Dal Mar Egeo alle spiagge libiche. Dalla frontiera tra Bielorussia e Polonia ai “dimenticati” Afghanistan e Yemen. Il Natale dei più indifesi è nel segno del dolore e della morte. Il Riformista ne parla con padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, impegnato da quarant’anni in attività e servizi che hanno l’obiettivo di accompagnare, servire e difendere i diritti di chi arriva in Italia in fuga da guerre e violenze, non di rado anche dalla tortura.

Ventisette persone, tra cui un neonato, annegate nel Mar Egeo nella “strage di Natale”. Ventotto cadaveri ritrovati su una spiaggia libica, I morti per gelo al confine tra la Bielorussia e la Polonia. Padre Ripamonti, stavolta per queste vittime innocenti non sono state versate neanche lacrime di coccodrillo.
Questo credo che sia il segno di una assuefazione generale alla morte di chi non ci è troppo vicino. Un tempo vedendo in televisione certe immagini ci facevamo un po’ impietosire, adesso abbiamo anche questa anestesia dei sentimenti che ci caratterizza. Questa assuefazione è un dato preoccupante perché non fa altro che alimentare quella indifferenza che, come direbbe Papa Francesco, si è fatta globale e addirittura si è fatta interiore a ciascuno di noi.
Questa indifferenza che si fa globale è anche accompagnata da una narrazione che travisa e violenta la realtà. Perché la realtà sono le stragi in mare, sono le persone al gelo ai confini tra Bielorussia e Polonia. Mentre invece in Italia c’è una narrazione di una stampa demonizzante che grida all’ ”invasione” di migranti, che spara titoli come “Un esercito di 800 migranti punta l’Italia” e via di questo passo. Direi ancora di più. Nell’ultimo periodo anche la stampa s’interessa poco del fenomeno migratorio nel suo complesso, a parte interessarsi quando ci sono questioni che riguardano la geopolitica, ad esempio quando si parla della situazione tra Bielorussia e Polonia. O lo si affronta in maniera polemica, e quindi che richiama l’attenzione dell’opinione pubblica, oppure il fenomeno migratorio non interessa più. Non interessa al pubblico e quindi non viene neppure trattato. Credo che sia importante ritornare a parlarne, ma a parlarne in modo adeguato, cioè quello che affronta il fenomeno come esso è, vale a dire un fenomeno strutturale che riguarda il nostro presente e riguarderà sempre di più il nostro futuro. Ma soprattutto farsi voce di chi non ha voce. Perché non si può trattare questo fenomeno soltanto dal punto di vista dell’Europa che si trincera al suo interno e difende le proprie frontiere facendo dei migranti dei nemici, non è una narrazione corretta ed equilibrata.

E come dovrebbe essere questa narrazione, padre Ripamonti?
Una narrazione che assuma o comunque metta in risalto il punto di vista delle persone che si mettono in viaggio e la cui dignità è compromessa. Persone che scappano da situazioni di degrado umano che ci vedono in parte responsabili. Perché non dobbiamo dimenticare che in molti paesi in via di sviluppo siamo anche noi responsabili di un degrado umanamente insostenibile.

Per restare ancora su questa dicotomia realtà/narrazione, ma stavolta ribaltandola. La narrazione “positiva” è quella portata avanti dal mondo solidale, del quale il Centro Astalli è parte importante, che fa riferimento ai canali umanitari, ad esempio. E poi c’è la realtà, che è quella della politica praticata dall’Europa che si fonda tutta sull’esternalizzazione delle frontiere e sui respingimenti, come denunciato sulle pagine di questo giornale da monsignor Paglia.
Sì, ci sono questi due modi di affrontare la questione. Due modi opposti per le premesse da cui partono e, soprattutto, per gli obiettivi che si prefiggono. La politica cerca di tirare l’acqua al suo mulino, preoccupata del voto nell’immediato, cercando di gestire il fenomeno migratorio nell’ “interesse” dei paesi di cui si fa portavoce. La società civile – pensiamo alle lanterne verdi al confine della Bielorussia – è invece una realtà che riconosce queste persone che scappano, che fa memoria anche del tempo passato, che ha visto altre persone obbligate a fuggire o emigrare dalla propria terra. Questa società civile è una società che guarda al futuro non piegata sulle necessità del momento, anche se sappiamo bene che questo momento, segnato pesantemente dalla pandemia, è un momento in cui è forte la preoccupazione per il proprio lavoro, per la propria situazione individuale. Tuttavia, ed è davvero un grande segno di speranza, anche in questa situazione di crisi, c’è una buona parte della società civile che non si appiattisce su questo ma sa avere uno sguardo lungo. La politica dovrebbe ritornare ad avere il coraggio di essere voce di questa parte della società civile.

La politica inclusiva, come quella che il mondo solidale pratica, ha bisogno di risorse, di finanziamenti adeguati. Per restare all’Italia, la cosa che emerge da rapporti molto puntuali e documentati, è che gli investimenti per le politiche inclusive e di accoglienza si riducono mentre invece aumentano sempre, anche ai tempi della pandemia, le spese militari. Una questione che anche Papa Francesco ha sollevato di recente.
Sappiamo bene che l’industria delle armi ha un fatturato molto alto, a decine di zeri, e che guida le politiche dei vari Stati, mentre invece politiche inclusive che si fondano su una cultura dell’incontro, una cultura dell’inclusione, non ha molti ritorni economici. Ha prevalentemente un ritorno di civiltà, perché, non dimentichiamolo, se noi abbandoniamo questa cultura dell’accoglienza, che è la cultura dell’accoglienza delle diversità, diventiamo più disumani e ci precluderemo anche il nostro futuro. Purtroppo tutto sembra giocarsi sul piano degli interessi.

In una nostra precedente conversazione avevamo trattato la tragedia del popolo afghano. Una tragedia dimenticata, come quella dello Yemen. Che mondo è quello che si trincea nell’oblio e che ha una memoria così labile anche delle proprie responsabilità, come in Afghanistan?
Un mondo che dimentica è quel mondo fondato sul consumo immediato. Si consumano immediatamente anche fatti drammatici come può essere quello del popolo afghano, quello dello Yemen, ma non dimentichiamo il Myanmar, tante situazioni che attivano e mobilitano nell’immediato, ma poi questo consumo dell’immediato non sa mantenere memoria. La politica è appiattita sull’immediato, l’immediato dei voti che non sa né fare memoria né essere in attesa. In attesa di un futuro che non è immediato ma che va costruito nel tempo.

Papa Francesco nei suoi continui richiami ad un umanitarismo fattivo e solidale, ha superato, anche dal punto di vista dei vocaboli utilizzati, la distinzione tra migranti e rifugiati, con tutto ciò che ne consegue in termini di politiche adottate.
La Chiesa parla di rifugiati di fatto, cioè quelle persone che trovandosi in un altro paese diverso dal proprio per i più svariati motivi, tra cui la guerra, la persecuzione oppure anche la miseria o i disastri ambientali, vanno trattate, appunto, come persone che la contingenza del momento ha costretto a lasciare la propria terra. Tutte queste persone vanno difese, vanno accolte, vanno aiutate come se fossero quei rifugiati per i quali viene riconosciuto a livello internazionale il diritto di asilo. Detto questo, io credo che siamo in un momento in cui bisogna un po’ ancorarsi ad alcune definizioni “restrittive”, perché il rischio è che si perdano anche quei diritti riconosciuti a quanti rientrano tra i richiedenti asilo e che sono stati acquisiti nel tempo. A volte queste definizioni internazionali ci aiutano a non perdere le posizioni acquisite. Siamo in un momento in cui mettere in discussione alcune cose per allargare, rischia di portarci invece in una direzione che riduce i diritti per alcune persone migranti. Io sono perfettamente d’accordo con il Papa, bisognerebbe allargare, però sono preoccupato che con l’intento, nobile, di allargare, rischiamo in questo momento politico di restringere ancora di più il numero delle persone per le quali, a livello internazionale, viene riconosciuto il diritto d’asilo.

Il 2021 si sta accomiatando e si sta approssimando il 2022. Qual è la speranza più forte che anima il Centro Astalli, di cui lei è presidente, per l’anno nuovo?
Io penso che la speranza più grande è quella che ci viene dai rifugiati. Nonostante l’Occidente e l’Europa continuino a cercare di bloccare in ogni modo gli arrivi, queste persone non perdono mai la speranza di mettersi in viaggio, in fuga da situazioni estreme, alla ricerca di una dignità riconosciuta per sé. Non si lasciano vincere da questa nostra ottusità. E questa speranza in un futuro migliore per sé e per la propria famiglia, è la speranza che dovrebbe invadere questa nostra Europa scuotendola dall’interno, per alzare lo sguardo verso un futuro di speranza per tutti. Per quanto ci riguarda, come Centro Astalli, il nostro proposito per il 2022 è di continuare ad operare nella costruzione di comunità aperte, solidali, in cui i migranti vengano percepiti come una ricchezza, un dono e non come minaccia. Una sfida di civiltà.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.