Quando si parla di un possibile rimpasto del Conte 2, una delle poltrone coinvolte dovrebbe essere quella del ministro Nunzia Catalfo. Nella compagine di governo – tranne alcune eccezioni – è arduo trovare un titolare di Dicastero che possa essere giudicato competente. Non è quindi il caso di sottilizzare sull’operato del ministro del Lavoro, mentre è evidente e accertata – sul piano politico – una sua eccessiva condiscendenza verso le istanze dei sindacati (che poi significa, fuori da ogni eufemismo, attenersi alle indicazioni di Maurizio Landini essendo diventate le altre confederazioni delle succursali della Cgil). Alcuni osservatori attribuiscono questa propensione ai più stretti collaboratori del ministro e a qualche giuslavorista-consigliere vicino alla confederazione di Corso Italia. Il che finisce per essere una critica ancor più severa perché il minimo sindacale richiesto a un ministro è di avere delle opinioni proprie.

Ma l’atteggiamento filo-sindacale di Nunzia Catalfo è emerso fin da quando ricopriva il ruolo di presidente della Commissione Lavoro del Senato. In particolare nella discussione della legge sulla rappresentanza in connessione con l’applicazione erga omnes dei contratti collettivi e con l’istituzione di un salario minimo legale. Un pacchetto a proposito del quale Catalfo non si limitò a presentare un disegno di legge che fu adottato come testo base, ma assunse in proprio il ruolo di relatrice formulando un quadro di proposte che non solo recepivano quelle dei sindacati ma ne superavano anche le preoccupazioni. Il ddl Catalfo collegava il salario minimo direttamente all’articolo 36 della Costituzione, nel tentativo di sfuggire al Ghino di Tacco appollaiato sull’articolo 39.

Recitava, infatti, l’art. 2: «Si considera retribuzione complessiva proporzionata e sufficiente ai sensi dell’articolo 1 (che si riferiva all’articolo 36 della Costituzione, ndr) il trattamento economico complessivo, proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato, non inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale in vigore per il settore e per la zona nella quale si eseguono le prestazioni di lavoro, stipulato dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro più rappresentative sul piano nazionale (omissis), il cui ambito di applicazione sia maggiormente connesso e obiettivamente vicino in senso qualitativo, anche considerato nel suo complesso, all’attività svolta dai lavoratori anche in maniera prevalente e comunque non inferiore a 9 euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali». In sostanza, con un volo pindarico sul piano giuridico, il ddl pentastellato – prescindendo dall’articolo 39 della Costituzione – voleva attribuire efficacia erga omnes «al trattamento economico complessivo» sancito nei contratti collettivi, attraverso l’applicazione dell’articolo 36. In più, stabiliva che il salario orario legale (quindi anche quello contrattuale) non potesse essere inferiore a 9 euro lordi.

L’articolo 3 disponeva, inoltre, che «in presenza di una pluralità di contratti collettivi applicabili ai sensi dell’articolo 2, il trattamento economico complessivo che costituisce retribuzione proporzionata e sufficiente non può essere inferiore a quello previsto per la prestazione di lavoro dedotta in obbligazione dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria stessa, e in ogni caso non inferiore all’importo previsto al comma 1 dell’articolo 2 (i 9 euro, ndr)». Riassumendo, il ddl Catalfo rimetteva ope legis i sindacati storici al centro del sistema, concedeva la copertura della legge ai contratti da loro sottoscritti insieme ai datori di lavoro e forniva loro una base di 9 euro all’ora. Quale era lo scopo di questa rete di protezione? Le organizzazioni sindacali hanno sempre nutrito forti riserve nei confronti dell’istituzione di un salario minimo legale che, a loro avviso, potrebbe mettere in discussione una giurisprudenza consolidata secondo la quale la retribuzione equa e proporzionata, prevista dall’articolo 36 della Costituzione, è corrispondente a quella stabilita dalla contrattazione collettiva.

Il fatto è che, nel giro di qualche anno, il numero dei contratti (in regime di diritto comune) è esploso con decine di cosiddetti “accordi pirata” stipulati da organizzazioni sindacali ‘’figlie di un dio minore’’ che prosperano sul dumping (da settembre 2007 a marzo del 2017 i contratti nazionali sono passati da 549 a 823; nella sola edilizia da 28 a 63). Non è facile uscire da una situazione siffatta, ma non sembra costituzionalmente corretto attribuire all’articolo 36 le prerogative che la Carta riconosce all’articolo 39 dove sono contemplati percorsi e procedure che consentono alle organizzazioni datoriali e sindacali di stipulare unitariamente contratti con efficacia generale. Il Covid-19 e il superlavoro sui decretoni dell’emergenza hanno messo la sordina a quella complessa materia regolata dal disegno di legge. Poi le cose della politica hanno fatto sì che la volpe fosse incaricata di fare la guardia al pollaio. Nunzia Catalfo non ha smentito l’ardore pro labour una volta approdata al dicastero di Via Veneto (avete notato che quasi tutta la filiera del lavoro – Ministero, Inps, Inail, Anpal, Inapp, presidenza della Commissione del Senato, Ispettorato Nazionale – è in mano pentastellata?). Per rendersene conto basta scorrere la relazione che il ministro ha svolto e depositato nel corso di un’audizione alla Camera nella prospettiva del Recovery Fund.

«La finalità è quella di valorizzare ulteriormente la contrattazione collettiva in relazione al progetto di introdurre un salario minimo orario, collegando lo stesso alla previsione di una detassazione dell’incremento salariale derivante dal rinnovo dei contratti, in modo che progressivamente i minimi retributivi – attualmente definiti nei contratti collettivi di primo livello – possano adeguarsi all’importo del salario minimo che sarà individuato dal nostro Paese. E infatti, – ha proseguito Catalfo – una volta favorito il progressivo adeguamento dei parametri fissati dai contratti collettivi ai valori salariali stabiliti con l’introduzione del salario minimo orario, si determinerà, sul piano nazionale, un incremento generalizzato dei livelli retributivi. Ciò comporterà un miglioramento delle condizioni dei lavoratori, accrescerà la dignità e il valore del lavoro prestato e consentirà di eliminare fenomeni di dumping salariale e di concorrenza sleale tra le imprese». In sostanza, il ministro ha confermato quello che si temeva: che l’introduzione del salario minimo si trasformasse – ope legis – in un aumento retributivo generalizzato.

A suo tempo l’Istat – in una memoria presentata in audizione – calcolò che i lavoratori per i quali l’innalzamento della retribuzione oraria minima a 9 euro (l’importo lordo ipotizzato) avrebbe comportato un incremento della retribuzione annuale erano 2,9 milioni ovvero circa il 21% del totale dei prestatori (2,4 milioni escludendo gli apprendisti). Per questi lavoratori l’incremento medio annuale sarebbe stato pari a circa 1.073 euro pro-capite, con un incremento complessivo del monte salari stimato in circa 3,2 miliardi di euro. L’adeguamento al salario minimo di 9 euro lordi avrebbe determinato un incremento sulla retribuzione media annuale dello 0,9% per il totale dei rapporti e del 12,7% per quelli interessati dall’intervento. L’incremento percentuale più significativo avrebbe interessato i lavoratori occupati nelle altre attività di servizi (+8,8%), i giovani sotto i 29 anni (+3,2%) e gli apprendisti (+10%).

Sappiamo che il governo ha subito chiesto i prestiti dell’Unione europa del programma Sure. All’Italia arriveranno 27,4 miliardi (la quota più elevata di tutti i Paesi beneficiari). Ma non basteranno neppure a coprire la spesa per ammortizzatori e bonus del 2020, stimata in 30 miliardi. Catalfo, allora, si appresta a presentare a Bruxelles un piano in quattro punti in vista del Recovery Plan per accedere ai 209 miliardi tra prestiti e trasferimenti che spetterebbero all’Italia. Il primo dei quattro capitoli del piano riguarda le politiche attive e la formazione. Obiettivo: «Traghettare le transizioni occupazionali». Aiutare cioè chi perderà il lavoro in settori colpiti dalle conseguenze della pandemia a trovare posto nei nuovi lavori, in particolare nel digitale e nell’economia green. Base di partenza sarà il Fondo nuove competenze del decreto Rilancio, potenziato col dl Agosto. Per ora ci sono a disposizione “solo” 730 milioni per il biennio 2020-2021, per finanziare, con accordi tra le parti, la destinazione di una quota di orario alla formazione per la ricollocazione, senza riduzioni di salario.

Catalfo punta a rafforzare sia questa misura sia forme contrattuali di solidarietà espansiva: cioè taglio dell’orario eventualmente compensato sulla retribuzione dallo Stato, a patto che l’azienda aumenti l’organico. L’idea — se ne parla in Germania, con la proposta della settimana di quattro giorni — è quella, cara ai sindacati, di lavorare meno per lavorare tutti. Il secondo capitolo riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali su due strumenti: uno di protezione temporanea per i lavoratori di aziende con prospettive e uno per chi invece perde il lavoro, ma condizionato alla partecipazione alle attività di ricollocamento, da potenziare. A questo punto viene legittima una domanda: la cassa integrazione, con tutto ciò che segue, prende il posto della Naspi e viene usata per non tagliare il cordone ombelicale con un posto di lavoro? Il terzo capitolo prevede incentivi alle assunzioni delle donne: percorsi formativi ad hoc; rafforzamento degli asili, dell’assistenza per i non autosufficienti e dei congedi parentali per sostenere le lavoratrici madri; incentivi per le imprese che riducono le differenze di retribuzione tra uomini e donne. Infine, l’occupazione giovanile: potenziamento dell’apprendistato e del sistema duale per rafforzare il collegamento tra scuola e impresa e la staffetta generazionale incentivata per favorire il ricambio tra lavoratori anziani e giovani. In sostanza, il ministro sembra intenzionato a puntare sul rinnovo e sull’implementazione delle conoscenze, per fare delle ‘’competenze’’ il cardine dell’occupabilità. Obiettivo suggestivo perché adeguato all’esigenze di qualità richieste all’offerta di lavoro.

Ma chi sarebbe protagonista e dove avrebbe luogo questo impegno formativo? Va da sé che devono essere chiamate in causa le aziende. Ma saranno necessari anche momenti di formazione di base che non possono prescindere dalla definizione di cicli formativi declinati, nel territorio, con la partecipazione di tutte le parti interessate. Ecco perché è sbagliata la scelta di emarginare la Confindustria dal confronto, pretendendo di regolare per legge e in modo centralizzato progetti che devono interagire con i processi in cui sono coinvolte le imprese. Ma, al dunque, il sistema Paese è pronto a questo salto, quando le politiche attive hanno clamorosamente fallito nel caso del reddito di cittadinanza? C’è poi il capitolo delle pensioni, su cui è aperto un confronto sia tecnico che politico con le organizzazioni sindacali. In occasione del primo incontro, il 28 luglio scorso, il ministro Catalfo non ha esitato a fare delle aperture imbarazzanti a Cgil, Cisl e Uil. Non solo ha ribadito (lo sapevamo già) che Quota 100 resterà in vigore fino alla sua naturale scadenza (31 dicembre 2021), ma ha promesso che una prossima legge delega sarà lo strumento per intervenire sulla revisione organica della materia.

«Procederemo lungo due binari paralleli», ha spiegato Catalfo. Dapprima sarà definito «il pacchetto di interventi da inserire nella prossima legge di bilancio» come la proroga di Ape sociale e Opzione Donna, la staffetta generazionale e il contratto di solidarietà espansiva. Successivamente, si inizierà a progettare a più ampio raggio la riforma «che avrà come pilastri – ha aggiunto il ministro – maggiore equità e flessibilità in uscita e una pensione di garanzia per i giovani». Infine, Catalfo ha sottolineato la necessità e l`urgenza di far partire le due commissioni (quella sui lavori gravosi e quella per la separazione fra spesa previdenziale e assistenziale) non ancora costituite a causa dell’emergenza epidemiologica e la cui scadenza sarà prorogata nella prossima manovra. Le rispose a tamburo battente un entusiasta Maurizio Landini: «Un inizio importante, abbiamo dato il via a una trattativa seria che va nella direzione di rispondere alla nostra piattaforma. Non vogliamo qualche aggiustamento di qualche parte della legge Fornero, vogliamo una vera e propria revisione della legge che dia stabilità al sistema nei prossimi anni e che sia in grado di dare risposte a partire dai giovani e dalle donne che sono le più penalizzate in questi anni». Matteo Salvini può stare tranquillo. Anche se non è più al governo c’è qualcuno che si impegna a proseguire nella sua opera di demolizione del sistema pensionistico.