Sociologo del lavoro noto per lo stile diretto dei suoi interventi, Pier Luigi Celli è stato responsabile della gestione, organizzazione e formazione delle risorse umane in grandi gruppi, quali Eni, Omnitel, Olivetti ed Enel. In Rai è stato Direttore Generale dal 1998 al 2001.

Come le sembra la Rai così com’è oggi?
Anacronistica. La Rai ha provato a fare un primo vero salto tecnologico con RaiPlay, che deve irrobustirsi, ma ha capito che la direzione è quella. Tutto il resto invece, al suo interno, continua a girare come se il mondo non fosse cambiato.

La lottizzazione dei partiti non si scalfisce proprio.
Almeno quella della prima Repubblica era una lottizzazione chiara. Dichiarata e rispettata. RaiUno alla Dc, RaiDue al Psi, RaiTre al Pci. E tutti sapevano cosa si trovava su quei canali. Oggi è meno chiaro. Tutti mettono le mani, è più difficile regolarsi. Ed è ancora più difficile quando si nasconde la mano. Fuortes che aveva dichiarato di non prendere ordini da nessuno, poi lo vediamo ogni giorno con un politico diverso.

Fuortes ha detto che non riceve politici a viale Mazzini.
Perché va lui da loro. Da Salvini, da Di Maio, poi a casa di Bettini. Forse sarebbe stato meglio non dire niente.

Qual è la debolezza della Rai?
Dipendendo da una classe politica debole, la Rai si è adattata. D’altronde se a ogni cambio politico cambia un po’ anche la Rai, i vertici di viale Mazzini hanno capito come anticipare il cambiamento: si fanno trovare pronti dai vincitori di turno.

La nuova divisione delle direzioni, la condivide?
È una divisione esistente in molti paesi europei che sarebbe anche schematicamente razionale. Ma uno voluto da una parte, uno dall’altra, i manager della Rai rischiano di farsi guerre di posizione piuttosto che gioco di squadra. Oggi vedo più persone preoccupate di fare servizio ai partiti che servizio pubblico.

Quale modello di governance vede?
Andrebbe messa sotto una fondazione di carattere speciale. Per garantire autonomia e un servizio pubblico degno di questo nome, fuori dal controllo dei partiti.

C’è un problema di grandi firme, se al posto di Zavoli oggi c’è Ranucci.
I grandi giornalisti probabilmente oggi sono più fuori che dentro la Rai. Io li andrei a cercare tra i giovani che sono freelance, che lavorano agilmente. Hanno più libertà di espressione e capacità di ricerca della notizia. Hanno capito che la chiave è la flessibilità.

Anche i direttori dei tg vanno presi fuori?
Vanno trovati i direttori bravi, certo: anche da fuori. Ma attenzione, adattarsi lì dentro non è facile. Quando entrò come direttore Pietro Calabrese, che veniva dal Messaggero, non ha idea di quale guerra gli fecero in Rai.

Lei è stato Direttore generale della Rai per tre anni con Prodi, D’Alema e Amato. Com’era la selezione dei direttori dei Tg allora?
Prima di fare le nomine abbiamo riorganizzato l’azienda dal punto di vista del flusso di lavoro. Io ho fatto tre divisioni per l’informazione: RaiUno e RaiDue in una; Rai Tre, TgR e reti di informazione culturale come RaiStoria e RaiCultura nell’altra; infine la Radio. E poi ho riorganizzato gli aspetti della produzione, per tutte e tre. Nella divisione uno concentravo la pubblicità. Nella seconda divisione non ne mettevo. E poi ho ideato un sistema nuovo di fare le nomine.

Quale?
Ci siamo ritirati per tre giorni a Firenze io come Dg, il presidente del Cda e tutti i membri del consiglio. Un conclave, praticamente. Abbiamo tenuto spenti i telefonini e ci siamo confrontati su nomi e curricula. Alla fine ne siamo usciti con nomine ponderate, scontentando tanti ma selezionando i migliori. Era il 1998.

Ha fatto bene Renzi a mettere la Rai sotto il governo, e non più sotto al Parlamento?
Ha fatto un errore clamoroso perché poi come si dimostra oggi, i vertici nominati dal governo devono trattare comunque con i partiti e da posizioni meno chiare. Ai miei tempi la Rai era sotto l’Iri. Io riferivo al presidente dell’Iri, che mi lasciava una maggiore autonomia rispetto a oggi.

Carrozzoni di Stato, direbbe qualcuno.
Sbagliando. Io come direttore generale avevo una interlocuzione continua, libera. E facevo le nomine senza il bilancino, questo glielo posso garantire. Ho fatto direttore della ReteUno uno che apparteneva allo schieramento opposto. Il vicedirettore del Tg1 lo scelsi perché era bravo, anche se era di An. E lo misi lì, non mi impedirono di farlo. Come direttore dello Sport misi un redattore semplice, che non aveva tessere di partito ma nel suo campo era bravo.

Ci saranno state intromissioni, via.
Ricordo delle litigate clamorose con ministri importanti che volevano promuovere i loro protetti. Una volta si inalberò al telefono il capo della Farnesina: “Io sono il ministro degli Esteri”, mi urlò. E io sono il direttore generale Rai, gli risposi.

Gliel’hanno fatta pagare?
Quando sono uscito, essendomi dimesso prima delle elezioni 2001. Perché il partito che mi aveva voluto come Direttore generale faceva pressioni per schierare la Rai e io decisi di rassegnare le dimissioni. In pochi giorni mi fecero terra bruciata. Tornai a casa e mi misi a cercare lavoro, andai in una compagnia telefonica. Non fu facile.

Si sgomita parecchio in questi giorni per le nomine dei tg. E sembra candidarsi Ranucci…
Io Ranucci non l’ho mai conosciuto, avevo stima della Gabanelli. Fui io a mandarla con Report in prima serata. Ammetto che adesso sono cambiati: prendono abbagli anche loro. Sarebbe bene che lo riconoscessero, che ogni tanto ammettessero qualche cantonata. Invece no, Ranucci dice sempre di essere dalla parte della ragione.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.