Inizia, con il mese di luglio, e termina il 30 settembre prossimo, la campagna referendaria per la legalizzazione dell’eutanasia. Il quesito referendario concerne la norma penale che incrimina l’omicidio del consenziente. L’effetto abrogativo colpirebbe l’apparato sanzionatorio, ciò che avrebbe come effetto immediato la depenalizzazione dell’eutanasia, imponendo al Parlamento di regolare subito condizioni e forme per l’accesso legale all’eutanasia.
In questa fase mi pare che il ricorso al referendum per una questione così profondamente personale – che coinvolge il corpo, l’anima, tutta la nostra vita e la nostra morte – sia da salutare in termini positivi.

Ci stiamo impigrendo nell’esercizio delle libertà: questo tipo di referendum ci interpella profondamente, ci chiama a scegliere, ci interroga sulla nostra visione della fine. È, insomma, una prova di democrazia diretta che, mai come in questa decade melmosa per la nostra vita politica e istituzionale, potrà metterci allo specchio come comunità. In questi mesi, un ruolo importante per la vita della nostra democrazia potrà essere svolto proprio dall’avvocatura, dal momento che gli avvocati sono autenticatori delle firme necessarie a proseguire sulla strada referendaria. Ed è bello che proprio a Napoli, nella sede della Fondazione Foqus, si sia tenuto ieri un primo confronto sul punto, a testimonianza della sensibilità cittadina per questo tema.

Salutato con assoluto favore il fenomeno referendario rispetto al tema dell’eutanasia, qualche considerazione di contenuto va svolta. Le scelte riguardanti il processo del morire sono al centro, in modo progressivamente più incisivo nell’ultimo trentennio, di richieste di tutela giuridica di libertà da parte di persone gravemente malate, in fase terminale o colpite da malattie croniche irreversibili che causano profonde sofferenze fisiche e psichiche. Richieste che hanno trovato a volte accoglienza da parte di Tribunali interni o internazionali e che poi hanno portato all’adozione di leggi volte a garantire il rispetto della scelta (se consapevole) di porre fine a certi trattamenti sanitari. Negli ultimi anni, il processo di allargamento degli spazi di autonomia decisionale del singolo è andato ampliandosi sempre più, investendo la legalizzazione, a certe condizioni, del suicidio assistito: in Italia questo è accaduto con la decisione della Consulta sul caso Cappato, mentre in altri paesi (Canada, Nuova Zelanda, diversi Stati degli Usa) sono all’esame dei Parlamenti disegni di legge sul tema.

L’eutanasia è ancora un passo in avanti: è la richiesta che le mani di un’altra persona provvedano a provocare la mia morte, in base a considerazioni profondamente personali che potrebbero condurre il malato cronico irreversibile (anche non terminale) a non volere né la semplice interruzione delle cure (con esito letale incerto nel come e nel quando) né la sola assistenza al suicidio. Siamo di fronte a un paradigma culturale che comincia ad affrontare la morte come parte della vita, a mettere al centro la volontà di chi soffre rispetto a quelle di chi lo cura e lo assiste, a porre in discussione il concetto stesso di cura medica. Le questioni bioetiche, religiose, giuridiche, sociali, mediche sono molto rilevanti. Ma la mancanza di un dibattito su questi temi continua a essere, in Italia e nel nostro Sud soprattutto, assordante: siamo invece di fronte a uno snodo di civiltà essenziale e ineludibile.