«Nel vivo di una crisi drammatica come quella che stiamo attraversando, c’è bisogno di serietà e di una visione d’insieme. Per questo trovo fuori luogo l’uscita del presidente degli industriali italiani quando afferma che l’Italia non deve diventare un “Sussidistan”. Forse dimentica che le industrie di cui si fa difensore sono state ampiamente “sussidiate” dallo Stato». Ad affermarlo, in questa intervista a Il Riformista, è uno dei più autorevoli economisti europei: Jean Paul Fitoussi, Professore emerito al’Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all‘Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione, autore di numerosi saggi, l’ultimo dei quali è Il teorema del lampione. O come mettere fine alla sofferenza sociale (Einaudi). Quanto al rapporto fra l’Italia e l’Europa, Fitoussi è perentorio: «Se a Bruxelles, come a Parigi o a Berlino, non si rendono conto che all’Italia serve ogni sforzo possibile per risollevarsi dalla crisi determinata dalla pandemia, allora non vale proprio la pena che questa Europa continui ad esistere».

In Europa si continua a discutere su tempi e modi dell’attuazione del Recovery fund. In Italia si discute, anche nella maggioranza di governo, su come utilizzare i fondi previsti dal Recovery fund o se addirittura accettarli, vedi Mes. Come giudica questa discussione?
Come la giudico? Allucinante! Ma ci si rende conto della gravità della situazione in cui siamo precipitati? Chi parla di una grande depressione pecca in ottimismo. Oggi siamo alle prese con una grande depressione al quadrato! A volte, ascoltando dibattiti o dichiarazioni di chi ha importanti responsabilità di governo, mi sembra di essere tornati ai tempi di Bisanzio, quando si discuteva del sesso degli angeli mentre l’impero romano cadeva a pezzi. Mi scusi lo sfogo, ma come si dice da voi, “quando ce vo ce vo”. Per cosa dovrebbero essere utilizzati i finanziamenti europei? Due parole sole: piena occupazione. Piena occupazione con un salario decente.

Come fare, professor Fitoussi?
Si sa come fare. Non c’è da inventare nulla, basta averne la volontà politica. Una volontà forte, determinata, perché questi, e non lo dico solo per l’Italia, non sono tempi per i don Abbondio. Si sa che si deve investire, rafforzare i sistemi pubblici, a cominciare dalla sanità e dall’istruzione, si sa che occorre puntare sulle infrastrutture, sulle nuove tecnologie, sulle industrie di punta…Ma la prima cosa è che tutto deve essere finalizzato alla piena occupazione con un salario decente. Punto.

Non c’è il rischio che, proprio alla luce di questa emergenza pandemica, quei fondi vengano utilizzati invece per estendere gli ammortizzatori sociali, le varie Cigs?
Gli ammortizzatori sociali devono essere prolungati. Non si lascia morire di fame la popolazione! Gli ammortizzatori sociali hanno una utilità enorme anche di sostegno alla domanda, per l’attività economica. Io reputo profondamente sbagliata, non solo dal punto di vista socio-economica ma anche etico, morale, questa distinzione. Noi non sappiamo quando avrà davvero fine questa pandemia. Nel mondo abbiamo superato il milione di vittime, nel mio paese, la Francia, la situazione sta tornando a livelli di guardia, se non li ha addirittura superati…Dobbiamo fare di tutto per minimizzare la sofferenza sociale.

Non le pare invece che in questo periodo di emergenza, le disuguaglianze sociali siano aumentate?
Questa non è una sensazione, è una certezza. Certo che le disuguaglianze sociali sono aumentate, tramite la disoccupazione, tramite la disuguaglianza dei salari, tramite il fatto che ci sono tanti contratti di salari precari, e tutto questo non può che portare ad una crescita delle disuguaglianze. Non è per caso che la disuguaglianza nasce e che continui a crescere.

Lei ha affermato di non accettare una divisione tra investimenti e spesa sociale, a sostegno degli ammortizzatori sociali…
L’ho detto e lo ripeto: gli ammortizzatori sociali hanno per effetto di sostenere l’occupazione tramite la domanda. Non c’è niente di inconciliabili tra questi due piani d’intervento. Bisogna agire su ambedue i piani, come si è fatto per tantissimo tempo. E non capisco come si possa sostenere il contrario.

Eppure in Italia, il presidente di Confindustria ha sostenuto, indirizzando questo messaggio al governo, che l’Italia non deve diventare un “Sussidistan”…
Forse il signor presidente degli industriali italiani difetta un po’ di memoria. Vorrei chiedergli, senza spirito polemico ma con dati alla mano: chi è sostenuto? La società o le imprese? Basta fare i conti per accorgersi come stanno le cose, fuori dalle narrazioni di parte. Le imprese sono sostenute un sacco, e tramite la protezione sociale sono sostenute anche loro, perché se la domanda è sostenuta anche le imprese lo sono. Sono assolutamente contrario a fare un divario tra la società e le imprese, con la società come assistita e le imprese penalizzate. Perché non è affatto così che stanno le cose. Nelle situazioni di emergenza bisogna assistere tutti.

Anche se questo vuol dire non essere ingabbiati nella ferrea logica di bilancio, in quel 3% invalicabile?
Lasciamo perdere questa assurdità, che ci ha fatto perdere un decennio! Adesso facciamo le cose serie. Perché oggi siamo obbligati a confrontarci con le cose serie. E la morte è una cosa maledettamente seria. La società ha bisogno di vedere che i governi sono seri, che fanno il loro mestiere di protezione.

Lei richiama tutti alla massima serietà, perché il momento che stiamo attraversando che lo impone. Tuttavia, in Europa si continua a litigare, a dividersi, non solo in materia economica e finanziaria, ma anche su un altro tema di primaria importanza, come è quello dei migranti. Quando sembra essere arrivati a un accordo, c’è chi imbraccia il diritto di veto su materie che richiedono l’unanimità dei consensi.
L’Europa non può durare ancora a lungo per come è messa, perché abbiamo, oggi, un grandissimo problema sociale e un altrettanto grande problema geopolitico. L’Europa non rischia solo la frammentarietà, rischia la marginalità sullo scacchiere internazionale, nei mercati globali. Per provare ad esistere come attore protagonista in un mondo globalizzato, l’Europa deve mettersi in condizione di decidere. E questo significa un cambiamento radicale della Costituzione europea. Occorre prendere decisioni di rilevanza strategica, oserei dire epocale, ma l’attuale Costituzione europea lo impedisce. Essa è congegnata in modo tale da produrre paralisi decisionale, almeno sulle questioni davvero cruciali. E allora è tempo di alzare la voce e di dire: basta! Basta con questa “non Europa” che pensa di esistere solo perché emana direttive su direttive ma tutte su materie irrilevanti E basta con la regola dell’unanimità spacciata per democrazia ma che è uno dei pilastri dell’immobilismo strategico”.