più strutturato, in Ucraina, potesse collegarsi con le spinte democratiche che sono presenti, anche se minoritarie, in Russia. Io vedo con grande interesse e plaudo al coraggio di tutti quelli che in Russia manifestano in questi giorni, non solo a Mosca ma in diverse altre città, la loro opposizione all’aggressione di Putin. Quello che Putin non ammette possa esistere non è lo Stato di Ucraina, ma lo stato di diritto in Ucraina. Lui vorrebbe un Assad o un Lukashenko ucraino, un burattino da manovrare a suo piacimento. Una Ucraina “alla Bielorussia” non darebbe alcun fastidio all’autocrate russo. Indipendenza formale, subalternità sostanziale. E se il mondo non accetta, se continua a sostenere una Ucraina democratica, ecco pronta la minaccia più spaventosa: quella nucleare.

In una intervista a questo giornale, il professor Stefano Silvestri ha affermato che la figura a cui Putin sembra ispirarsi è quella dello zar Alessandro I che “impose” il Congresso di Vienna. Vladimir Putin più che una “nuova Yalta” ha in mente una sorta di Congresso di Vienna 2.0?
Sicuramente Putin vuole ridefinire l’intera realtà internazionale. Lo fa perché ha visto che le sue azioni armate, i suoi interventi militari negli ultimi anni, non hanno creato nessuna opposizione, nessuna capacità critica, se non verbale, da parte della comunità internazionale. Mi riferisco alla Cecenia, alla Georgia, alla Crimea. E alla Siria. Anche se non riguarda direttamente l’Europa, l’intervento in Siria da parte della Russia non è stato solo devastante dal punto di vista dei diritti umani e delle violazioni di tutte le regole del diritto internazionale umanitario. Quell’intervento era stato fatto proprio perché lì, sul quadrante siriano, Putin aveva visto la debolezza dell’Occidente, in particolar modo degli Stati Uniti, in quel caso del presidente Obama. Lo stesso è accaduto nel 2014 con la Crimea. Già allora Putin aveva ritenuto l’Occidente indebolito, e ancor più dopo la fuga dall’Afghanistan, che anche simbolicamente ha significato molto. L’idea è quella di poter imporre una nuova visione. Una nuova visione che non è solo sua.

E di chi altri?
È anche quella di Xi Jinping. Tant’è vero che il 4 Febbraio di quest’anno, Putin e il Presidente cinese hanno siglato una Dichiarazione comune che la dice tutta sul loro obiettivo strategico…

Di cosa si tratta, professor Flores?
Della consacrazione di un’Era in cui democrazia non sia più quella che l’Occidente definisce come tale ma che sia quella che i singoli Stati decidano che sia. Una riconfigurazione radicale, stravolgente, dei principi e dei valori, non soltanto dell’ordine internazionale. Un ordine in cui le singole grandi potenze, come la Russia e la Cina, possano fare nei territori a loro vicini un po’ quello che vogliono. Ed è ciò che Putin intende fare con l’Ucraina adesso, ed è quello che Xi Jinping vorrebbe fare un domani con Taiwan, anche se sa che la cosa è più complicata.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.